Voci africane!

_ di Nicoletta Dentico
Presidente Giuria Premio Energheia Africa Teller 2004_ IV edizione

Tesa, fragile e spezzata si muove la voce africana nei racconti di questa quarta raccolta di Energheia. Voce in bilico, tra crepacci del dolore e simboliche composizioni del mito. Voce intessuta di tenacia espressiva singolare, alla ricerca di convincenti sperimentazioni stilistiche che sappiano in qualche modo ordinare la trama e contenere il trauma di una storia che davvero non dà tregua al continente africano. Ci si addentra con incuriosita accortezza nella lettura di queste pagine, e ci si accorge ad ogni storia che la scrittura si delinea come sforzo permanente per stare in piedi, come palestra del cambiamento, riscoperta di una negritudine negata da secoli di alienazione culturale ed assediata dalla dinamica omologante della mondializzazione. Il racconto, dunque, diventa pratica pedagogica della resistenza.
Prevale perlopiù l’individuo, l’individualità. E’ un aspetto che può sorprendere il lettore, ma che rende giustizia della opprimente rappresentazione mediatica dell’Africa quale luogo di masse anonime e indistinte, di un’umanità a perdere quasi estetica nella sua ciclica fuga dalla guerra, dalla fame, dalla violenza. Qui violenza, fame e sofferenza restano decisamente a marcare lo sfondo in cui si sviluppano alcune delle situazioni dei racconti, ma si ribalta la prospettiva e si entra nelle singole storie, nelle pieghe delle psicologie individuali, si intercettano in tempo reale gli zampilli di pensiero che affiorano nella necessità dello strema of conscoiusness di “The literate fool” (Lo sciocco istruito), esercizio dichiarato di riscatto dall’anonimato. La raccolta propone un viaggio nella vita africana che procede trasversale, a strappi, a differenze, a consonanze. Non c’è calma di bonaccia a dissolvere l’orientamento su un orizzonte piatto, semmai una rotta faticosa che si alterna fra modernità e tradizione, ovvero tra solitudine e comunità – come in “Love cuts deep” (Il taglio profondo dell’amore) e “The love of hate” (L’amore dell’odio). C’è invece una infrangibile capacità di resistenza ad accompagnare costantemente questo percorso di racconto, straordinaria tecnologia tutta africana che lascia attoniti noi europei, nelle nostre fragili corporature indebolite da mille orpelli, tanto nella strenua accettazione di vicende insostenibili quanto nel desiderio di riscatto e nella piena assunzione di responsabilità (fino alla morte) per il futuro individuale, della propria famiglia, della propria comunità come i ìn “Enemy of State” (Il nemico dello Stato).
Negli ingorghi delle emozioni, negli smottamenti della nostalgia, nelle creste delle passioni, la dura storia dell’Africa, delle innumerevoli Afriche dilaniate dalla violenza di profonde e vaste guerre silenziose, che interferiscono con la vita quotidiana delle persone e delle comunità senza apparente possibilità di appello.
L’unica sponda di approdo simbolico, potente e risolutrice, sembra essere quella del mito e della magia, insomma una dimensione altra dell’esistenza che non è fuga, ma ricorso ad una diversa e più affidabile certezza della conoscenza di quella che gli imprevedibili appigli della vita ordinaria possano assicurare. Nella solitudine assoluta dell’interdizione della comunità, nel dolore acuminato della separazione dalla famiglia. Midega in “The love of hate” (L’amore dell’odio) attinge al potente richiamo della storia quasi mitologica del presunto stregone esiliato e umiliato prima di lei, e trova dimora nel suo stesso rifugio. Il grosso gatto bianco che ricompare alla fine del racconto non risarcisce soltanto Midega dell’ingiusta sorte patita, ma riscatta anche l’ingiustizia precedente. Nella vicenda del racconto “Love conquers” (L’amore conquista), scelto all’unanimità come il migliore della rassegna di quest’anno, è la visione quasi estatica di una figura di bestia che si staglia nel cielo a segnare il destino della comunità sconvolta dalla carestia, una raffigurazione quasi biblica (forte, in questa storia, l’eco del sacrificio di Isacco) che si scioglie in un finale patto d’amore.
Poiché sono queste le sole due storie della raccolta con esito decisamente positivo, la promessa della liberazione passa per una scelta di perdono e di amore, ci dicono gli africani, per un atto di risarcimento: la restituzione di giustizia e la ricostruzione di un assetto sociale – la famiglia, il clan, la tribù – che punti ad un superamento della realtà capillarmente dura e violenta del continente. Il futuro resta incerto, stretto com’è nella morsa di una globalizzazione senza etica e senza regole, e di una solitudine geopolitica che ha decretato l’irrilevanza delle questioni africani all’interno dell’agenda della cosiddetta comunità internazionale. Ma il riscatto da questa stretta opprimente – mi sembra sia il messaggio dei nostri scrittori – può svilupparsi solo nel segno del diritto e secondo i principi della solidarietà più creativa e tenace, fuori dagli schemi codificati di accettabilità della propria condizione, oltre il paradigma dell’efficienza e del pragmatismo che cinicamente riducono l’Africa a terreno di conquista. E ancora, oltre il perbenismo intellettuale che relega il simbolo ed il mito ad una dimensione puramente irrazionale, dunque non utile, dell’esistenza.
Su questo terreno, su questo sorprendente terreno si gioca la salvezza dell’Africa, laboratorio antropologico del pianeta. E con la salvezza dell’Africa, il riscatto della nostra stessa umanità.

(Nella foto_La giuria del Premio Energheia Africa Teller 2004)