Viaggio da Bari_Giambattista Gaetano, Matera

_Racconto finalista seconda edizione Premio Energheia 1995.

 

Divagazioni odeporiche

 

Bari, ore 12:50. Capolinea degli autobus del servizio locale di trasporti che collega Matera con la Puglia. È Venerdì e c’è il rientro settimanale da Bari degli studenti universitari materani; ad aspettare il pullman, che parte all’una per Matera, c’è sempre troppa gente; qualcuno rimarrà in piedi durante il viaggio, e questo qualcuno non voglio essere io.

Il mio comportamento, mentre aspetto con gli altri, tiene conto, allo stesso tempo, di due opposte esigenze; la prima delle due tenderebbe a farmi passeggiare nervosamente, nel tentativo di scorgere per primo la massa blu dell’autobus dietro l’angolo, per poter poi correre avanti a tutti e salire subito sul bus, assicurandomi, così, il posto a sedere. Questo atteggiamento ansioso, però, è mitigato dalla seconda delle due esigenze, che non può fare a meno di farmi notare quanto questo comportamento sarebbe di cattivo gusto, esagerato, fuori luogo, soprattutto in un ragazzo giovane e forte, per il quale un viaggio di un’ora e mezza in piedi non dovrebbe poi essere chissà quale tragedia.

È difficile, però, trovare l’equilibrio fra la sfacciataggine che ti assicura il posto a sedere, e le buone maniere che ti fanno stare 2 ore in piedi, attaccato ad una maniglia. È difficile far prevalere, in maniera velata, non palese, ma ugualmente con decisione, la propria giovinezza sugli anziani che non possono correre come te; o il proprio sesso sulle brave ed educate studentesse, alle quali la gonna e la femminilità impediscono di avere il tuo stesso zelo, in quello che, a volte, diventa un vero e proprio assalto al sedile.

Comunque, io mi siedo quasi sempre. È uno dei momenti più belli stare seduti, prima che il pullman parta; non sei ancora nel traffico caotico e hai dieci minuti di calma. È bello come tutte le attese di un qualsiasi evento, i pensieri vagano liberi e puoi goderti il tempo che scorre, senza quel rimorso che quasi sempre accompagna i momenti di ozio, sottratti a chissà quale attività; quello che deve succedere, tanto, succederà, anche senza il tuo intervento: l’inattività, nell’attesa, è giustificata.

Non mi sono mai infastidito o arrabbiato con qualcuno che mi ha fatto aspettare ad un appuntamento: io amo aspettare e cercherò di spiegare perché.

L’attesa è sempre attesa di qualcosa che deve accadere. Questo accadimento in noi, di solito, provoca un cambiamento. Il cambiamento, il mutamento, il divenire è, secondo me (e non solo secondo me), l’essenza della vita: tutto ciò che è vivo, cambia, diviene, è in movimento; la stasi è morte.

Ora noi ci affanniamo tutta la vita a vivere, in altre parole, ci affanniamo nel tentativo di provocare dei mutamenti: dai più banali e quotidiani (si dorme per cambiare la stanchezza in riposo, si mangia perché la fame divenga sazietà) ai più complessi ed importanti (studiamo per muoverci dall’ignoranza verso la cultura); tutto ciò, però, avviene sempre con grande affanno, impegno, sforzo e personale spreco dienergia.

L’attesa no! Nell’attesa hai la certezza del cambiamento, necessario a sentirti vivo, a combattere la stasi della noia, senza però lo sforzo, la tua diretta partecipazione, l’ansia di essere sempre tu, col tuo sudore, a scuotere la vita dalla sua naturale inerzia.

Penso sia da ciò che si origini quel senso di libertà del tempo dalla continua angoscia del fare, che è tipico della condizione di attesa, e che a me è tanto caro. Durante queste attese, io penso… ah, com’è bello pensare senza fretta!

Quantunque ci siano di quelli che, anche prima della partenza del pullman e poi durante il viaggio, studiano, ascoltano la musica, conversano, fanno le parole crociate, leggono un giornale, proprio per ingannare questo per me supremo momento di vera e tranquilla vita che è l’attesa; della partenza prima, dell’arrivo poi.

Ma ormai stiamo partendo e incominciano venti minuti, se non di più, di traffico snervante, prima di uscire dal centro: sono sottoposto allo stillicidio estenuante di brevi partenze e frenate che si susseguono a piccoli intervalli.

Questo, unito al caldo (a Bari, all’una e mezza fa caldo in quasi tutte le stagioni) allo smog, al grigiore sporco dei palazzi, alla ridda dei rumori di motore, o di clacson, studiati apposta sgradevolmente dissonanti per scuotere l’orecchio, mi provoca sempre un leggero fastidioso mal di testa.

Oh, come sono grato ai vialoni più sgombri dei quartieri residenziali. Sia io che l’autobus proviamo un senso di liberazione, si allungano le marce e non si è più costretti a quell’andatura singhiozzante di prima. C’è più aria, più luce, più silenzio e, a tratti, anche un po’ di verde.

La città però non si arrende subito. Prima di arrivare alla strada fiancheggiata solo dagli ulivi, i mandorli, le rocce e i campi di grano, c’è ancora il limbo della periferia e della zona industriale. Non è né città né campagna, e a me sembra avere gli svantaggi di entrambe, senza averne nessun aspetto positivo. L’ambiente urbano si trasforma, le vie diventano strade, le macchine corrono troppo, ci sono troppi camion, i palazzi diventano capannoni, non si vedono più persone a piedi, mi sembra tutto senza storia, troppo nuovo per i miei gusti.

Ci sono delle palazzine di appartamenti appena ultimate in mezzo alla campagna incolta, vicino all’ingresso dell’autostrada, e intorno mucchi di materiale da costruzione residuo, inutilizzabile, lasciato lì dalle ditte che hanno costruito quegli appartamenti. Mi capita di immaginare la vita dei bambini che abitano là, il pomeriggio tornati da scuola, davanti al televisore, o giù a giocare a pallone con i pali della porta segnati da due grosse pietre, mentre sulla strada passa, ogni tanto, un autotreno. Vanno a scuola con l’autobus o in macchina con i genitori mentre vanno a lavorare; chissà dove e la Chiesa più vicina o una biblioteca o un bar, o dove abita il compagno di classe più vicino.

Io ho sempre vissuto nel centro storico di una piccola città. Forse è per questo che la periferia di una città come Bari mi sembra così anonima, alienante, grigia, desolata, triste? Si giudica solo da ciò che si conosce: io conosco solo la mia vecchia casa nei Sassi, tranquilla, lontana dal traffico, davanti alla quale non si può arrivare con l’automobile, ma solo a piedi, vicina alla maestà benevola e rassicurante dell’antica cattedrale, al piano terra, senza scale né ascensore né condominio, isolata da spesse ed antiche mura di tufo che chiudono fuori ogni rumore, il vento freddo di Gennaio, come il caldo di Agosto.

Prima della mia famiglia ci hanno abitato altre persone, ed altre prima di loro, chissà da quanto tempo esiste, quanta vita ha visto ed ospitato… ma forse è solo perché è la mia casa che mi appare un posto migliore per viverci, rispetto ai moderni appartamenti della periferia di Bari.

Anche in aperta campagna comunque, la presenza urbana non si annulla, si riduce solo al minimo, si smorza, come in una specie di letargo: ogni tanto un casolare, una stazione di servizio, un cantiere. Sembra che la città covi solo sotto la cenere, lungo la strada, per riesplodere alla prima buona occasione.

Quando il paesaggio si fa regolare e l’andatura del viaggio anche, cerco una posizione sul sedile per quanto possibile confortevole, chiudo gli occhi e ascolto. Come sono ricchi e complessi gli universi sonori… ma gli occhi sono prepotenti ed egocentrici, la percezione visiva tende a sopraffare gli altri sensi, soprattutto l’udito. Solo chiudendo gli occhi il suono assume una sua vita autonoma, si oggettivizza, staccato, liberato dall’immagine di ciò che lo produce; i suoni si trasfigurano, si assolutizzano e possono evocare realtà nuove, diverse, cangianti, risonanze inaspettate e pensieri, sensazioni che ad occhi aperti non è possibile sperimentare.

Chiudere gli occhi significa aprirsi ad un mondo paradossalmente più ampio, avvolgente, spazializzato, veramente tridimensionale: si vede solo ciò che si ha davanti, si sente, invece, in tutte le direzioni e oltre gli schemi che di solito arrestano la vista.

Rilassato, con gli occhi chiusi, io sento il basso profondo del motore dell’autobus su cui viaggio, vibrare nel mio petto, è come il canto della terra, uguale e presente e che tutto sostiene. Ogni tanto, a lunghi intervalli; E contrappuntato da qualche vibrazione di un vetro o di un sedile mal fissato, che ne ravviva, e allo stesso tempo sottolinea, la potente uniformità. Su questo magma sonoro poi, galleggiano le voci fuse in un unico mormorio, quasi sempre stanche conversazioni da viaggio dei passeggeri; col cambio delle marce cambia il bordone di fondo e tutto acquista un nuovo significato in divenire, anche se un solo registro dell’organo è cambiato.

Se qualche automobile ci sorpassa è una voce di tenore che lentamente si staglia, raggiunge il suo acuto e poi si dilegua allontanandosi.

Tutti questi eventi sonori sono fusi in un’unica percezione, e quando il mio livello di coscienza si abbassa e mi avvicino al confine del dormiveglia, è un unico ambiente sonoro che mi avvolge, un unico, uniforme basso continuo, debolmente gorgogliante di lontane e puntillistiche voci indefinite. È simile al rumore subacqueo del mare in bonaccia, durante i primi pomeriggi estivi, quando tutti i bagnanti sonnecchiano e in acqua non c’è quasi nessuno; simile anche, credo, alla pacatezza dei suoni filtrati attraverso la sicurezza amniotica che sente il bambino, prima del frastuono della vita…

Mi sono addormentato: piccolo momento di oblio che si paga con il piccolo intontimento del risveglio.

Mi ha svegliato la fermata all’incrocio che attraversiamo per passare Altamura, ma ormai mancano all’arrivo circa quindici chilometri, cioé meno di mezz’ora. L’andatura che gli autisti tengono in quest’ultimo tratto è sempre più allegra di quella del resto del viaggio: è come se la meta esercitasse una specie di attrazione gravitazionale su di noi, attrazione che fa aumentare la velocità quanto più ci avviciniamo alla meta stessa.

Stiamo per passare dalla Puglia alla Basilicata; non ho mai capito dove finisca l’altopiano murgico e dove incominci la collina lucana; eppure ci deve essere un punto preciso, dimentico sempre di farci caso. Fra Altamura e Matera mi capita a volte di scorgere un rapace nel cielo: forse un nibbio o un gheppio o un falchetto; quando viaggio con la mia amica naturalista e tiro ad indovinare, lei mi smentisce regolarmente.

So solo che è un rapace, lo capisco dal volo quasi fermo sulle correnti d’aria: si muove appena, cambiando l’angolo d’inclinazione delle penne della coda o delle ali solo per bilanciare e mantenere la posizione. Come deve essere bello sentire l’aria che ti scorre tutt’intorno e guardare solo in basso con niente sopra di te.

Il mio moto invece è innaturale, sono in una scatola che mi isola dall’aria in movimento, e quella del pullman comincia ad essere viziata.

Stiamo entrando in città, nella mia cara, tranquilla, provinciale città; sono le due e mezza del pomeriggio e non c’è quasi nessuno in giro. Facciamo il solito percorso e ad ogni fermata scende, col suo enorme borsone da viaggio, qualche studente; chi alacremente, chi indolentemente, a seconda degli effetti del viaggio su ciascuno e delle aspettative diverse che si ripongono nel rientro in famiglia e nel fine settimana materano.

Ci avviciniamo a Piazza Matteotti, il capolinea. Intravedo da lontano il mio motorino parcheggiato lì dalle otto di stamattina, poi vedo anche la mia amica che mi sta aspettando e che, come sempre, vorrà che io le racconti con minuziosità tutti i particolari della mia mattinata di lezioni all’università, per appropriarsi, attraverso il mio racconto, del breve momento di vita che non abbiamo vissuto insieme. L’autobus parcheggia, mi alzo, prendo le mie cose e scendo. Com’è fresca l’aria sulla faccia; le gambe, dopo quasi due ore di costrizione, rinascono alla libertà del camminare. La mia amica mi viene incontro.

La fine del viaggio è il mio sorriso… la mia prima parola di saluto a lei.