Voglio un cielo sulla mia testa, Nadia Calvisi_Nuoro

_Racconto finalista ventitreesima edizione Premio Enerrgheia_2017
Menzione Miglior racconto da sceneggiare

Ciò che vedo ogni mattina è quel soffitto, così blu che mi ci perdo. Una scelta azzardata, forse, tingerlo di quel colore scuro, un po’ cupo. È stata un’idea di mia moglie, pareti bianche e soffitto blu. “Voglio un cielo sulla mia testa, ad ogni ora” così ogni stanza è fatta in questo modo, perché lei possa camminare per la casa senza perdere quel colore.

Sono passati anni dacché abbiamo comprato questa casetta a schiera, piccolina, funzionale. Non ci siamo mai sentiti stretti, i nostri figli ormai sono grandi e vivono la loro vita, un po’ lontani da noi, così qui abitano solo due anziani coniugi: io e la mia Luisa.

Quando i miei occhi si aprono, dopo aver fatto un giro per quel cielo senza stelle, lo sguardo mi cade sulla porta, aperta. Succede ogni mattina, eppure non posso evitare di controllare se l’ha lasciata aperta, se già è in piedi. Allora mi alzo, perché so che avvicinandomi all’uscio sentirò l’odore penetrante del caffè. Così sistemo il letto e mi dirigo verso l’uscita. Sulla porta mi fermo, avevo ragione, ma si sente anche un forte profumo di agrumi. In cucina Luisa sorseggia il caffè e sul tavolo c’è un fazzoletto, ci delle sono bucce d’arancia e un coltello poggiati sopra.

La colazione è sempre un momento piacevole per qualche battuta e un po’ di pane con della marmellata.

Ci svegliamo sempre presto, per approfittare dell’aria fresca e pungente delle prime ore di luce. Usciamo un pochettino per fare una passeggiata, mezz’oretta direi. Ci perdiamo nel quartiere, senza una parola. È quasi un momento sacro: stiamo lì in mezzo alle case, ascoltiamo il suono delle persone che si svegliano, si alzano. Immaginiamo quello che potrebbe succedere in questa e in quell’altra abitazione. Poi ne riparliamo la sera, ci divertiamo ad ascoltare a vicenda i pensieri che ci sono passati per la mente in quei minuti, ma per adesso stiamo zitti e camminiamo, mano nella mano.

Abbiamo una giornata abbastanza monotona, eppure la nostra routine mi rende così calmo. L’idea di sapere cosa può succedere è rilassante. Così dopo la camminata ci sediamo sul nostro divano a tre posti. È il momento in cui facciamo qualche chiacchierata con i nostri figli, che di solito fanno colazione a quest’ora. Sono entrambi molto impegnati, Luca e Claudia, hanno sempre da lavorare e abbiamo poco tempo per parlarci, ne approfittiamo quando si riempiono la pancia. Il divano è vicino alla finestra del soggiorno, da cui entrano i raggi del sole che illuminano così bene quella stanza.  La luce attraversa i capelli di Luisa, bianchi dalla vecchiaia, non posso evitare di fissarli, riflessi argentati che guizzano fra le ciocche che scuote mentre discute con uno dei nostri figli. Lo fa sempre, muove forte il capo, come se dall’altra parte del telefono potessero vederla.

Il resto della mattina lo dedichiamo alle nostre passioni, saremo anche vecchi, ma siamo contenti di poter dire che viviamo ancora come ci piace. È il momento in cui io e mia moglie ci dividiamo, lei solitamente passa il tempo a leggere, o esplorare nuovi libri di ricette. Io, invece, lo passo a disegnare, nel mio modesto studio. Mi siedo sulla sedia e non aspetto altro, il disegno iniziato è già lì, come anche la mia matita. Comincio subito, ci rimango chino ore, non mi accorgo di quanto passa, mai. Là dentro il tempo non esiste, torno alla realtà solo quando sento bussare, mi tocca fermarmi per fare la spesa.

Quindi mi ritrovo con un carrello a vagare per i corridoi di un supermercato con la lista della spesa in mano. Cose semplici come uova e latte, tutto scritto con la sua bella calligrafia che non posso descrivere in altro modo se non “aggraziata”, è ordinata, a guardarla dà un senso di pace e tranquillità. Questo momento non è neppure così male, alla fine mi piace anche girare fra gli scaffali e guardare tutti quei colori, tutti quei cibi e quegli oggetti.

È quasi ora di pranzo, sono un pessimo cuoco, ma non riesco a fare a meno di stare sempre in mezzo e provare ad aiutare Luisa nella preparazione dei piatti. Cerco sempre di seguire le sue istruzioni con diligenza, ma non sono una persona precisa ed ordinata come lei, si stupisce sempre di come possa lasciare tutto quel disordine in così poco tempo. Ogni tanto finisce che vengo cacciato dalla cucina. Ma alla fine un po’ ci divertiamo, va detto. Lei non è abituata alla confusione e io riesco sempre a stravolgerle il lavoro, è una sorpresa continua vederla ridere alla caduta della farina o di qualsiasi cosa tenga nelle mie mani, malgrado poi ci sia da ripulire. È un momento che passiamo quasi sempre con allegria, per il pranzo e per la cena.

Quando arriva il momento di andare a dormire amiamo coricarci presto, per poter parlare delle nostre riflessioni e ciò che abbiamo fatto nei momenti in cui non eravamo insieme. Può sembrare noioso raccontare i pensieri, che potrebbero anche essere stupidi, ma quando Luisa inizia a parlare non posso non vedere tutto con chiarezza. Il modo in cui racconta mi trasporta sempre da un’altra parte, come se il resto non avesse importanza, come se potessi stare ad ascoltarla per un tempo infinto, come se le sue parole fossero l’unico motivo per cui ancora mi piaccia ascoltare la gente. Stiamo lì a chiacchierare, finché non decidiamo che è davvero il momento di chiudere gli occhi. Così la mia mano spegne la luce.

È questo a cui penso buona parte del tempo, la mattina quando mi sveglio, la sera prima di andare a dormire, ogni momento in cui non ho nulla a cui pensare davvero. Penso a questo, mi immagino quella che sarebbe potuta essere la mia vita, ma che non lo è. Penso a Luisa. Penso anche ai miei figli, mai esistiti, alla casa che non è mai stata comprata. Alla sua frase “Voglio un cielo sulla mia testa, ad ogni ora”, che è stata detta davvero, ma di sicuro non sono stato io il marito ad averla accontentata. Ripenso a quella routine che avrei desiderato, la calma di quella donna che mi aveva conquistato per davvero. Nulla di quello che c’è nelle mie fantasie ho nella mia vita. Ho una moglie, ma il suo nome non è Luisa, vorrei lo fosse. Si chiama Sara, un bel nome devo dire, ma non mi interessa in fin dei conti.

Continuo a pensare ogni giorno a come avrei potuto vivere diversamente, se solo fossi stato migliore. Se lei non avesse smesso di amarmi. Se non avessimo vissuto fra le urla e i nostri litigi continui. Ma non è stato così. Il matrimonio con Luisa è durato due anni, poi è cambiato tutto, non ricordo neppure cosa sia successo, so solo che un giorno si è seduta affianco a me, avvisandomi che avrebbe chiesto il divorzio, dopodiché si è alzata ed è uscita. In quei secondi sono rimasto fermo, senza fare niente, a fissare il pavimento, senza sapere cosa dire, se seguirla o no…

Negli anni seguenti non ho saputo molto di lei, sapevo che si era risposata così come anche io avevo fatto. Sara sembrava la donna giusta, piena di vita, credevo potesse riempire il vuoto che era rimasto da quando ero stato lasciato a fissare quel pavimento, in quella stanza buia, per ore, senza accorgermi del tempo che passava. Ma non posso dire d’averla amata. Non si può negare che fosse bella, ma non provavo, e non provo, le stesse emozioni degli anni passati. Ho finto per tanto tempo, siamo sposati da circa una decina d’anni.

Avrei voluto dei figli, come avevamo organizzato con Luisa, purtroppo abbiamo scoperto presto l’infertilità di mia moglie. È rimasta chiusa in una stanza per un giorno intero. Ha proposto l’adozione, ma non sono riuscito a dirle di sì, non volevo che un bimbo fosse messo in mezzo a questo finto amore.

Non riesco a capacitarmi di avere ogni giorno la forza di fingere un sorriso alla donna che dovrei amare, ma che è solo un rifugio. È solo una persona che mi tiene al caldo, a cui voglio bene, ma che non mi  è indispensabile. Ho avuto solo paura, ho avuto così tanto terrore di sentirmi perso dopo quel matrimonio finito male che ho preferito porci subito rimedio trovando un’altra donna e poiché lei sembrava così bella e briosa allora ho pensato “perché no?” ma la scintilla dev’esserci stata solo per lei.

Ho rivisto Luisa dopo tutto questo tempo da poco, ora ho precisamente sessant’anni e lei ne ha cinque in meno di me. Ho fatto una passeggiata in un punto della città dove non passavo da un lungo periodo. Questo perché ci stavo intere giornate con la mia ex moglie, tutto mi ricorda lei in quel posto. Un parchetto tranquillo, pieno di fiori, profumato come pochi. Lontano dal centro città  e per questo silenzioso. È sempre stato abbastanza faticoso averla per la mente in ogni istante sapendo di fingere davanti a tutti, entrare in quel luogo mi ha fatto ricordare tutte quelle cose che mi sarebbe piaciuto dimenticare. Ciò che non ho messo in conto è che con tutta probabilità Luisa era rimasta la stessa donna che amava la quiete e la natura, per questo sono rimasto stupito nel vederla seduta in una panchina a parlare con un signore, probabilmente il marito. Parla ad occhi chiusi, nello stesso modo in cui lo faceva con me, le mani una sopra l’altra. Scuote la testa, mi è comparso un sorriso: è rimasta la stessa persona. Almeno questo mi consola. L’occhio mi è caduto sulla sua mano sinistra, un anello. Una bellissima fede. Ma ovviamente non era quella che le avevo regalato io. Ho deciso di tornare a casa.