Voyager_Daniele Pinti, Roma

_Menzione Giuria quarta edizione Premio Energheia_1998.

 

In macchina, col subwoofer tenuto a cannone proprio sotto le palle, Cesare se le è martellate così tanto che in settimana è diventato sterile. Per il momento; poi, per farsi di peggio, ha ancora tempo… Adesso sta stirando la BMW per la strada buia che lo riporta a Roma dopo la notte passata in una discoteca che sta in culo alla luna, due ore e mezza di viaggio, con tutto che guida come guida e non c’è traffico. Stereo sempre a manetta. Va.

Si sta portando a casa una Federica conquistata sul campo. Mentre ballavano, lei gli strusciava la coscia sull’uccello, lui la palpava un po’ tutta. Poi è stato solo lingua fino a che lui ha detto (non ha chiesto, ha proprio detto): «Ci vieni a casa mia».

Sono saliti in macchina verso le due e, tranne qualche sputacchio ogni tanto, altro dialogo praticamente non c’è stato finché da semaforo rosso e musichetta techno che sfumava sono stati costretti a dirsi i nomi. Poi per fortuna è scattato il verde, se no diventava impegnativa, come conversazione.

Bella macchina, quella di Cesare: blu notte, direbbe uno dalla romantica percezione della notte.

Schizza sulla bava d’asfalto tirata fra i campi, sbuffa dai finestrini certi boati techno che la fanno sembrare una bestia mitologica in corsa furiosa, col fiato grosso e il cuore impazzito.

Il buio si mangia tutto quello che c’è attorno agli abbaglianti della BMW, pure i suoni, e se non ci fosse lo stereo sarebbe completamente notte, un nero senza vita, pauroso. Sarebbe l’occasione di sapere com’è la notte vera, la notte animale che in città non esiste, ma Cesare è di quelli poco sensibili alla metafisica e figurati se questa notte che lo ingoia gli interessa tanto da fermarsi a guardarla.

Federica guarda le stelle e fa gli occhioni.

Si chiede se il tipo scopa bene e pensa a quelli di Perugia che l’hanno portata a ballare, che adesso staranno ancora a cercarla, ma uno che ci sa fare e che oltre tutto può pure riportarla a Roma non se lo poteva perdere. Cercate, cercate… tutta tirata e leccata, tutta profumata. Un culo come il suo, poi, è un trionfo e lei se lo sentiva che sarebbe stata una bella serata, capirai, coi pantaloni aderenti che porta, pare che si è infilata in due dita di guanto.

Le scompaiono in mezzo al culo e sono così sottili che diresti che non ce li ha. Sono bianchi e in fondo alla caviglia si allargano a campana. Fanno un bell’effetto, cadendo sulle scarpe, che sono del tipo con la suola di gomma alta sei dita, quelle che le madri di adesso, che le portavano uguali negli anni Settanta, dicono che sono un obbrobrio.

Il sopra non è mica da meno: adesso sta con un golfino corto quanto ci vuole a far capire le tette che ci tiene sotto, ma mentre ballava stava in maglietta, evanescente pure quella, col marchio cubitale di chi ha bordato di nero il collo e le mezze maniche di un cotone azzurro strappato al popolo e all’anonimia: era uno spettacolo.

Gliel’ha regalata uno… Luig… no, Luc… insomma, non se lo ricorda, il nome, ma era uno che c’aveva un negozio di vestiti e un sacco di soldi. Si sono visti per un mese, poi lui ha cominciato a parlare strano e Federica è sparita.

Si vede che Lu. s’era montato la testa.

La BMW sta in quinta da un’eternità, scivola sulla strada strappata nella terra coperta a destra e a sinistra da qualcosa che si coltiva, Cesare l’ha visto all’andata, ma non si ricorda oppure non lo sa, che roba c’è in quei campi. Comunque è verde.

Ogni tanto gli viene da dire qualcosa a Francesca (cioè Federica), ma gli passa subito. Pensa che certe volte, succede che, le femmine ti prendono per montato, se fai troppo il romantico. Forse Lu’ non c’ha pensato. Comunque, seduto sopra il ventricolo che pompa la techno, avrebbe da urlare troppo per dire una qualsiasi cazzata che rompa il silenzio, e non gli pare che valga la pena.

Tiene il volume così alto che sentiresti la musica da un chilometro, ma il silenzio che c’è tra lui e Francesca ingoia ogni battito, ogni pugno in pancia e nei timpani mandato dal woofer. Cesare è contento lo stesso, però, anzi, che gliene può fregare se con Francesca non ci parla? Meglio così, perché a forza di parlare e dire e spiegare, stamattina s’è lasciato con la ragazza, e una scopata come si deve, ancora a caldo, vedrai se non gli ridà chiacchiera e verginità. Parlerà poi.

Che strada pazzesca, non fa una curva e non si vedono fari di macchine né davanti, né dietro. All’andata pareva più corta.

Federica apre una borsetta nera grande quanto un pugno e quasi riesce a farti credere che la sta frugando sul serio, con la punta delle dita, come se ci fosse spazio per perderci le cose. Tira fuori un quadrato di plastica, apre anche quello, dentro è metà specchio e metà trucco, si guarda il viso, le labbra.

Bella.

Pensa agli uomini, a quelli che ha avuto.

È stato facile ogni volta, e ora ha tutte le libertà del mondo, cioè non deve lavorare; quasi mai, almeno, e se proprio ci è costretta, la pagano per fare figura in discoteca, quindi è sempre la stessa storia. È tutto facile. E poi i più stupidi sono sempre quelli con più soldi, vedi Lu… sì, cioè: per uno che dava lei, quello le dava cento, ma quando si è stancata l’ha lasciato senza rimpiangerlo mai, tanto il mondo è pieno di gente così.

Il mondo intorno a lei, perlomeno, è proprio così, quindi l’importante è tirarli su bene, quei pantaloni, che sprofondino in mezzo al culo come si deve ed è fatta: stasera torna a Roma in BMW.

Ripone lo specchietto, chiude, e piega la testa all’indietro. Questo Cesare parla poco, meno male, è così stanca… quante stelle, si vedono dalla campagna.

Lui ci pensa e ci ripensa, ma la strada è proprio quella dell’andata, non sta sbagliando. Se si ricordasse qualcosa di quello che fanno studiare a scuola, guardando la stellata potrebbe almeno capire se va nella direzione giusta. Mah.

Se non altro, non rischia colpi di sonno, con lo stereo che a ogni battuta gli fa tremare il torace.

L’ha regolato in modo che i bassi escano dai diffusori prepotenti come tuoni, così forti che adesso ogni musica sembra uguale alle altre, con quel BOOM BOOM BOOM di base che si riverbera nel petto e annienta ogni altro suono.

Ma è un po’ stufo. Questa musica va bene solo per ballare, se accendesse l’antifurto il motivo sarebbe più vario.

Però la lascia: Francesca si tamburella il ritmo sul ginocchio, magari le piace.

Vorrebbe non averla incontrata, stanotte, questa Francesca, ma non sa perché.

Ha un casino di soldi più di un Lu’(!), le macchine e le donne che vuole, che cazzo può volere ancora? Ogni tanto se lo chiede, ma il cervello da darsi una risposta non ce l’ha; è per questo che fa una vita che va avanti come la techno: BOOM BOOM BOOM, sempre, e se esce dallo schema, diventa più difficile seguirla. Questo, Cesare, non arriva a capirlo, ma sente una punta sottile di inquietudine che gli passa il cuore. E proprio non sa perché.

Pensa al culo di Francesca e Federica, pensa ai Perugini, erano simpatici, anche se si vedeva che stavano senza una lira, quasi le dispiace che li ha piantati lì così.

Ha pure spento il cellulare per non avere rotture di palle, e magari loro le stanno telefonando da tre ore. C’è stata proprio bene, insieme: gentili, spiritosi, incredibilmente non volgari.

Adesso che ci pensa, uno che non fosse cafone (ricco quanto ti pare, ma cafone) non l’ha mai incontrato. Però, a dire la verità, non è che se li ricordi bene, i suoi uomini. Nel suo album non ce n’è uno che brilli particolarmente: tutti livellati da una piattezza disperante, tutti un po’… come si dice?… un po’… Cesare si sta innervosendo, la strada non può essere quella che aveva fatto di pomeriggio.

Mette la mano sulla coscia di Francesca, la guarda un attimo sorridendo, ma lei sta guardando fuori: si gira verso Cesare col ritardo che basta a fargli rimettere gli occhi sull’asfalto. Si imbarazzano un po’, tutti e due.

Lui vorrebbe proprio averla ancora, la ragazza, hanno fatto una cazzata a lasciarsi così (anche se forse quella pensa diversamente). Vorrebbe almeno avere uno abbastanza amico da portarselo in discoteca e passarci una bella serata insieme, e magari pure il giorno dopo.

Ma chi è che gli piace più degli altri, fra i suoi amici? Voglio dire: non è che ne abbia pochi, anzi, avrebbe un bel vivaio in cui scegliere, solo che parlano tutti di pallone o di lavoro o delle donne degli altri, e alla fine valgono uguale…

E di che cazzo si dovrebbe parlare, poi? Cesare sente che gli sta prendendo brutto, stanotte, pensa troppo. Porca puttana, ma quando s’arriva?

Federica apre di nuovo la borsettina e tira fuori il cellulare, che sarà pure piccolo, ma puoi pensare che quella borsa funziona come la saccoccia di Eta Beta, dato che da dentro prende pure un’agendina.

Comincia a maneggiare il telefonino, fa brillare le lucette verdi della tastiera come fossero luci di posizione, così, tanto per segnalarsi: come fanno un po’ tutti quelli che ce l’hanno quando si annoiano.

Sfoglia l’agendina.

Capisce che Cesare è scoglionato e non le pare il caso di levargli la musica per mettersi a parlare con un altro. Spera che, vedendola giocare col cellulare, le chieda se deve telefonare e approfittarne per chiamare i Perugini.

Intanto cerca il numero… Dov’è? Ma dove l’ha scritto?

L’ha scritto…?

No.

Appoggia la fronte al finestrino, fissa gli occhi sul riflesso della sua bocca.

E ripone il cellulare, stavolta acceso, tanto, in mezzo a tutte le lucette del cruscotto, Cesare non lo vedrebbe mai e comunque non le va di chiamare nessun altro.

Di solito lei non telefona mai, per la gioia di chi le paga le bollette.

Vorrebbe mettere la mano su quella di Cesare, ma lui l’ha levata e neanche se ne è accorta, così resta immobile a guardare fuori. Che stanchezza, e oltre tutto ci vede male: le sembra che le stelle, a mano che la BMW sfreccia in rettilineo, scendano dall’orizzonte. Forse la strada è più in alto rispetto al terreno, saranno su un cavalcavia, su una sopraelevata, che ne so… In campagna, però? Strano.

Quella fa la languida, ma che cazzo c’avrà da guardare, là fuori? Adesso Cesare gliela dice, una stronzata qualsiasi, ecchecazzo!, mica fa il tassista.

Potrebbe dirle che è bella, ecco.

Potrebbe dirle che ha una bella bocca.

Oppure che ha un bel corpo.

E poi…?

Non ha proprio un cazzo di niente da dirle, né la voglia di pensarci.

Se stanno zitti tutti e due è davvero meglio, tanto fra poco dovrebbero arrivare al Raccordo e dopo altri dieci minuti, svenire sul letto e non pensare nemmeno più a scopare.

Incazzato com’è, maledice tutto: la macchina, la strada e la terra coltivata che di notte pare la schiena pelosa di una bestia immensa. Maledice la discoteca, le stronze che gli capita di conoscere e la musica di merda che deve ascoltare.

Di questa notte, risparmia solo il cielo.

Si sente gente dire male dei tramonti, del mare, di tutti gli scenari stucchevoli, ma mai del cielo di notte. È ancora troppo fuori della portata degli uomini, per non provare un senso di meraviglia, quando lo guardi, e una stellata come quella di stanotte, poi, agli occhi di uno come lui, è più spettacolare del giusto. Se non avesse fretta, né questa Francesca fra le palle, forse si fermerebbe a guardarla. Che cazzo di pensieri…

Sarà la schiena, che gli fa vedere tutte queste stelle: guida da non sa quanto.

Federica comincia ad avere le palpebre pesanti, la gola le brucia un po’. Avrebbe bisogno di riposare, ma le pare uno schiaffo ai buoni auspici d’inizio serata, addormentarsi quando ormai Roma dovrebbe essere vicina.

Ogni tanto le viene da pensare che fa’ una vita insignificante, non ha legami veri con nessuno, né interessi che vadano oltre il non rinunciare a niente senza pagarsi le cose da sola. Adesso le sembra di stare in autobus, con questo Cesare che non sputa una sillaba, e il cellulare è rimasto muto più di lui. I Perugini si staranno divertendo, forse, oppure gli ha rovinato la serata e se ne stanno da qualche parte a dirsi che sono stati stupidi a essere tanto gentili.

Con loro ci sarebbe restata volentieri. Non le era mai successo.

Tiene ancora la testa appoggiata al vetro, non ce la fa a stare sveglia: non le importa più di niente, vuole dormire.

Che strada.

Si è alzata tanto che pare di aver perso l’orizzonte sotto terra, ci sono stelle tutt’attorno alla macchina, ma è strano, perché ai lati della striscia d’asfalto ancora spuntano i ciuffi d’erba. Federica pensa di aver cominciato a sognare prima ancora di chiudere gli occhi. Vede le stelle brillare nel nero che dovrebbe essere le coltivazioni e una, addirittura, pare che si muova, in lontananza, veloce come la BMW, anzi, la supera e scompare davanti ad essa, come caduta sulla linea della loro strada nel punto dove interseca l’orizzonte. Per sicurezza esprime un desiderio, poi dorme.

Cesare la guarda.

Vederla addormentata lo rilassa, toglie un po’ di pesantezza al viaggio che resta da fare.

Comunque è agitato perché è quasi sicuro di avere sbagliato strada, gli sembra di stare molto in alto, con tutte queste stelle che brillano dove prima erano coperte da una linea di colline.

Va avanti, lascia lo stereo acceso per non addormentarsi.

Direbbe che una stella li ha superati, poco prima, ma sarà stato un aereo.

Ogni tanto il woofer ronza un po’… no, anzi, adesso ronza parecchio.

Dà fastidio, a questo volume, e Cesare finalmente abbassa.

Il volume non diminuisce, però. Cazzo, si sarà bruciato qualcosa, a furia di tenere sempre a cannone.

Lontano, in fondo alla strada, vede una luce, un occhio rotondo che avanza, una moto? Perdio, sono tornati nel mondo, alla fine. Che viaggio!

L’intensità della luce che gli si fa incontro aumenta, diventa forte, Cesare sa che certi stronzi che giocano con gli abbaglianti li trovi solo in città, sta meglio. Lo stereo continua a friggere, manda certe scariche che sembra che voglia scoppiare, e il volume non si abbassa.

Federica si sveglia, ma non completamente.

Alla techno si sovrappone un’altra musica e Cesare da un paio di manate al cruscotto, sopra l’autoradio, ma ormai è proprio andata: non si spegne nemmeno.

La luce è dolorosa, non si vede quasi più niente, davanti, ma si capisce che si sta avvicinando. La techno si smorza piano, piano, stracciata da sibili, crepiti e scrocchi, poi c’è un attimo di silenzio in cui Federica e Cesare si guardano, ma dopo tanto buio, il faro improvviso che gli viene incontro li riduce a figure scontornate.

A Cesare dispiace per la figura di merda che farà, ma Francesca non se la porta a casa, e ora glielo dice. Vederle il viso perso nel bianco di quella luce, gli fa pensare che non sa con esattezza nemmeno com’è la faccia della donna che si è trovato addosso all’improvviso, nel buio del locale, senza averla cercata, senza che la volesse. Quasi capisce la successione di neri in cui vive, come le righe di una pagina scritta, già vecchia, solo fumi e bui e occasioni perdute di aprire gli occhi e conoscere anche quanto non è macchine e donne. Quasi capisce.

Federica chiude gli occhi, le fanno male.

Degli uomini non sa niente ed è disperatamente sola, ha solo il suo culo e le lacrime, a pensare che i Perugini erano un’altra cosa e non le capiteranno più.

Altri stridori dello stereo e poi una musica che aumenta assieme alla vicinanza del faro, bellissima, nessuno dei due l’ha mai sentita, aumenta e copre i rumori, Cesare vorrebbe sapere cos’è, vorrebbe poterla riascoltare, scivola fuori dal woofer e gli vibra nel petto. È una musica celestiale, pensa Federica, è un po’… come dire… un po’…

Cesare non fa in tempo a capire che è il caso di spostarsi, rimane in mezzo alla strada.

Appena prima dello scontro, Federica si ricorda che ha sentito dire che quando muori vedi una specie di tunnel con una luce in fondo, e la strada si è alzata tanto che le stelle sfrecciano sotto le ruote della BMW e fanno come una galleria che si perde all’infinito, da dove viene il faro.

Ha pensato che non è stata mai bene come quel pomeriggio.

Ha pensato che avrebbe voluto morire.

La Variazione Goldberg è cresciuta ancora un po’, era l’esecuzione di Gould. Nello stesso attimo hanno visto una folla di persone nuove, sconosciute, e cose che non capivano. Hanno ascoltato i suoni del vento e della risacca e di tutti gli scenari stucchevoli; hanno visto oggetti strani spuntare dal veicolo di fronte a loro, braccia che li accoglievano o antenne?, e di nuovo hanno ascoltato Bach e parole in tante lingue, come testimoni della vita che c’è su un pianeta lontano.

Hanno sentito risate in un cadere gentile di pioggia, o erano lacrime senza dolore, uscite così, per esserci: hanno voluto averne, ma non potevano più. Hanno voluto ricordarsi com’erano prima della prima delle loro morti, mentre capivano che non gli restava vita se non per sapere che, se hanno vissuto, è memoria persa. Hanno voluto volere, alla fine, che un po’ li riscatta. Poi hanno sentito caldo da dentro.

Si sono bagnati nel Gange assieme a centinaia di Indu, ma era sangue.