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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2012 – Un verde, comodo sofà di Roberto Gassi_Bari


Anno 2012 (I sette peccati capitali – L’accidia) 

Dopo aver preso per rue Mercière proseguì per Place de Jacobins. Superò il Théàtre des Célestins e Place Bellecour, fino a giungere al suo appartamento in rue Victor Hugo. Richiuse la porta di casa con il tallone del suo piede destro. Lasciò scivolare per terra il soprabito e rimase in piedi davanti al divano verde con lo sguardo nel vuoto.

Il suo amico e medico curante Mike affrontò molte ore di volo intercontinentale solo per venirlo a trovare. Dopo averlo visitato disse che quello che aveva davanti era solo l’opaca ombra di John Galliano. Nella sua memoria aveva ancora immagazzinata un esile immagina del suo amico. Muscoli tonici e scolpiti. Un sorriso che infondeva pacatezza. Uno sguardo vivo con pupille in continuo movimento. Una folta chioma nera. L’aria di chi si sudava l’onorario ma sapeva anche godere delle gioie della vita. L’invidiabile estetica del suo viso e del suo corpo erano superate solo dal suo fascino. Saggezza derivante da un vissuto pieno di esperienza e di viaggi al di qua ed oltre il continente. Un credente praticante. Riconoscente per la sua fede all’istituzione della chiesa, per la quale si prodigava con donazioni di denari e con la propria opera di volontariato.

Lavoratore instancabile ma consapevole dei suoi limiti. Per lavoro aveva rinunciato alla terra dei sogni così come amava definire la sua patria. Nel cambio con la sua nuova vita aveva ceduto la statua della libertà per la torre Eiffel trasferendosi da prima a Parigi.La Sennaper il Rhone cambiando alla volta di Lyon. L’estero era sempre stato un suo pallino ed aveva insistito con la sua direzione per andarci nonostante lo avessero scartato ad una delle prime selezioni per la formazione della squadra affari esteri. A quei tempi non conosceva le lingue e non aveva esperienze di viaggio in altri stati. Non aveva un curriculum pieno di titoli. Non era figlio di diplomatici o banchieri. Era solo sicuro di sé e che se ne avesse avuta la possibilità avrebbe dimostrato il suo valore. La sua tenacia venne premiata con la crisi economica europea e la necessità di inviare un uomo di esperienza, le cui doti fossero la diplomazia, la pazienza, il rigore e l’abnegazione al lavoro. Requisiti propri dell’anima di un uomo e non del suo curriculum.

 

Fatta la puntata John Galliano non rilanciò, ma non passo neanche la mano. Accettò la proposta di un lavoro di responsabilità in Francia immediatamente.

Salutò la sua terra dei sogni con un arrivederci guardandola dall’alto comodamente seduto in business class. La bontà di una baguette farcita lo sorprese al primo morso. I pomeriggi al Louvre stimolavano la sua curiosità, così come la presenza di Claudette che lì svolgeva il suo lavoro di guida turistica. Il matrimonio arrivò dopo pochi mesi. Il piccolo Jacque dopo un anno e mezzo circa. Margò dopo un tempo uguale. Mary invece, una bastardina a pelo corto, se la ritrovò cucciola fradicia davanti al portone dello stabile. L’adottarono senza pensarci due volte. All’ultimo arrivato diedero nome Emil.

John Galliano ricevette encomi ed aumenti di compenso per i successi raccolti in Francia. Aveva mantenuto e raggiunto gli obiettivi di budget nonostante la crisi e le strozzature dei crediti da parte delle banche. Nessun dipendente licenziato, nessuno stabilimento chiuso. Nessuna produzione trasferita all’est. Nessuna perdita considerevole. John Galliano soleva sostenere che per quanto uno possa dare anima e sudore per il proprio lavoro, l’unica cosa che viene considerata da chi valuta il tuo operato è l’importo in cifre scritto alla destra della parola totale.

Malelingue sostengono che il suo amore per l’arte e il teatro portarono John a frequentare un giro di mediocri attricette, facili a denudarsi come contropartita ad una cena o ad una bottiglia di champagne, come Ines, colf di giorno e attrice dalle diciotto del pomeriggio in poi. Il calore spagnolo di quella donna lo coinvolgeva facendogli vivere la sua terza vita. La prima era il suo lavoro che lo occupava gran parte della giornata. La seconda iniziava con il ritorno a casa, le esigenze dei suoi figli, le pretese di sua moglie Claudette. La terza quando l’imprevisto, la riunione improvvisa, l’ispezione notturna, scusavano la sua fuga serale con Ines. Si bevevano un po’ di vita per le strade di Lyon fino a mandar giù anche l’ultimo goccio di notte dandosi da fare sotto le coperte nella mansarda abitata da Ines.

Suonava note di jazz e blues con il suo sax. Dei colleghi gli chiesero di partecipare ad una serata in un locale in centro. John, come musicista ne fu onorato. Era l’ultima sera prima della chiusura per fallimento della Botte, un locale gestito da italiani che la crisi e le banche avevano costretto alla chiusura. Il successo sonoro e i fiumi di alcool esaltarono John e Michel, il fratello di Claudette, a tal punto che quella sera stessa decisero di rilevare il locale e farci un ritrovo per amici e non solo, ovviamente mantenendo tutti i dipendenti, cuoco compreso. Alla notizia si aprirono altre bottiglie di champagne e i festeggiamenti videro annunciarsi l’alba. La quarta vita di John Galliano ebbe inizio alla Botte.

Era una vita piena vissuta senza fretta, con il giusto tempo, dosandosi con entusiasmo per ognuna della sue quattro vite. Quello che rimane di quell’uomo si trovava nello stomaco allargato di una figura di oltre cento chili che fissava immobile il blu nello schermo di un canale vuoto. Il labbro inferiore pendeva all’ingiù come il suo doppio mento, mentre le palpebre lasciavano gli occhi aperti a metà. La calvizie si era fatta strada sulla nuca. Aveva le spalle curve e le gambe divaricate. Il cuscino verde del sofà aveva preso la forma delle sue natiche. John Galliano era un nome che ormai stonava con la persona che lo portava.

L’alcool nella bottiglia scendeva in modo proporzionale all’aumento dei ritardi al lavoro. Le due cose non erano collegate come sembrerebbe. Ogni mattina diveniva più faticoso alzarsi. Lasciare il caldo sotto le coperte. Questo non dipendeva strettamente dalla quantità di alcoolici ingeriti la sera prima, ma era una volontà autonoma che l’avrebbe posseduto anche sobrio. Tutto era divenuto pesante, anche l’aria. Il lavoro era il suo problema, doveva trovarne un altro per essere felice. Non necessariamente appagante anzi un lavoro monotono sarebbe stato l’ideale, un part-time l’idilliaco. Ogni collega era ricordo di un torto subito, anche inezie, ma che meritavano una giusta vendetta. Il rancore mandò in rovina ogni cordiale relazione che John aveva impiegato anni a costruire. La negligenza viziava il suo operato. I suoi successi si opacizzarono in breve tempo. Gli obiettivi divennero centri mancati. Fare a pezzi il nemico era il suo unico intento. L’aiuto e le diagnosi di Mike trasformarono un probabile licenziamento in un periodo di riposo imposto dalla stessa società che lo considerava ancora uno dei suoi uomini migliori.

La mattina si alzava al suono della sveglia per ripiombare tra le coperte dopo una puntata in bagno. Fino all’ora di pranzo non c’era modo alcuno di farlo uscire da quel letto. I suoi figli si aspettavano di essere accompagnati a scuola dal loro padre, ma la delusione smorzò ogni loro attesa. John Galliano non si presentava neanche all’uscita di scuola a fine lezione. Non gli aiutava a fare i compiti. Disertava le riunioni dei genitori, i colloqui con gli insegnanti, le attività extra scolastiche dei suoi figli, dal calcetto del più grande al balletto classico della piccola Margò. Non faceva commissioni. Non usciva a fare la spesa. Non andava per mercati. Non faceva lavori domestici. Non cucinava. Non si occupava di gestire l’economia della famiglia. Claudette non aveva più pretese ma rimpiangeva senza palesarlo le frettolose colazioni che animavano le loro vite ogni mattina. Tanto chiassose da fare da sveglia a tutto l’isolato. Le continue delusioni resero severo lo sguardo dei suoi figli, ma l’indifferenza che gli ammalò il sangue lo rese immune anche a questo.

Ines riuscì a strapparlo al suo non fare, costringendo John a seguirla in un caffè in centro. Gli parlò per venti minuti di seguito senza quasi prendere fiato. John non si faceva vivo con lei da più di un mese. La guardò dritto negli occhi tutto il tempo con il labbro inferiore che pendeva verso il mento. Ines s’interruppe quando vide negli occhi di John il vuoto. Un nero in cui precipitare per chilometri senza mai toccare il fondo. Un’anima a brandelli mangiata da una profonda solitudine. Pagò il conto e lo baciò sulla guancia lasciandolo immobile al tavolino del caffè a combattere chissà quali mostri, disperazione, paura.

John trascorse la serata della medesima giornata alla Botte. Conquistato il primo sgabello utile ordinò da bere una pinta di birra accompagnata da un cicchetto di rhum. Quella sera sullo sgabello di fronte a lui c’era il professore, un cliente abituale della Botte, un pensionato vedevo con tanta voglia di bere. Riconobbe John dopo poco e gli offrì da bere. Il professore sosteneva che la libertà di un uomo dipende dal numero di quote di sé stesso che ancora gli appartengono. Da quando nasciamo e via, via, crescendo, cediamo quote di noi stessi ad altri in modo più o meno consapevole. Ai genitori, a cui dobbiamo dare conto e di cui dobbiamo prenderci cura quando invecchiano. Molte quote le cediamo quando incominciamo a lavorare e dobbiamo prestare la nostra opera a qualcun altro per varie ore al giorno. Alle mogli, ai figli, anche agli amici. Ogni giorno, ogni vita, ogni impegno comporta perdere delle quote di noi stessi in favore di qualcuno o di qualcosa. Questo ci rende proprietari di noi stessi e del nostro tempo a volte solo per il 25 o 30 %. La teoria del professore destò John dal suo torpore riportandolo dal suo mondo nel nostro. John Galliano concluse che la sua inerzia aveva prodotto l’effetto di farlo rientrare in possesso di quote di sé stesso che aveva in precedenza ceduto vivendo le sue quattro vite. John Galliano tramutò la teoria del professore in alibi. Data l’inattività del cognato su tutti i fronti Michel liquidò a Claudette le quote del locale spettanti a John in modo da poter trovare un nuovo socio.

In giugno Claudette mandò con Mike i suoi figli in America per tre settimane. Non si dava pace per non essere stata attenta. Per non aver letto nell’esagerazioni di John il male che lo stava colpendo. Non c’è un momento preciso da individuare come principio della malattia. Un impercettibile degenerare. Un soffice cadere nell’immobilità. Quell’uomo in sovrappeso e con la bocca aperta di nome John Galliano non la degnò di uno sguardo neanche quando un attimo prima di richiudere la porta dietro di sé Claudette pronunciò il suo nome seguito da un “ti amo”. Silenzio. L’afonia nella casa lo destò dal suo torpore mentale come una cannonata. Corse per le stanze in cerca di qualcuno. La solitudine vera lo colse terrorizzandolo. Prese a calci e pugni porte e pareti. La porta di casa era lì. Unico ostacolo tra lui e le sue vite perdute. Avrebbe potuto raggiungere Claudette all’aeroporto e considerando il traffico di Lyon, l’impresa aveva buone probabilità di riuscita. La porta era lì e John continuava a fissarla dal divano. La porta era lì, a dieci passi da un verde e comodo sofà.