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I racconti del Premio letterario Energheia

Un dolce vermiglio fior_Olga Di Gesualdo, Campo di Giove(AQ)

 _Racconto finalista ventunesima edizione Premio Energheia 2015.

donna“Adoro le sciarpe invernali, fatte di quella lana doppia e calda, che nei giorni d’Inverno ti avvolgono sì dolcemente, scaldandoti il collo, il mento e anche parte del naso, senza soffocarti, perché gli interstizi della loro trama lasciano entrare aria sufficiente per la respirazione; periodicamente si è costretti a girarla attorno al collo, in modo da avere davanti al mento una nuova porzione di stoffa asciutta, poiché la precedente, inumidita a causa della condensa della bocca sulla lana, provoca un pizzichìo alquanto fastidioso sulla pelle. Sì, non è Inverno, ma a me piace portarla ugualmente, fin sotto le ciglia inferiori. E’ vero, siamo in Giugno e indosso i pantaloncini, ma l’importante è salvaguardare la gola perché, come ammoniva sempre nonna, è la causa di tutti i malanni. La tirerei fin sopra gli occhi se non impedisse la vista, poiché i raggi del Sole mi irritano molto la pelle da un anno a questa parte e soprattutto me la rendono livida e lucida, e sono costretta a coprirla con gli occhiali da Sole. Per fortuna sono sempre un capo di tendenza e questi, che sono di mia sorella minore, che ha un viso paffuto e ovale proprio come quello di papà, sul mio viso stanno grandi abbastanza da riparare l’ampia porzione che ho sempre irritata… Sì, li indosso anche quando piove, ma ho una cute così sensibile che persino la pioggia mi crea strani eritemi. Amo starmene da sola e soprattutto uscire di sera e camminare sotto i portici inosservata; non sopporto la gente che mi guarda e si scambia parole incomprensibili; al giorno d’oggi sembra che ognuno per stare bene debba entrare nella vita degli altri, per estrapolarne, anzi, rubarne dei dettagli, anche rendendoli distorti, per poi giudicarli, commentarli e scandalizzarsi delle azioni altrui, che non sono poi tanto diverse dalle proprie. Giudicare, chiedere, farsi i fatti degli altri, parole, parole, parole. Cosa c’è di strano nel portare bracciali fino sotto al gomito? C’è una legge che lo vieta? Se esiste giuro che smetterò di indossarli, ma fino al giorno in cui qualcuno non me la porrà sotto gli occhi io continuerò a portarli. Come doveva essere bello prima poter ascoltare un po’ di silenzio;  la natura non chiede: vive e lascia vivere. Vorrei essere un fiore: libero, colorato, indisturbato, che possa nascere, crescere e morire, senza avere relazioni, senza dover dare spiegazioni, senza dover sentire urla, senza aver paura della notte, del buio che ti ingoia, del silenzio tragicamente profanato da parole taglienti, vetri taglienti, gesti taglienti. Vorrei essere un fiore. Solo un fiore. Vorrei semplicemente esistere, solo per me stessa e non aver più la lingua in modo che non mi venga chiesto più niente, mai più niente. Non voglio parlare, né che si tenti di capirmi. Ecco perché mi piace star sola, perché dico a me stessa solo ciò che voglio sentirmi dire, ovvero che tutto va bene. Perché alla fine è vero che va tutto bene. Anzi, alla grande. Zoppico un po’ magari, ma l’artrite è sempre stata un problema di cui in famiglia, chi a un’età, chi ad un’altra, si è sofferto. Ho un perenne e lancinante dolore che mi investe la gamba destra fin sotto il gluteo e questo mi impedisce di sedermi liberamente. Infatti evito di farlo, tranne che in casa, poiché posso adagiarmi soltanto con metà bacino, evitando che l’altra parte entri in contatto con qualunque  tipo di superficie. A ventotto anni è curioso avere l’artrite, ne sono consapevole, ma è un fattore genetico, ne sono sicura, ed io sono stata semplicemente sfortunata ad averla contratta così da giovane. Ma pazienza. Quanto sono sciocca, ma a chi devo dare spiegazioni? Ho l’artrite e basta. A R T R I T E. Se qualcuno me lo domanderà dirò subito che è solo artrite. Ed è per questo che mi faccio portare la spesa a casa dal corriere, per evitare di dover uscire e sforzarmi e, tra l’altro, anche di prendere ulteriori eritemi sul viso. Tutto torna. Sono felicissima, ho un marito stupendo. Un po’ orso, è vero, ma siamo molto simili di carattere. Sì, prima uscivo  decisamente più spesso, ma sono felice di accontentarlo e in fin dei conti ha ragione, dopo il matrimonio è giusto che io stia un po’ più a casa. Effettivamente non ho più l’età per andare a ballare e i vestiti corti ho smesso di indossarli. Sono soddisfatta di essere così maturata e di fare tali ragionamenti. Siamo sposati da due anni. Figli? No, ma devo ammetterlo, è colpa mia. Mi stresso troppo e non metto abbastanza impegno. E’ causa mia, solo mia. Fumo molto, oltretutto. O meglio, non ho sempre fumato così, ma ultimamente sono un po’ nervosa e questo mi aiuta molto a scaricare la tensione. Nonostante vada tutto alla grande e abbia un gioiello di vita ho una strana ansia addosso che mi attanaglia e una buona sigaretta prima di andare a letto aiuta a rilassarmi. Le ho provate tutte: tisane, camomilla, yoga, musica classica, ma non fanno per me. Anzi, non fa proprio per me il dormire. Mia madre si lamenta, non mi faccio né vedere né sentire mai, o più precisamente, non come prima. Ma ora ho una mia famiglia e non posso stare attaccata a lei; anche Ruggero me lo dice <<Smettila di star sempre attaccata alla gonna di mamma. Ogni cosa che ti accade devi dirla a me. Dove vai, con chi sei, cosa fai, con chi parli, chi incontri, cosa compri, devi dirlo a me. Solo a me>>. Ed effettivamente ha ragione, è mio marito. Non ho più venti anni dopotutto. Non ho più venti anni, quando d’estate io e le mie solite amiche di vacanza, dopo aver ballato sulla spiaggia a piedi nudi tutta la notte, giacevamo stanche sulla riva umida e attendevamo il primo mattino, per poter guardare insieme l’alba, che tingeva l’orizzonte col suo dolce color di rosa e ci portava con la brezza il forte odore del pesce appena pescato dai solerti uomini, già attivi a quell’ora, ai quali Ada, la signora del locale di legno sulla riva in cui ci sdraiavamo, comperava le acciughe, che poi pastellava e con cui facevamo colazione, insieme ad un buon succo di limone. E’ lì che conobbi mio marito. Le mie amiche… chissà come stanno, cosa fanno. Ruggero mi ha cancellato i loro numeri e anche se mi avessero scritto io non lo saprò mai, perché è lui che controlla i miei messaggi. Non le ha mai sopportate e per paura che potessero continuare a indurmi ad uscire di sera con loro me le ha fatte dimenticare. Dimenticare… Come se bastasse un telefono per scordare una vita; la MIA vita, perché questa che ho ora fa schifo e non mi appartiene. Non va bene niente, mamma. Oh mamma, dolce mamma, quante volte invano la notte ho cercato le tue dita affusolate e l’anello del tuo anulare, che giravo continuamente col mio indice di bambina, perché mi conciliasse il sonno. Adoravo il tuo anello condiviso con papà, che ti ha permesso di essere la sua principessa, che anche io avrei sempre voluto diventare. Non voglio più indossare questa ridicola sciarpa, questi goffi occhiali e questi stupidi bracciali di nichel che coprono i segni della mia vergogna, della mia giovinezza rubata. Non mi nasconderò più, mai più. Torno da te mamma. Spedisco una lettera allo zio: ci penserà lui a chiamare i carabinieri, io vengo da te! Arrivo a riprendere in mano la mia vita e la bellezza dei miei ventotto anni e non sarò più costretta a tagliare i miei lunghi capelli “di seta”, come dicevi tu, che quando ero più piccola tanto ti affannavi per rendere lisci e lucenti la mattina prima di andare a scuola. Non laverò più con le mie lacrime i pezzi di vetro dei piatti in frantumi che vedo troppo spesso volare sul mio capo, come dischi aerei, che avrei sempre desiderato fossero le navicelle di marziani, giunti in casa per rapirmi e portarmi da te. Non desidererò più guardare dal balcone la mia vita volare giù fin sulla terra umida, per poter essere il suo dolce fior vermiglio, non più costretto a parlare.”

Livia spense sul balcone in ferro battuto il mozzicone di sigaretta, prese freneticamente un foglio A4, in cui scrisse non più di quindici parole, sulle quali esitò qualche attimo e, sbattendo la porta alle sue spalle, uscì. Lo spiffero della tiepida aria serale di Giugno, che entrò in casa a causa della corrente, mosse il fumo della sigaretta, che disegnò, movendosi, tondeggianti e irregolari ghirigori sospesi e fece uscire e volare fuori dal cestino poche delle piccole centinaia di frammenti di un foglio A4. Di una lettera che non partì più.