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I racconti del Premio letterario Energheia

Un’insolita nebbia – Brunella Santeramo_Garbagnate Milanese(MI)

_Racconto finalista ventesima edizione Premio Energheia 2014.

paesaggi 4Il vento di tramontana, che soffia costante su Monte, si è chetato ed una fitta coltre lattiginosa risale dalla valle, silenziosa e spettrale. Si dipana per le strade ed avvolge le case. Dalla finestra che dà sul cortile vedo solo la siepe dell’orto e la fioca luce del lampione. La nebbia ha coperto ogni cosa.

Il cane abbaia alla porta, neanche a lui piace quest’aria morta che rende nervosi.

E’ insolita la nebbia a Monte. Quando arriva accade sempre qualcosa.

Il volto di un’anziana signora si riflette nel vetro della finestra. I radi capelli, raccolti in una sottile treccia, le scendono morbidi sul seno avvizzito. Ha il viso scarno e gli occhi spenti. Curva e rugosa, poggia il mento appuntito sul petto. Sembra intenta a fare qualcosa. Mi volto, ma non vedo nessuno. La mente da qualche tempo mi gioca strani scherzi, gli occhi confondono ricordi ed immaginazione.

Sono vecchia.

La carne triste non la vuole né il Diavolo, né Cristo.

Ero bella e forte un tempo.

Avevo lunghe gambe da gazzella ed un seno generoso.

Me ne andavo fiera per le strade del paese, sfidando il cielo e la terra. Gridavo: “La terra ai contadini!” e ci credevo davvero in quel sogno di un futuro migliore. Erano i giorni dellarivolta contadina. Lottavo al fianco di Giuseppe, che da quando era tornato dalla guerra,non aveva più trovato lavoro, ma ci eravamo sposati lo stesso. Eravamo giovani, vivevamodi poco, di piccoli sogni fatti di niente. Tutto quello che oggi sembra scontato. Eravamo intanti nelle stesse condizioni, tutti ingenui ed affamati, le braccia come unica risorsa.

Appena fuori dal paese c’erano terre vergini di zappa, le terre dei latifondi che i baroni non avevano mai fatto dissodare. Le lasciavano lì, piene di erbacce, mentre la gente moriva di fame e loro stavano a guardare. La rabbia saliva ogni giorno finchè non abbiamo deciso di occupare. Per una settimana abbiamo arato e seminato quelle terre che non conoscevano il lavoro dell’uomo. Ci illudevamo che il governo fosse dalla nostra parte e che la riforma fosse dietro la porta, ma i padroni avevano forti appoggi a Roma ed un giorno sono arrivati i soldati di Scelba per cacciarci dai campi. Marianna era di vedetta ed arrivò in paese di corsa:

Ai Tre Confini ci sono i soldati!Presto venite con i bambini. Vediamo se hanno il coraggio

di sparare! ”.

In un attimo si raccolse un esercito popolare, armato di spranghe e forconi. I bambini camminavano d’avanti, noi donne di dietro. Sfilammo silenziosi, frapponendoci fra i soldati e i contadini, che già stavano venendo alle mani. L’aria rimase sospesa per un tempo che ci parve infinito. Poi il maresciallo sparò un colpo in aria. Ordinò ai suoi uomini di abbassare i fucili. Aveva anche lui dei figli. I soldati voltarono le spalle e salirono silenziosi sulla camionetta, mentre noi attoniti stavamo a guardare. Ciascuno sapeva che niente si compra con niente e che presto sarebbero tornati.

La sera del tredici di dicembre, mentre tornavamo all’imbrunire dai campi, la nebbia ci colse alle spalle e si levò veloce sino a Monte. Del nostro paesello, arroccato sulle rocce scagliose, non si vedeva più niente. Era saltata la luce ed il buio aveva inghiottito ogni cosa. Quella notte non riuscii a dormire, sapevo che quella calma apparente era foriera di un triste presagio. Me ne stavo accucciata nel letto, con Giuseppe ed i nostri bambini.

Faceva freddo e ci scaldavamo l’un l’altro. Non era ancora spuntato il sole del giorno seguente, quando sentimmo un gran rumore di passi e dei forti colpi alla porta. Prima di aprire Giuseppe guardò fuori. C’era solo la nebbia. Non fece neanche in tempo a vestirsi che i soldati buttarono giù la porta.

Sei tu Giuseppe Novello?” gli chiesero, senza attender risposta “Devi seguirci subito in

Caserma!

Le teste dei bambini innocenti, sbucarono dalle coperte.“Mamma, cosa succede?” mi chiesero assonnati, mentre il padre veniva spinto per strada, sorretto da due gendarmi. Il paese era in subbuglio. Si udivano voci di compagni in rivolta, di donne supplichevoli e di bambini spaventati a morte. Strinsi forte al petto i miei figli e li rimisi sotto le coperte. Mi coprii con una vecchia mantella e corsi fuori di casa. Cercavo di distinguere fra la nebbia un volto che mi fosse familiare, qualcuno che mi dicesse cosa fare. Di fronte alla Camera del Lavoro i soldati raccoglievano i ribelli. Li caricavano in una camionetta, coperta da un telo verde militare. Avevano i fucili puntati sulla folla e tenevano i prigionieri con il capo rivolto per terra. Ebbi paura. Cercai Giuseppe. Lo chiamai ripetutamente a gran voce.

Sentivo di essergli vicina, ma non riuscivo a vederlo. Correndo urtai in una donna che, come me, cercava il suo uomo. Era Marianna. Mi prese per mano. Mi condusse dinanzi alla camionetta. Un soldato, con il mitra spianato, ci intimò di stare lontano. Qualcuno cercò di disarmarlo. Nella lotta il soldato cadde per terra e spaventato premette il grilletto.

Vidi i colpi venirmi incontro e proseguire oltre. Mi tastai le gambe e la testa per controllaredi non esser ferita, quando udii un lamento. Appena dietro le mie spalle, un uomo giaceva per terra. Nella nebbia non distinguevo chi fosse, ma una mano mi trasse lì vicino. Vidi la testa riversa sul petto e la mano a tener le budella. Aveva gli stessi capelli di Giuseppe, i suoi stessi vestiti. Un tremito mi prese improvviso. Gli alzai il mento per incrociarne lo sguardo e vidi i suoi occhi ormai spenti. Mi guardai attorno per cercare aiuto, ma la nebbia aveva risucchiato ogni cosa. La piazza si era fatta deserta. I soldati avevano fatto ritorno in caserma. I compagni erano fuggiti, lasciando Giuseppe per terra. Solo Marianna mi teneva la mano, sfidando la paura e la morte. Pagò caro quel gesto, fu rinchiusa per un anno in prigione. Io non ebbi nemmeno il tempo di piangermi addosso. Dovetti crescere i miei figli da sola.

E’ insolita la nebbia a Monte. Quando arriva accade sempre qualcosa.

Il cane ha smesso di abbaiare, mi guarda e guaisce, seduto al mio fianco. Forse ha fiutato quest’aria malsana che si è infiltrata da sotto la porta, dagli spifferi della finestra ed è circolata in casa, diffondendo il suo profumo di morte.

La vecchia è ricomparsa nel vetro. Ripulisce un arnese ricurvo che rimanda riverberi argentei. Solleva il capo e mi fissa con i suoi occhi freddi. Lenta si alza e mi viene incontro. Il vento di tramontana ha ripreso a soffiare e le accarezza il tetro mantello di seta.

In un pugno stringe una falce, dall’altra mano cadono petali di rosa rossa, come gocce di sangue.

Le porgo il capo sorridendo.

Finalmente mi riunisco a Giuseppe.

La nebbia è qui per me, questa notte.