Ultimo mercoledì di Jacopo Ricci_Roma

_Racconto finalista Premio Energheia 2018
Miglior racconto per la realizzazione di un cortometraggio

I larghi viali dei quartieri costruiti a Roma da urbanisti piemontesi alla fine dell’Ottocento rispettano il criterio della squadra e del righello, e si estendono lungo il piano dell’antica campagna con linearità e garbato buongusto. Certo, ogni tanto un palazzo un po’ troppo disinvolto rompe il ritmo, con stucchi e fregi classicheggianti che pretendendo tradiscono l’eleganza; ma comunque prevale la continuità del simile, la forza della norma, il fascino discreto e ragionato di facciate scandite da finestroni mai fuori posto, che si ripetono senza variazioni sostanziali. A mutare, con il crescere e il decrescere dei numeri civici, è il colore delle facciate dei palazzi. L’ocra è decisamente inflazionato, ma hanno un ruolo non secondario anche il rosa mitigato e il bianco sporcato di grigio. Certamente non si trascende mai la pacatezza del colore pastello: le vere macchie di tinta che danno carattere al prevedibile paesaggio dell’urbe umbertina sono le chiome spettinate degli alberi allineati lungo il viale, intense di foglie e di vita, un po’ fuori contesto, ma a loro modo rispondenti all’imperativo della misura. Non c’è un albero che sia più alto degli altri, né uno che resti verde e vivace quando gli altri sono fiaccati dai mali d’autunno. Non ce n’è uno che non s’infradici, quando la pioggia si riversa violenta sulle cose e sulle case, né uno che si esima dall’essere per gli stormi in pellegrinaggio occasione di riposo e ripensamento. Gli alberi dei lunghi viali dei quartieri di fine ottocento si assomigliano un po’ tutti, vestono la divisa dell’ordine, scontano la condanna ch’è propria di ciò che l’uomo sottrae alla natura: scontano la prevedibilità.

Al civico centoventisei si posizionava un possente palazzo stuccato d’ocra percorso da balconi lunghi e stretti striati di ferro battuto, la cui facciata era parzialmente nascosta dalle frange di un grosso faggio. Dietro ad un portone di legno scuro spesso come una parete, una piccola donna di origini siciliane, ma romana d’adozione da un numero non indifferente di decenni, si affannava tutto il giorno a sbrigare le opere pratiche, semplici e faticose, che i condomini affidano solitamente alle portinaie. Nina, questo era il suo nome, era esile e minuta, aveva spalle ben curve e ventre un po’ gonfio. Il volto, pieno di nei, sembrava percorso da una vivace fila di formiche. Lavorava al centoventisei da almeno dieci anni, ma non sapeva dire esattamente che mestiere svolgesse, sebbene tutti gli abitanti dello stabile la chiamassero “la portiera” e si rivolgessero a lei con i gesti grossolani che i borghesi riservano alla gente di fatica. Quel modo di indicare il suo ruolo, sinceramente, le stava un po’ stretto, le sembrava non rendesse giustizia alla sua opera, che non si esauriva certo nelle attività di cura e manutenzione, come pulire i pavimenti e le maioliche, lucidare le maniglie e le teste leonine del portone, distribuire la posta nelle buche delle lettere e dare da mangiare ai gatti del cortile. Nina, in verità, dalla penombra del suo gabbiotto, dietro a cumuli di cruciverba lasciati a metà, assisteva alla vita degli abitanti dello stabile del civico centoventisei, osservando, seguendo con lo sguardo e con le orecchie, accumulando nella mente un gran numero di segreti, alcuni dei quali addirittura indicibili, compromettenti, riservatissimi. E d’altronde solo in virtù della sua mitezza, di una passiva silenziosità che la faceva passare per lo più inosservata, aveva potuto assistere agli eventi senza che i condomini la notassero e si inibissero. Per loro Nina era una macchina, una macchina efficiente che sbrigava faccende e la mattina salutava gentilmente, per poi passare il tempo residuo a risolvere parole crociate. Non le badavano minimamente, era poco più che un arredo dell’androne, o forse poco meno. Ma se solo lei avesse voluto parlare, se solo avesse raccontato pubblicamente le verità cui aveva assistito, avrebbe fatto implodere almeno la metà delle tranquille e felici famigliole impiegatizie che consumavano le loro ipocrisie nelle stanze dei piani superiori. Di parlare, tuttavia, non aveva ragione. Di sperperare la sua ricchezza, le sue certezze compromettenti, che le consentivano di esercitarsi nell’arte sublime e pericolosa dell’illazione, non aveva alcuna voglia. La divertiva molto sentirsi custode unica della verità, la elevava a un ruolo tutt’altro che scontato: lei era il punto di equilibrio, la chiave di volta da cui dipendeva la stabilità dell’intero edificio. Se solo avesse parlato, o anche semplicemente accennato, tutto sarebbe crollato rovinosamente, ci sarebbero stati divorzi, cause familiari, contese ereditarie, baruffe e controversie. Altro che portinaia, Nina si sentiva una vestale votata al silenzio, una protettrice del difficile equilibrio che fa stare in piedi le costruzioni più avventate. Poi, nel tempo libero, lucidava anche le maioliche.

Nina aveva una sorella gemella, anch’essa come s’intende romana di adozione e siciliana di nascita. Si chiamava Rosa. La distingueva da Nina lo zigomo leggermente più pronunciato e una quasi impercettibile stortura verso destra del minuscolo nasino. Rosa portava il velo, viveva con le sorelle orsoline in un monastero sul Monte Gianicolo dai cui giardini si scorgevano a perdita d’occhio le mille cupole di Roma. L’ultimo mercoledì del mese, dopo avere pranzato alle undici e tre quarti, Rosa andava sempre a trovare la sorella. Si incamminava con passo disinvolto, scendeva i tornanti che conducono nel cuore del Vaticano, si lasciava alle spalle Piazza San Pietro e giungeva sul lungo viale scandito dall’omogeneo ripetersi delle facciate dei palazzi. Quando le due finalmente si ritrovavano non v’erano né baci né abbracci, ma parole sintetiche, quasi monosillabiche, per sapere se tutto andava bene, se tutto procedeva per la normalità. Nessuna nuova, buona nuova, era il significato implicito delle loro micro-conversazioni. Si capivano al volo, le due, e parlavano un dialetto tutto loro, un siciliano di provincia pieno di suoni infantili, che non eccedeva mai e tendeva ogni istante ad esaurirsi nel silenzio. Rosa restava una mezzoretta, aiutava Nina ad innaffiare le piante del cortile (c’erano rovi di rose e aiuole di gerani). Ogni volta Nina resisteva alla tentazione di raccontare alla sorella i pettegolezzi e i segreti del palazzo, nonostante avesse una voglia irreprimibile di aprirsi con lei. Rosa, Rosa non avrebbe apprezzato. Nina sapeva che Rosa amava il silenzio, e la discrezione, e d’altronde cosa ci si sarebbe potuti attendere dalla cameriera del Papa? Il silenzio vinceva e le teneva in silenzio, poi la visita terminava e le due si salutavano, con un semplice bacio secco e veloce sulla guancia. Passava un mese di giorni uguali, e Rosa nuovamente tornava. Nina era molto contenta quando la sorella veniva a trovarla, Rosa era l’ultima parente ancora in vita che le restava, l’ultimo volto che era in grado di restituirle gli odori e i colori della casa di Agrigento, sperduta nell’oliveto fitto fitto, e il sapore del latte di capra appena munto, e il sentore salino del mare quando il vento spira verso la costa. Una sensazione che non avrebbe saputo definire, tuttavia, la teneva da qualche tempo in ansia, e le impediva di respirare a pieni polmoni l’aria pulita degli antichi ricordi. Le sembrava che Rosa fosse, in un certo senso, troppo vicina al Cielo. La sua missione e la sua inestinguibile fede la assorbivano così tanto che la presenza della piccola donna stava diventando sempre meno fisica, sempre più evanescente, quasi che un male inguaribile la stesse consumando. Ma Rosa stava bene, la chioma bianca, nascosta dal velo, era luminosa e la carnagione olivastra si colmava di rossore al contatto con il vento dell’autunno. Gli occhi piccoli erano vispi, la bocca ben rossa, le rughe creavano solchi lievi, senza graffiarle il volto, senza segnarlo in modo indelebile. Godeva di buona salute, il corpo centrava poco, Nina aveva una sensazione diversa, aveva la sensazione che Rosa avesse un’anima e che quell’anima si stesse indirizzando verso un’elevazione che ben presto la avrebbe sottratta al mondo dei vivi. Nina era arrabbiata con la sorella. Lei alla vita si sentiva molto affezionata, ai gatti e alle piante del cortile, alle nuvole grigie dell’autunno, financo a quegli strani animali che abitavano scimmiescamente i piani superiori. Ciò che la teneva incollata alla terra e le faceva scorrere il sangue nelle vene era soprattutto il ricordo vitale e vivido della infanzia perduta, e tutte quelle cose come il latte caprino e gli ulivi che si vedeva comparire davanti quando guardava la sorella negli occhi. Per questo covava grande rabbia nei suoi confronti, non si sentiva ascoltata, si sentiva tradita: lei poteva anche aver fatto la sua scelta, ma doveva tenere presente che si sarebbe portata dietro in chissà quale mondo l’illusione gioiosa che il passato ogni tanto ritorni, ovvero tutto quel che di importante a Nina era rimasto sulla terra.

«Ti aspetto il mese prossimo» le disse una volta, alla fine di novembre, mentre Rosa si congedava sotto una pioggia battente. Il velo bagnato le aderiva sul capo, la testa era simile a un uovo di cioccolato fondente, di quelli che si mangiano a pasqua. Rosa non rispose, sorrise, le mandò un bacio con la mano. Aveva il sorriso della mamma, che era quello della nonna. Un sorriso sottile, bonario, poco espressivo, pieno di significati inespressi, consegnati con saggezza alla decifrazione degli osservatori. Poi si voltò, e si incamminò. In un istante Nina comprese il senso di quei lievi gesti, e le vibrò il cuore. Non la avrebbe mai più rivista. Le lacrime le salirono veloci da misteriose sorgenti, sino a sgorgare, poco a poco, senza scrosci, dalle fessure degli occhi. Si domandò quale fosse la cosa giusta da dire, cosa avrebbe potuto aggiungere, come avrebbe potuto salutarla, si chiese se la sorella si sarebbe girata, se la avrebbe guardata per un’ultima volta. Rosa diventava un puntino sempre più piccolo, e la pioggia era velo aggiuntivo alla piccola figura, già di per sé velata. Ad un certo punto sparì del tutto, chissà se girando un angolo o salendo verso il cielo rampicandosi sulle corde di pioggia. Nina non lo avrebbe capito mai, Nina si accontentò di capire che ora era sola al mondo, e non si stupì quando tre giorni dopo ricevette un breve telegramma dal monastero del Gianicolo. Diceva poche cose, che Suor Rosa era stata consumata da una febbre in pochi giorni, che ora stava bene e viveva con gioia nel Regno dei Cieli. Nina non pianse, strappò il bigliettino e si mise subitissimo a spazzare le foglie davanti al portone. Ora aveva un altro segreto da custodire.

La mattina successiva, alzatasi come al solito alle cinque, si trovò di fronte ad uno spettacolo incredibile. Del grosso faggio che da un secolo teneva in ombra le finestre e i balconi del civico centoventisei non restava che una sagoma carbonizzata: un fulmine, durante il lungo temporale notturno, lo aveva colpito, riducendolo ad uno scheletro sterile. Aveva bruciato per un’ora, poi c’era stato l’intervento dei pompieri, ma lei, sotto l’effetto dei sonniferi, non si era accorta di nulla. Nel pomeriggio il comune mandò degli addetti che tagliarono i rami anneriti, e il fusto vigoroso. Alle cinque il faggio era altrove, e il viale sembrava fosse stato privato di qualcosa, appariva disadorno, parzializzato, frantumato nella sua ordinata prevedibilità. Nina provò proprio la sensazione che qualcosa mancasse, e senza saperne la ragione le venne da pensare a Rosa, e a tutti i mercoledì di fine mese nei quali avrebbe atteso invano che dietro i tronchi allineati spuntasse il sottile profilo scuro di sua sorella.