Un piatto di nuvole_Emilia Tetta, Roma

_Menzione Giuria settima edizione Premio Energheia 2001.
 _Menzione miglior racconto da sceneggiare settima edizione Premio Energheia 2001.

Le stringo la mano stanca e le accarezzo i capelli e la fronte e il naso e le guance e le labbra…

E’ bellissima. Riesce a esserlo anche in questo letto d’ospedale, troppo grigio per lei.

Ha le dita ghiacciate. Le ho sempre detto di farsi controllare perché temevo avesse problemi di circolazione o qualcosa di peggiore… se mi avesse ascoltato prima…

Non ci ha mai creduto. Che il freddo delle sue mani o dei piedi che cercavano i miei, di notte, per scaldarsi sotto le lenzuola, potesse spegnere la passione dei suoi occhi, ormai chiusi, e della sua fronte e del suo naso e delle guance e delle labbra. Non sarebbero state quelle mani a ucciderla, le sue mani, che avevano perdonato e, in parte, dimenticato quelle cicatrici e che l’avevano riportata al mondo. Di cui non si stancava mai di sporcarsi, che sembrava giocare con lei e tesserle tra le dita la trama di un nuovo sorriso. Che non aveva mai dimenticato. Nemmeno in quell’ospedale.

A sedici anni.

Non capivo. Non la capivo. Così attenta in riva al mare a quel racconto infinito che sembrava rapirla e portarla chissà dove a inseguire chissà quale sogno. Adorava restare immobile con il vento tra i capelli ad ascoltare i suoi pensieri che si agitavano veloci e disordinati nei suoi occhi ed erano talmente tanti che sembravano uscirle dal naso a ogni respiro e dalle orecchie e dalla bocca, senza che potesse trattenerli.

Ma oggi le ho portato la conchiglia che conservava sul comodino di fianco al letto. L’ho avvicinata al suo orecchio e ho lasciato che le cantasse ciò che non avrei sentito mai, e che le narrasse ciò che non ho capito mai.

Ho pensato al mare. E a quel punto minuscolo all’orizzonte che non vedi perché forse è dentro di te e allora tu nuoti e nuoti e ti manca il respiro e ti bruciano gli occhi e ti sembra che non ci arriverai mai.

Ho pensato a un’isola deserta e alla terra arida che nasconde un sorriso tra le crepe di una roccia.

Ho pensato al cielo graffiato dalla scia di un aeroplano e a quella bambina felice che gli aeroplani li salutava e pensava un giorno vorrei mangiare le nuvole e sentire se sanno di panna montata ma non quella amara ma quella dolce della gelateria Ping-pong di Viale Marconi. Quella bambina avrebbe voluto mordere il vento e aprire la bocca e lasciarlo volare dentro di sé e sentire se il vento intrappolato brontola come il suo stomaco quando aveva fame. Di baci, carezze, complimenti, dello stesso lecca-lecca della sorella e dei sacrifici dei genitori per comprarle, magari, il suo libro di fiabe preferito.

Di una mano che ti stringa quando a sedici anni, sei sola in ospedale e piangi e mordi il cuscino perché non vuoi farti sentire e pensi che è profondamente ingiusto che la mamma della bambina di fianco dorma con lei che non ha flebo conficcata a forza nel braccio e che tuo padre è uno stronzo o solo un bambino viziato che vuole tua madre tutta per sé perché non sa cucinare nemmeno un uovo fritto.

Ma allora viziata sei anche tu.

Che la tua mamma la vuoi vicino a te, in quel letto puzzolente d’ospedale, che ti accarezzi il viso e i capelli sudati dicendoti andrà tutto bene non c’è nulla di cui avere paura, tesoro mio.

Non me l’ha mai detto.

Mi ha odiata, perché il mio corpo malato era il simbolo del suo fallimento.

Ho pensato a quella bambina e alla sua mano fredda che salutava l’aereo. Lei un giorno ci sarebbe arrivata, lassù. In un modo o nell’altro. E lo sapeva.

Ho ripensato alla sabbia delle spiagge in agosto che arrossa i piedi e li brucia e allora non riesci a camminare ma in quel punto ci devi arrivare perché è lì che il mare incontra il cielo e allora puoi sfiorarlo e mangiarti un piatto di nuvole.

E ti butti in mare e ricominci a nuotare ma poi ti stanchi e ti metti a fare il morto a galla e il sole ti bacia gli occhi e la bocca e il naso ma l’acqua ti rinfresca tutto il corpo e entra nelle orecchie e ti fa il solletico e fa stare zitto il mondo. E fare il morto ti piace più che nuotare verso le nuvole perché nemmeno la panna montata zuccherata è dolce come il mare che ti culla. Ho pensato a una giovane donna che non mangia più la panna montata e non fa più il bagno al mare perché pensa che la panna, poi finisce o diventa acida e fa schifo e che il mare è zozzo perché tutti ci fanno la pipì. Ho pensato a quella giovane donna e l’ho vista triste e quando le ho dato un bacio, ho sentito la guancia salata e le ho chiesto hai pianto?

Mio Dio, sta piangendo!

Ma no, è solo acqua di mare. Non preoccuparti, sto bene.

Ti prego, apri gli occhi, parlami, anche solo per dirmi addio, per un solo istante… ti prego.

Ho paura.

E’ solo acqua di mare.

Ma lei il bagno non lo fa più da tanto tempo ormai…

Ho visto quella ragazza sorridere nel sonno una volta mentre sembrava inseguire qualcuno.

Sto impazzendo. Mi è sembrato che accennasse un sorriso: chissà forse è per uno degli angeli in volo fra i suoi pensieri.

Forse è per me. Chissà se può sentirmi.

Chissà.

Se si è accorta del mio bacio.

Ho paura. Ho paura di non avere il tempo per dirle che l’amo e l’amerò per sempre.

Che l’ho amata dal primo istante in cui l’ho vista. Ricordo ancora il cappellino di ciniglia marrone e la sciarpa di lana bianca e quel cappottone nero che sembrava nascondere gelosamente un segreto lontano… Mi ha dato un volantino con la stessa naturalezza con cui, mesi dopo, si è abbandonata all’impeto della mia passione. Ho ancora nella schiena i brividi che mi attraversarono dalla testa ai piedi quel giorno e posso vedere come fosse oggi, quel suo naso violentato dall’inverno e quelle sue mani, le stesse che stringo ora, che mi imploravano di stringerle fra le mie, e magari di mettermele in tasca. Di dimostrare loro che le amavo. Che le amo.

Ma mi rivedo adolescente tanto spaventato dal freddo di quelle mani da non poterle nemmeno sfiorare, da non poterle curare in nessun modo, da non poterle prestare i miei guanti.

Vorrei prestarglieli oggi quei guanti e domani e il giorno dopo ancora per ridere con lei di come sono immensi e di come, là dentro, le sue mani rischino di non trovarsi più.

Vorrei poterle dire che il mio ricordo più prezioso sarà sempre la lacrima nera di mascara che le rigò il volto quando le dissi che non volevo perderla. Eravamo partiti per Sperlonga con la convinzione che tutto, dal momento del ritorno a Roma, sarebbe finito e che i baci, i sussurri, la coca cola calda, i baci e ancora i baci sulla spiaggia dopo una notte in discoteca si sarebbero mischiati a tanti altri fino a essere dimenticati.

Vorrei poterle dire che non dimenticherò mai le grida, soffocate a stento, che hanno dipinto le pareti di speranza, desiderio, e baci e sussurri e ancora baci… quando le ho regalato l’anello d’argento con la pietra d’ambra. Era capace di fissarlo per ore e vederci un raggio di sole, l’occhio di un gatto, la lacrima di un albero…

Ho ripensato a tutte le volte in cui ho guardato la danza solenne delle foglie con gli occhi curiosi e assetati di mondo.

Li chiudevo e mi sembrava di poter avvertire il momento esatto in cui ogni foglia, anche la più piccola, si staccava dal proprio ramo e cadeva al suolo. Quel momento aveva il rumore sordo dell’ultimo bacio, dell’addio, dell’infinito. Il rumore di un distacco che non vuole farsi sentire.

Mi sembrava di ascoltare il lamento dell’albero e di vedere la sua lacrima sporca asciugata dal vento. L’albero avrebbe continuato la propria vita senza le sue foglie ma queste sarebbero rimaste attaccate a lui, per sempre. Anche se alle radici.

Mi diceva spesso che le mie mani come i miei piedi intrecciati ai suoi erano freddi. Come una foglia uccisa dal suo inesorabile destino…l’albero avrebbe continuato la sua vita anche senza quella foglia…

Ma lui aveva paura.

Che l’albero non ne fosse più capace. Che io non riuscissi a vincere il freddo delle mie mani…

Io non ci ho mai creduto. Che un piede, una mano, potessero smettere di pulsare prima del mio cuore…

Ho visto una giovane ragazza dare uno schiaffo a un ragazzo carino perché lui non voleva darle i suoi guanti perché temeva che lei non glieli restituisse mai più e lui a quei guanti ci teneva e lei aveva sempre dimenticato a casa tutti i maglioni e le penne e i fogli che lui le aveva prestato ma quei guanti sì, glieli avrebbe ridati.

Ne era sicura.

Ma lui non voleva e allora lei gli ha dato lo schiaffo e gli ha detto non ti voglio più bene e se ne é andata via.

Lei i guanti di quel ragazzo li voleva proprio tanto e non capiva perché non volesse darglieli. E allora lei ha pensato quel ragazzo in fondo puzza come le cozze e a me le cozze, fanno schifo perché da piccola ne ho aperta una e ho visto tutte le viscere e allora non ho voluto mangiarle più. E in fondo quel ragazzo è antipatico e non vuole mai fare i miei giochi e leggere le mie favole preferite o i miei temi e cantare con me. Ma poi una notte non riusciva a dormire e io le ho detto prova a contare le pecore ma lei non sapeva immaginarle.

Allora le ho cantato la ninna nanna ma lei mi ha strillato non rompere le palle e allora io sono stata zitta. Poi lei si è messa a piangere e io non ho capito. Allora lei si è alzata e ha aperto un cassettone e ha preso un maglione marrone e lo ha annusato. Io ho capito. Lei ha capito.

Che il vento si è insinuato tra le fibre di quel maglione e vi ha narrato la sua storia e che quel punto all’orizzonte, nel mare infinito, in cui tendendo la mano sembra di sfiorare il cielo e le nuvole è a scuola quando mi perdo nel sorriso che mi regala ogni volta che mi vede.

Che la sua mano che mi sfiora mi fa tremare e allo stesso tempo mi regala un piacere sottile e tagliente, proprio come quando facevo il morto a galla da piccola.

Che lui è quell’aereo che salutavo e su cui volevo salire per sfiorare l’azzurro quando credevo che si potessero mordere le nuvole.

E che lassù non ho bisogno di guanti…

Questa mattina ho dato un bacio a un ragazzo triste che sedeva vicino a una ragazza che ha il cuore molto debole e non può correre e nuotare e mangiare la panna montata e aprire gli occhi e respirare da sola. Ha dei tubicini nel naso come quando faceva l’aerosol da piccola e ha una televisione sempre spenta e sullo schermo nero c’è una linea verde che saltella a ogni battito del cuore. Ho dato un bacio a quel ragazzo che stringe la mano stanca di quella ragazza che dorme e anche la sua guancia era salata e di sicuro non ha fatto il bagno al mare. Io volevo che assaggiasse la panna montata del mio gelato ma lui ha detto che no, adesso proprio non gli va.

Io gli ho detto che quella panna era zuccherata e che magari se chiudeva gli occhi, gli sembrava di leccare le nuvole e allora poteva sfiorare la mano di neve di quella ragazza che insegue gli angeli e sorride…

Ripenso a tutte le volte in cui ho desiderato mandare tutto all’aria solo perché non riusciva a dare un nome ai suoi sentimenti spaventata dal loro vento freddo, capace di squarciare le tende d’aria e sole che la separavano dal mondo. Tende di seta che anche un cenno impalpabile – il mare in tempesta, una voce violenta, uno sguardo severo, un temporale, l’indifferenza del mondo e i suoi colori stonati e le sue note accese… – riusciva a sgualcire.

Quante volte ho desiderato che fosse solo suo l’odore di marcio che cadeva sul pavimento tra le lacrime stanche, perché una coccinella puoi chiuderla in un vasetto a farsi macerare dal suo impercettibile, frenetico respiro, ma l’intero bosco che ospitava l’affannoso susseguirsi di voli e lamenti di quella coccinella, no, non puoi confinarlo…

Volevo solo sentire banale e scontato, come tanti, anche il nostro noi, per una volta almeno e speravo di poter sconfiggere i suoi mostri – struttura autolesionista, per i medici… feroce coerenza, per me… ma non poteva farlo: quell’incastro forzato fra i cocci taglienti e le tende di seta, le avrebbero tolto il respiro prima del suo stesso cuore…

Voglio solo rivedere i suoi occhi da cerbiatta, oggi…

Ho visto quella ragazza inseguire un cerbiatto e accarezzarlo e baciarlo insieme agli angeli.

Lui stava sdraiato su una nuvola e non riusciva ad alzarsi in piedi e a camminare e a correre. Faceva dei respiri corti e veloci come quando ho finito di fare a gara con mia sorella per arrivare per prima alla macchina perché chi arriva ultimo, è scemo, poi gli angeli hanno fatto un girotondo intorno al cerbiatto insieme alla ragazza e lui si è alzato ed è volato via con le sue ali nuove.

Ma adesso quella ragazza è davvero molto stanca e ha il fiatone come il cerbiatto stanco e non riesce a tenere gli occhi aperti come quando si addormentava davanti alla televisione prima di cena da piccola e la mamma strillava, così forte che pensava potesse scoppiare, non puoi dormire perché é troppo presto e dobbiamo cenare!

Non puoi lasciarmi adesso, ti prego… non lasciarmi… è troppo presto.

Ma lei aveva davvero troppo sonno allora si sdraiava sul divano – e lei ora è sulla nuvola… –

E si addormentava e non sentiva più strillare la mamma e non vedeva più i suoi cartoni preferiti e non voleva più cenare…

Devi lottare… ti prego, non puoi arrenderti, non ora, non in questo letto sudicio, non puoi… non puoi arrenderti, non l’hai mai fatto… ti prego, angelo mio…

Sei sempre stata più forte di qualsiasi dolore… hai lottato nell’incubatrice di Venosa e poi in quella del mondo… per sopravvivere… devi continuare a lottare…

Ma quando uno ha veramente tanto sonno – quanto il mare e il cielo con tutte le stelle e il sole e la luna, quanto tutte le nuvole e i bambini di tutto il mondo che vorrebbero morderle – deve dormire…

……………

Ho visto piangere un ragazzo vicino al corpo di quella

ragazza che mi hanno detto è andata in cielo.

Lui le ha regalato i suoi guanti…

La scia di un aeroplano… il girotondo dei bambini… una

tavola apparecchiata.

E quello è un piatto di nuvole!

… E lassù non ho bisogno di guanti.