Caricamento in corso
I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2017 – Un cerino acceso in una notte senza luna di Ugo Criste_Genova

anno 2017 (I colori dell’iride – rosso)

Che non rivedevo Marta saranno stati trent’anni. Ma che dico! Almeno trentacinque. Ci eravamo lasciati con un ciao e con la promessa  di rivederci il mattino  seguente. Invece il mattino seguente salì su di un treno e si diresse a Parigi. Non mi dedicò un saluto,mai mi chiamò. Non ne sentì probabilmente il bisogno. Del resto,pensai nel tentativo di concederle una necessaria giustificazione,io per lei ero solo un amico. Un po’ più di un amico,a dire il vero. L’avevo conosciuta al primo anno di università. Ricordo che portava un basco di color rosso. Lo teneva di lato. Talmente di lato che a volte si aveva l’impressione che le potesse cadere. Alle assemblee studentesche prendeva sempre la parola. I suoi interventi erano infuocati,colti,raffinati. Marta non era per i compromessi. Li  considerava cedimenti. Lei cercava la purezza. Diventammo amici proprio grazie al suo basco rosso. Stavo salendo le scale per recarmi all’aula magna,quando lo vidi cadere dall’alto. Cadde posandosi sulla balaustra a un metro da me. Seppi subito a chi apparteneva: era intriso del suo profumo,serbava ancora il suo calore. Lo raccolsi e glielo portai. Diventammo amici. Qualcosa di più che amici. Tuttavia la nostra storia d’amore rimase sempre sospesa. Ci laureammo nel medesimo anno: lei ottenne la lode. Dopo la laurea ci perdemmo di vista. La incontrai,un anno dopo,presso un Editore. Dovevo tenere un colloquio di lavoro. Mi fecero accomodare e l’occhio mi cadde su di un attaccapanni: vi scorsi un basco rosso:Marta faceva l’editor. Non venni assunto,tuttavia dopo quel casuale incontro ricominciammo a frequentarci. Poi,appunto,sparì. Quando  l’altra sera Marta mi telefonò non seppi cosa rispondere. Le accennai del suo  lungo silenzio. Mi chiese di comprenderla. Di non tenerle rancore. Mi raccontò del suo matrimonio,andato poi a rotoli,con un francese,mi parlò della sua solitudine. Le risposi che del suo matrimonio non ne sapevo nulla,che per scelta non mi ero sposato. Mi disse che sarebbe arrivata a Roma con il treno. Che giunta in stazione avrebbe avuto piacere incontrare una faccia amica. Fu per questo che non riuscii a negarmi. Le ricordai che erano passati tanti anni e che forse non ci saremmo neppure riconosciuti. Io per esempio,le dissi,a quei tempi ero magro e portavo i capelli lunghi. Ora ho incipienti calvizie e peso un quintale. Lei mi rispose che l’avrei riconosciuta anche in mezzo a una folla di gente,ma che però non intendeva svelarmi la ragione. Mentre diceva questo mi venne da pensare al suo basco rosso,ma tacqui. Forse lei,pensai,portava ancora quel suo copricapo e intendeva verificare la mia memoria. Adesso sono in attesa del treno. Lo vedo arrivare. Entra in stazione. Molte mani si agitano per inviare i propri saluti. Qualche bambino piange,un cane abbaia senza sosta. Si aprono le porte e sul marciapiede si riversano persone. Una marea di corpi invade la banchina. La calca si fa impenetrabile. Persino i volti spariscono,diventano tutti simili. Guardo le teste. Molte sono scoperte. Altre portano i cappelli. Ma nessuno indossa un basco rosso. Poi la vedo. Spicca luminosa come un cerino acceso i una notte senza luna. La riconosco perché veste un cappotto rosso. Mi sorride e fra le mani agita il suo basco rosso.