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I racconti del Premio letterario Energheia

Tutto il tempo di questo mondo_Cristiano Scavongelli, Ortona(CH)

_Racconto finalista decima edizione Premio Energheia 2004.

1

Esiste questa leggenda tra i Bantu.

Raccontano che quando le nuvole scivolano fuori dall’orizzonte e la loro ombra inizia a coprire la terra secca e spaccata, quando il tuono inizia a rumoreggiare e i fulmini si abbattono sugli alberi, spezzando tronchi vecchi come il mondo, bruciando legno, incendiando corteccia, allora gli spiriti dei morti riprendono consistenza e tornano fra gli uomini.

Per sfogare la loro collera. Per volere di un qualche Dio supremo. Di un qualche demone infastidito dal nostro odio, dalla nostra rabbia.

I bantu credono che gli spiriti dei morti non abbandonino mai la terra.

Deve esserci un fondo di verità in questo, vedete.

Lo so. Me lo sento dentro. I morti non ci abbandonano mai.

La loro collera nemmeno.

Il soldato era immobile al centro del villaggio.

La pioggia ruscellava, inquieta sulla mimetica color sabbia, pesanti gocce grosse come proiettili martellavano l’elmetto in kevlar del soldato, ticchettando come nacchere. I pesanti anfibi, marrone scuro affondavano nella terra ridotta a fango, tendaggi di acqua vaporizzata scivolavano tra le capanne di mattoni di fango disseccati e spaccati dal caldo, penetravano attraverso tetti di paglia sfibrati dai venti roventi che venivano dal deserto.

Quella pioggia non sarebbe durata. L’avevo visto accadere anche troppe volte. Il tuono ruggì da qualche parte in alto, sopra di me. Presto avrebbe smesso di cadere. Presto la collera degli spiriti si sarebbe placata. Presto avremmo avuto modo noi di sfogare la nostra.

Non c’era nessuna fretta. C’era tutto il tempo di questo mondo per farla esplodere fuori.

Tutto il tempo di questo mondo.

Mi sistemai meglio, al riparo del cespuglio di erba secca e rachitica, le spine dure come aghi di ferro che mi bucavano la pelle delle braccia. La pioggia picchiava forte su di me.

Cadeva, fredda e dritta da un altro luogo, da un altro tempo.

Portava con sé ricordi di altri tempi. Di tempi che se n’erano andati e che non sarebbero tornati più. Portava il profumo di tempi ancora di là da venire.

Sentivo odore di polvere da sparo, di fumo, di fiamme saturare la pioggia.

Sentivo l’odore di qualcosa che sarebbe arrivato. Identico a quello che era stato, prima.

Giù, cinquanta metri sotto di me, il villaggio era un’accozzaglia di pareti di fango e tetti di paglia buttati alla bell’e meglio su un pezzo di terra dura come pietra e altrettanto secca. Gli alberi erano stati rimossi per un raggio di circa venti metri tutt’intorno al perimetro delle capanne, qualche moncone stecchito spuntava ancora dalle zolle disseccate.

Qualche pazzo aveva creduto che quella terra potesse essere coltivata. Che ci si potesse ricavare di che vivere.

Tutto sbagliato. Tutto dannatamente sbagliato.

Magari sarebbe spuntata qualche pianta di patate. Magari qualche verdura commestibile. Magari del grano. Chi diavolo aveva mai visto com’era fatto un campo di grano? Chi diavolo l’avrebbe mai visto? E, meglio ancora, a chi diavolo poteva importare com’era fatto finché c’erano gli americani in mimetica color sabbia e elmetto in kevlar a distribuire latte e farina?

Già, a chi diavolo poteva importare di elemosinare finché si aveva la pancia piena?

Non mi mossi. Rimasi in attesa. Il soldato rimase immobile al centro del villaggio. Rimase a fare la guardia a una dozzina di capanne abbandonate nel bel mezzo del nulla, immobile sotto una pioggia battente che sembrava venire dal più alto degli inferi. Rimasi sdraiato a pancia in giù, mezzo affondato nel fango, con il sangue che rigava le braccia graffiate e si mescolava alla pioggia gelida mandata dagli spiriti. Rimasi immobile ad accarezzare il mio demone personale, aspettando il momento buono per farlo esplodere fuori.

Vedete, esistono molti tipi di demoni. Ognuno ne ha uno tutto per sé.

Il mio era un Colt Armalite M16-A2 calibro 223 Remington.

Nella pioggia fredda sembrava quasi scottarmi fra le mani.

Ad un certo punto era nato l’Albero della Rabbia.

Era un gigantesco baobab, abbandonato nel bel mezzo della savana, un solitario, enorme monolite di legno piantato tra gruppi sperduti di acacie spinose. Sorgeva lì, piantato nel nulla, ad una decina di chilometri dal villaggio. Probabilmente nessuno, oltre me, sapeva della sua esistenza. Nessuno si spingeva mai da quelle parti. Ormai più nessuno andava a caccia.

I giovani partivano per arruolarsi nelle milizie irregolari antigovernative, attacchi mordi e fuggi, un po’ di tempo nascosti nella savana, qualche sortita nella grande città e un sacco di piombo sparato a casaccio. Per, poi, finire dentro un camion dei rifiuti, con le gambe al posto delle braccia.

Ogni tanto qualcuno degli anziani reclutava un manipolo di bambini e scavava una buca nella savana, ci piantava un palo reso acuminato sulla fiamma e copriva il tutto con sabbia e foglie secche. Qualche volta un bufalo vecchio e cieco cadeva nella trappola. Le carni erano dure e tigliose, ma i vecchi erano orgogliosi. Avrebbero mangiato fango pur di non accettare la farina che veniva da oltre oceano.

Ad un certo punto rubai un capretto da una vecchia che sentiva poco e vedeva anche meno e lo portai davanti all’albero.

Il tronco era immenso, mastodontico, terminava con un ciuffo rachitico e malaticcio di rami sottili. Mio padre mi raccontava che una volta il baobab si era vantato con gli altri alberi di essere il più bello di tutti e che gli dei, per punirlo, lo avessero preso e piantato a testa in giù, con le radici allo scoperto.

Sì, mio padre. In un tempo che non era più e che non sarebbe mai più stato.

Afferrai il capretto per il muso e lo costrinsi ad alzare la testa. Gli squarciai il collo con un unico, fluido colpo di coltello. Il sangue sgorgò rosso e lucente, mi schizzò forte sul petto, selle braccia. Così lucido, così vivo. Così sorprendentemente caldo.

Mi tolsi la camicia e affondai una manica nella pozza rossa che si andava formando ai piedi del baobab. Disegnai due cerchi concentrici sulla corteccia, a circa un metro e mezzo di altezza. Lasciai andare la testa del capretto. Crollò giù, affondò nella pozza rossa. Mi allontanai. Raccolsi il mio demone personale, innestai un caricatore da trenta colpi lasciando impronte rosse sul metallo lucido. Puntai il fucile verso l’albero.

Sparai in semiautomatico, impiegai dieci o dodici secondi per vuotare il caricatore. Gridai. Lasciai che la rabbia si sfogasse, lasciai che la mia collera diventasse fuoco e si mescolasse al piombo che disintegrava i cerchi gocciolanti sangue dipinti sull’albero. Gridai ad ogni proiettile che usciva dalla canna, mescolai le mie urla al crack degli spari.

Gridai cose blasfeme. Cose impure. Cose malvagie.

Il legno rosso che esplodeva dal baobab rimase a lungo a volteggiarmi negli occhi.

Ricordai la prima volta che mio padre mi mise in mano uno di quei demoni.

Cercai di cancellare la memoria dei morti con il fuoco e il piombo.

Ma un baobab non era sufficiente.

Neanche lontanamente.

Allineai la tacca del mirino con l’elmetto del soldato, poi lasciai che la canna scivolasse verso il basso, verso la guancia abbronzata da quel sole che in Africa sembra picchiare più forte che in qualsiasi altra parte del mondo. Feci scendere il mirino giù, verso il mento, verso il sottogola, verso il collo scoperto del soldato.

Espirai, poi inspirai a fondo. Contrassi leggermente il dito sul grilletto. Era un colpo facile, dall’alto verso il basso, niente vento trasversale, niente ostacoli lungo la traiettoria del proiettile.

Ma non c’era fretta. Il soldato era sempre lì, immobile sotto quella malefica pioggia nera, senza protezione, senza copertura, come se per lui non esistessero pericoli. Come se per lui la vita non avesse senso. O importanza.

Con calma, dolcemente, tira, non strappare…

Espirai di nuovo, aspettai che il cuore rallentasse i suoi battiti.

Volevo che quel momento durasse a lungo. Volevo che durasse per tutta l’eternità.

Aumentai la pressione sul grilletto.

Dolcemente, senza

fretta, c’è tempo…

C’è tutto il tempo di questo mondo…

 

2

Ancora una volta i demoni vennero dal cielo.

Ancora una volta i demoni avevano un nome.

Bell AH-1 Huey Cobra.

Ancora una volta i demoni vennero per sfogare su di noi la loro collera.

Gli uomini erano spuntati all’alba dalla macchia di alberi che circondava il villaggio.

Erano una decina, sporchi, laceri, sanguinanti. Erano guerriglieri, questo era facile da capire. Stavano scappando da un nemico molto più pericoloso della polizia governativa, qualunque esso fosse. Ma non potevamo farci niente. Alcuni di loro venivano da villaggi vicini, alcuni di loro li conoscevo di persona. Alcuni di loro erano stati miei compagni di gioco, ci avevo lottato nel fango, ci avevo nuotato insieme nel fiume.

Non potevamo mandarli via. Perché comunque non avrebbe allontanato la tempesta che stava per scatenarsi.

Li curammo come meglio potemmo, fasciammo le loro ferite con bende pulite, demmo loro da bere e da mangiare.

Crollarono addormentati come sassi, le bende che già si macchiavano di rosso, l’odore della polvere, della terra sabbiosa della savana, del sangue, della paura iniziò a dipanare i suoi tentacoli tra le capanne del villaggio. Sapevamo tutti, cosa stava per succedere.

La collera degli dei venne veloce e brutale come l’attacco di un felino.

La prima cosa che udii furono i tuoni. Quelli che credevo fossero tuoni. Non avevo mai visto un elicottero. Lì, in quello sperduto villaggio di fango nel bel mezzo del nulla, la Croce Rossa non era ancora arrivata, né gli americani con il loro latte in polvere e i preti con le loro croci di legno. Lì, in quello sperduto villaggio nel bel mezzo del nulla non avevo visto, praticamente, niente. Non avevo mai visto un Bell AH-1 Huey Cobra in azione.

Non immaginavo che la collera degli uomini potesse essere peggiore di quella degli dei.

Nuvole pesanti si erano fatte strada nel cielo lattiginoso dell’alba.

Gli anziani del villaggio si erano disposti a semicerchio nello spiazzo al centro del villaggio. Mio padre era con loro.

Era un uomo forte, imponente. Aveva combattuto anche lui nella macchia, da giovane. Ne portava le cicatrici addosso.

Cicatrici rosse, simili, a ragni deformi, in netto contrasto con la pelle, colore dell’ebano. Aspettavano. Aspettavano che gli dei discendessero dai cieli e rivelassero la loro volontà.

Gli dei scesero dai cieli. Due turbine martellavano ritmiche sopra le nostre teste, scuotendo i tetti di paglia delle capanne, facendo ondeggiare le cime degli alberi intorno al villaggio.

I due Huey si affiancarono, le pale quasi che si toccavano, rimasero fermi, dieci metri sopra il livello del suolo, repellenti sagome dipinte in color sabbia, simili a mostruosi insetti sbucati dall’angolo più lurido dell’inferno.

Poi gli dei assunsero le sembianze di uomini in mimetica, color sabbia, elmetto in kevlar e fucile mitragliatore in mano.

Rimasi a spiare da dentro una capanna, attraverso una feritoia tra i mattoni di fango. Gli dei rimasero immobili, fucili rivolti a terra. Il silenzio scese pesante sugli uomini che si fronteggiavano al centro del villaggio.

Il furore degli dei venne con le prime gocce di pioggia.

I due Huey fecero fuoco simultaneamente, le quattro mitragliatrici da 7,62 mm che vomitavano fiamme, il secco sgranare delle armi risuonò assordante, metà degli anziani schierati davanti a quegli assurdi mosconi svanì in una cortina di pioggia rossa, carne macellata schizzò ovunque insieme a brandelli di abiti, a zolle di terriccio strappate a forza dal terreno, a turbini di polvere spazzata via dalle pale delle eliche.

Gridai. Gridai così forte che mi sembrò che la gola mi si dovesse lacerare da un momento all’altro. Schizzai fuori dalla capanna, la pioggia mi investì con la forza di una mandria di bufali, cortine di terra smossa mi avvolsero completamente, non sentivo altro che lo sbattere delle turbine, nient’altro che lo sgranare di quelle mitragliatrici da 7,62 mm che vomitavano piombo intorno a me. Corsi attraverso uomini fatti a brandelli, i piedi nudi che affondavano in pozze di acqua bruna. Cercavo mio padre con gli occhi, speravo, pregavo che i pezzi sanguinanti che vedevo intorno a me non appartenessero a lui.

Gli Huey si mossero. Passarono rombando sopra la mia testa.

Donne e bambini sciamavano fuori dalle capanne, urlando, piangendo, gli abiti sporchi di polvere e intrisi di pioggia. Gli Huey si bloccarono a mezz’aria, rotearono su se stessi con una grazia assurdamente mortale, in perfetta sincronia. Razzi da 70 mm partirono sibilando dai lati della fusoliera, esplosero contro le capanne, muri di fango si sbriciolarono all’impatto, esplodendo in confuse girandole di polvere rossastra, fontane di fango eruttarono da terra. Rimasi immobile, in mezzo al massacro, gli occhi spalancati che fissavano lo Huey che virava davanti a me per iniziare un altro passaggio.

Una mano forte mi afferrò per una spalla e mi scaraventò al riparo. Il terreno si disintegrò al centro del villaggio, una fontana di sabbia e pioggia rossa mi si rovesciò addosso.

Mi rannicchiai su me stesso, schiacciandomi le mani sulle orecchie. Mio padre si alzò. Stringeva in mano un vecchio kalasnikov ripescato da chissà dove, mi fece cenno di rimanere al coperto e corse via.

Altre scie bianche si materializzarono ai lati della fusoliera degli Huey, altre capanne esplosero in geyser di fango polverizzato, tetti di paglia presero fuoco, fiamme rosse iniziarono a bruciare sotto la pioggia, una donna sbucò da un angolo, il vestito in fiamme, urlando, bestemmiando, maledicendo il nome di tutti gli dei e di tutti gli spiriti.

Mio padre sbucò da una cortina di polvere. Tre uomini lo seguivano. Gli Huey li videro, iniziarono a ruotare su se stessi, dando la parola alle 7,62 mm, facendo esplodere fontane di terriccio bagnato in tutte le direzioni. Mi alzai in piedi. Gli ultimi due della colonna caddero a terra contorcendosi, con le gambe macellate e schegge di ossa che spuntavano innaturalmente bianche in mezzo al sangue. Gridai. Bestemmiai.

Sputai tutto quello che avevo dentro. Di buono e di malvagio.

Li fusi in un’unica malefica litania.

Un RPG sbucò dagli alberi, la scia bianca andò a cozzare contro il rotore di coda del primo Huey ed esplose in un’accecante lampo arancio. Lo Huey andò giù come un sasso, si accartocciò contro il terreno come un’inutile pezzo di lamiera, le pale dell’elica si contorsero e si spezzarono, poi lo Huey fu avvolto dalle fiamme, il boato dell’esplosione risuonò più forte di tutti i tuoni, l’onda d’urto mandò mio padre a gambe all’aria, facendolo scivolare nel fango.

Un gruppo di guerriglieri sbucò dagli alberi. Gli americani in mimetica, color sabbia, si mossero verso di loro, bossoli fumanti che ticchettavano fuori dagli M16, fori slabbrati che si aprivano nella carne, corpi che andavano giù contorcendosi.

Lo Huey terminò di girare. Le mitragliatrici puntate contro un uomo riverso nel fango che cercava di rialzarsi appoggiandosi ad un vecchio AK-47. Corsi fuori dal mio riparo. Scivolai nella pioggia, fango dal sapore metallico mi riempì la bocca.

Non riuscii a rialzarmi. Non riuscii a gridare. La raffica di 7,62 mm afferrò mio padre per il petto e lo mandò a rotolare lontano, pioggia rossa che pompava fuori dal suo corpo quasi tagliato in due.

Osservai a lungo il sangue che si mescolava alla pioggia sotto il cadavere devastato, le gocce nere, pesanti come proiettili che picchiavano su quegli occhi spalancati, così innaturalmente bianchi, mentre gli dei in mimetica e elmetto in kevlar scalciavano via i morti e giustiziavano i moribondi, mentre cortine di polvere e pioggia e fumo si avvitavano in pallide spirali, mentre tutti i miei demoni mi sfuggivano di mano, mentre tutti i miei demoni prendevano la consistenza di un Colt Armalite M16-A2 abbandonato vicino ad un Dio morto.

Trovai la forza per alzarmi. Per raccogliere, il fucile e due caricatori. Per correre via.

Avevo esaurito la rabbia. Avevo esaurito il fiato per gridare.

Non avevo più niente dentro.

Niente di niente.

Tornai al villaggio molto tempo dopo.

Le donne erano tornate prima di me, dopo che la pioggia aveva spento le fiamme, e avevano iniziato a seppellire i morti.

O quel che ne restava. Gli americani avevano creato un perimetro difensivo tutt’intorno alle capanne, avevano montato delle mitragliatrici su treppiedi in modo che gli angoli di tiro si incrociassero e non rimanessero zone scoperte. Alcuni di loro si erano dispersi nei boschi, in cerca di altri guerriglieri.

Di tanto in tanto si sentiva il lontano ticchettare di un M16.

La carcassa devastata che una volta era mio padre era già stata sepolta, un tumulo anonimo in mezzo ad altri tumuli anonimi. Meglio che cibo per iene, certo. Camminai in mezzo ai tumuli, girai intorno alla carcassa disciolta dello Huey abbattuto.

Il corpo carbonizzato del pilota era ancora all’interno.

Nessuno si era preso la briga di rimuoverlo e forse nessuno l’avrebbe mai fatto. Mi concessi un sorriso. Questo era un dio che non sarebbe tornato nel suo regno.

Contemplai a lungo la terra più scura del solito che andava rapidamente asciugandosi. Lì sotto c’erano i miei morti. Avrei dovuto conviverci. Non sapevo per quanto tempo, forse per tutto quello che mi restava da vivere. Avrei dovuto continuare ad ascoltare le loro voci urlare nel vento, avrei dovuto continuare a dormire con le orecchie tese, per sentire i loro passi avvicinarsi alla mia capanna e avere il tempo di fuggire il più lontano possibile.

Avrei dovuto lasciare che pian piano le loro grida mi cambiassero dentro.

Era inevitabile. Un giorno o l’altro. Sapevo che sarebbe successo.

Forse stava giù succedendo.

 

3

Ricostruirono il villaggio con una rapidità spaventosa, mettendo in piedi una dozzina di prefabbricati in legno e lamiera ad un paio di miglia dal grappolo di capanne nel quale ero nato. Fecero trasferire le donne e i bambini nelle baracche.

Ricucirono i pochi uomini con ancora tutti i pezzi al loro posto.

Misero una guardia armata al centro del nuovo villaggio.

Fecero arrivare dei camion, verde oliva, pieni di farine e latte in polvere. Distribuirono i sacchi. Le donne li presero e corsero a nasconderli nelle baracche, per paura che glieli rubassero.

I bambini schiamazzavano, sciamando tra le gambe di quel nuovo genere di benefattori in mimetica, color sabbia.

Rimasi in disparte. Non volevo partecipare a quella specie di festa.

Non mi serviva la loro dannata farina per vivere.

A costo di mangiare fango inzuppato di sangue.

Sorsero due nuove strutture nel nuovo villaggio. La prima era una scuola.

Misero in piedi un prefabbricato più grande degli altri, tetto in lamiera, pareti in legno chiaro tenute insieme da giunti in acciaio. Sembrava di poco diversa da una casa di carta.

Riempirono l’interno di sedie, appesero ad una parete una lavagna mezza impolverata. Venne un prete tutto vestito di nero e appese un crocifisso sopra la lavagna. Iniziò a spiegarci cosa fosse quel simbolo ancor prima di insegnarci le lettere dell’alfabeto. Del loro alfabeto.

Andai anch’io a scuola. Andai ad ascoltare vita, morte e miracoli del popolo americano, di come fossero diventati così grandi e potenti. C’indottrinarono. Ci dissero che il governo comunista era solo una masnada di esseri abominevoli e sanguinari. Ce lo dissero davanti ad un gruppo di soldati mollemente appoggiati ad una parete di legno. Ce lo dissero davanti a quegli stessi dei che avevano attaccato dodici capanne di fango con due Bell AH-1 Huey Cobra, che avevano fatto a pezzi venti uomini validi perché credevano che facessero parte delle milizie governative.

Ci illustrarono l’alfabeto, ci spiegarono il concetto di parole, frasi e testi. Ci spiegarono quanto fosse più potente la parola e la cultura che non il fucile. Venne il prete e ci raccontò la vita di quell’uomo appeso sopra la lavagna, ci disse di dimenticare i nostri spiriti e i nostri antenati perché di essi non è il regno dei cieli. Ci fecero dimenticare le nostra lingue, le nostre usanze, le nostre tradizioni. Ci ribattezzarono con nomi americani.

Presto dimenticammo anche con quale nome fossimo nati.

Dimenticammo chi fossero i nostri padri, i nostri nonni.

E noi dicevamo sì, certo, avete ragione, faremo come dite voi, giusto perché a fine lezione i soldati distribuivano dolcetti e doppia razione di minestra. Dimenticammo le nostre origini in cambio di un po’ di zuppa e di qualche pezzo di dolce.

Quella notte mio padre mi parlò con la voce del vento. Mi disse di lasciar perdere tutto.

Mi spiegò bene cosa dovessi fare per sfogare la rabbia.

Per dimenticare i miei morti.

La seconda struttura era un campetto da calcio.

Gli americani spianarono un tratto di terreno di circa cento metri per cinquanta, dipinsero una serie di righe bianche per terra, montarono due pali in verticale con un altro in orizzontale sopra. Ci spiegarono brevemente le regole, quindi ci diedero un pallone. Rimasi in disparte a guardare le partite, i ragazzi che sudavano e si accapigliavano per tirare calci ad una palla, la polvere che si alzava, che si appiccicava sulla pelle lucida per il sudore. Che gioco idiota. Gli americani guardavano anche loro. Sempre in disparte, senza mai interferire. Attentamente.

Quasi aspettassero qualcosa.

Quel qualcosa venne. C’era un ragazzo. Timmy, si chiamava.

Così si chiamava dopo che i suoi genitori erano stati falciati da quella bruciante pioggia calibro 7,62 mm. Stava correndo lungo la fascia esterna del campo quando un altro demone esplose sotto di lui.

Un demone di nome M18A1 Claymore.

La terra parve disintegrarsi, innalzarsi verso il cielo con un’imponente colonna di terra e fiamme, una nuvola di polvere iniziò a volteggiare intorno alla zona d’esplosione, il tronco e le gambe di Timmy volarono in due direzioni diverse in mezzo ad una vorticante tempesta cremisi. Rimasi senza fiato ad osservare senza fiato, il tuono dell’esplosione che ancora mi faceva fischiare le orecchie. Qualcuno stava piangendo, nel campo, vidi il prete americano correre verso ciò che rimaneva del corpo di Timmy e fargli un rapido segno di croce sulla fronte.

Gli americani non si erano mossi. Rimasero appoggiati alla parete di una baracca. Senza muovere un dito, sorrisetti strani aleggiavano sulle loro labbra. Era come se sapessero.

Era come se, se l’aspettassero. Rimasero immobili ad aspettare che tornasse la calma.

Me ne andai. Sapevo cosa fare e non c’era motivo per aspettare ancora.

L’odore del sangue rimase a lungo nelle mie narici.

Perché vedete, di notte nascevano i dubbi.

Come se, se l’aspettassero…

Era questo pensiero a bruciarmi dentro, ad alimentare la mia rabbia. Forse quei maledetti dei, sapevano perfettamente dove fosse quella Claymore, sapevano perfettamente che presto o tardi qualcuno ci avrebbe camminato sopra. Bastava aspettare. Forse avevano addirittura scommesso su quante partite sarebbero servite. Forse qualcuno aveva vinto sul corpo sventrato di Timmy. Forse la mia immaginazione stava correndo troppo. Forse no.

Il giorno dopo, rubai il capretto.

 

4

Tutto il tempo di questo mondo…

Tirai fino in fondo il grilletto, dolcemente, senza strappare.

Il fucile mi sussultò contro la spalla, gocce di pioggia vaporizzate si alzarono dalla canna dell’M16, una fiammata lunga mezzo metro guizzò fuori dalla canna dietro il proiettile. La mira fu perfetta. Il collo dell’uomo si disintegrò, il sottogola si slacciò e volò via, la pioggia prese a picchiettare nell’elmetto rovesciato nel fango.

No. Forse mi sbagliavo. Forse non avevo mai avuto tempo.

Il soldato non andò giù. Rimase in piedi, sotto la pioggia. Osservai istupidito la sua testa fatta di paglia, il collo devastato riempito di stracci. Mi alzai in piedi, lentamente. Alzai il mio demone personale. Spostai il selettore di tiro su tutto automatico e vuotai il caricatore verso il pagliaccio imbottito al centro del mio vecchio villaggio, osservai la mimetica esplodere in brandelli color sabbia e paglia carbonizzata. Gridai tutta la mia rabbia, continuai a gridare anche quando il percussore iniziò a battere a vuoto.

Tutto il tempo di questo mondo…

Non si possono uccidere gli dei. Non si può riavere ciò che è perso.

Gli altri due dei, in mimetica color sabbia ed elmetto in kevlar sbucarono alle mie spalle da una macchia di rovi, M16 puntati verso il mio petto. Non mi girai, non c’era motivo per farlo. Ero stato ingannato. Mi era stato tolto tutto. Mi era stata tolta anche la possibilità di dare sfogo alla mia rabbia. Non mi era rimasto più niente. Né dentro né fuori.

No. Non avevo tempo. Forse non l’avevo mai avuto.

Il passato mi era stato tolto. Il futuro mi era stato tolto. Mi restava solo una cosa.

La raffica simultanea dei due M16 mi afferrò nella schiena come una mano gigantesca, mi strizzò le reni, lacerò muscoli, distrusse ossa, mi sollevò da terra e mi mandò a rotolare lontano, in mezzo al fango pieno del mio stesso sangue. La pioggia mi trascinò in bocca sapori metallici, sapori di tempi che erano stati e che non saranno mai più. Percepii marginalmente il freddo risalirmi nelle membra, il gelo della canna della pistola che mi veniva premuta sulla nuca.

Potevo solo sperare. Che tutto finisse presto. O che non finisse mai.

E per quello di tempo ce n’era più che a sufficienza.

C’era tutto il tempo di questo mondo.