I brevissimi 2018 – Vertigo di Stefano Vallini, Monteriggioni(SI)

_Anno 2018 (I sette colori dell’iride – il giallo)

Passo il badge sul lettore: orario di uscita 19 e 10.

Scendo in garage insieme ad uno degli ultimi colleghi ritardatari. Anche lui ha la macchina a piano terra. Due chiacchiere senza importanza. Lui è arrivato. Ciao, ciao, a domani.

La mia è qualche posto più in là, ma non la vedo.

Forse stamani l’ho portata fino al secondo piano.

Chiamo l’ascensore. Arriva dopo un’eternità.

Al secondo piano la macchina non c’è.

Una piccola vertigine, una sensazione di vuoto nella testa.

Allora deve essere al terzo piano, anche se non ricordo di averla portata fin lassù.

Salgo a piedi. Appena due rampe e ho un po’ di affanno. Devo fare più esercizio.

Terzo piano deserto.

Calma, ci vuole calma. Cosa ho fatto stamni.

Come al solito, ha suonato per aprire la sbarra e ha posteggiato.

Sì, ma dove?

Rifaccio tutti i piani ripartendo dal terzo e giù, ma stavolta passo per la rampa a chiocciola riservata alle auto, è la via più veloce.

Comincia a farsi tardi e non ho nemmeno il cellulare, l’ho dimenticato stamattina sul comodino.

Percorro il secondo piano per tutta la lunghezza.

Vuoto.

Giù per il toboga della rampa.

Primo piano.

Vuoto.

Di nuovo la spirale della rampa.

La forza di gravità mi spinge per la discesa accelerando ad ogni passo fino a una corsa molto più veloce delle mie gambe.

Non cado, volo. La mente parte verso confini mai visti, una perdita di coscienza, un’assenza di pensieri, un vuoto assoluto.

Alla fine, la discesa della lunghissima rampa mi immette al piano terra.

Nessuna macchina.

No, non può essere. E chi potrebbe averla portata via?

Avrei dovuto dare retta al concessionario e montare l’allarme acustico e quello satellitare.

Ci ho buttato tutto lo stipendio e un finanziamento a tasso zero.

Il primo stipendio dopo la promozione.

Sono soddisfatto, non è da tutti passare di grado dopo appena un anno dall’assunzione.

E poi sei giovane, hai tanti anni davanti, mi ha detto il capo reparto.

Una sensazione di distanza, una leggerezza, un’ilarità nervosa.

Rifletti, pensa alle azioni di stamani e rifalle al contrario.

La tracolla della borsa del portatile mi pesa sulla spalla, il braccio mi fa male.

Con le dita della mano intorpidite cerco il badge in tutte le tasche, non mi ricordo dove l’ho messo.

Dove l’ho messo?

Eppure l’ho usato solo qualche minuto fa.

Eccolo, come sempre nell’ultima tasca.

Rientro nel palazzo.

Rifaccio tutto il tragitto fino al mio ufficio, prendo le scale fino al quarto piano, come faccio tutte le mattine. Le scale fanno bene.

Alla seconda rampa devo rallentare, ho il fiato grosso, il cuore batte a mille. Accidenti, mezzo ufficio è a letto con l’influenza.

Arrivo alla mia scrivania con il solito disordine.

Sopra i fogli lasciati in disordine, vedo la penna che mio padre mi ha regalato per la laurea.

Per fortuna sono tornato indietro altrimenti chissà se domani l’avrei ritrovata. Le signore delle pulizie sono oneste, ma non si sa mai.

Non è d’oro, ma è un ricordo. Povero papà.

Come avrò fatto a lasciarla qui? Da anni sta dentro il comò in camera, mai più toccata da quando lui è morto.

Borsa a tracolla, badge in tasca.

Macchina?

Al solito posto.

Bene, vado.

In giro non c’è più anima viva, fuori è buio fermo.

Nel parcheggio un’oscura penombra.

Arrivo quasi a tentoni a piano terra e la mia auto è lì.

Non è pulita come quando l’ho lasciata.

È sporca di fango e rigata in più punti.

La targa è quasi invisibile, ma è la mia perché il telecomando fa balbettare le quattro frecce.

Quando spalanco la portiera mi prende alla gola un odore di polvere e di chiuso.

Giro la chiave e parte il cd. Ritrovo la mia musica di sempre.

Il computer di bordo accende di rosso e di giallo tutte le luci del cruscotto.

Il motore gira a tre cilindri.

Il contachilometri stamani segnava seimila chilometri, adesso ne indica quasi trecentomila.

Nel sedile del passeggero vedo una busta da lettera con una spessa riga nera a lato.

La apro stracciandone il bordo.

In genere non faccio così, ma ora sento un’urgenza che mi blocca il respiro e mi opprime il petto.