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L'angolo dello scrittore

Trent’anni d’Africa

 Amani – Ottobre 2007 di Renato Kizito Sesana

Sono arrivato in Zambia  trent’anni fa. Dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1970, avevo lavorato a Pigrizia e compiuto tanti viaggi in Africa per raccogliere materiale per la rivista. Poi era finalmente giunto il momento di partire per restare. Nella mente di qualcuno dei miei superiori, era un allontanamento, forse una punizione, per essere troppo vicino ai movimenti di liberazione nelle colonie portoghesi. La visita ai ribelli della Guinea Bissau, e il libro che ne era seguito (Liberate il mio popolo – Ed. Emi 1974), non erano stati accettati da tutti. Almeno inizialmente. Poi, dopo la rivoluzione dei garofani e la caduta di Marcello Caetano in Portogallo, quegli stessi superiori in una conferenza stampa diranno: “noi comboniani, da anni, ci siamo opposti al colonialismo portoghese, come testimonia il libro di padre Kizito…”. Ma di tutto questo non mi importava. Finalmente partivo.

Il padre generale di allora, Tarcisio Agostani, mi aveva chiesto quale fosse la mia presenza. Il Ghana, dove i comboniani erano presenti da poco? Il Kenya, dove si erano rifugiati alcuni dei nostri espulsi dall’Uganda di Amin? Il Sudafrica mi attirava, ma mi intimoriva la presenza massiccia di un gruppo di missionari anziani, quasi tutti tedeschi. Poi, padre Agostani aggiunse: “Vorremmo anche aprire nuove missioni in Zambia, se te la senti…”. Accettai l’offerta al volo.

Così sono partito dall’Italia, con sosta ad Abidjan, in Costa d’Avorio, dove la prestigiosa rivista degli intellettuali neri Presence Africane aveva organizzato un colloquio sul tema: “Africa e Chiesa”. Arrivai in Zambia con l’incarico di rilevare la missione di Chadiza dai Padri Bianchi che avevano già cominciato a risentire della crisi delle vocazioni, che avrebbe coinvolto i comboniani solo qualche anno dopo e, con nel cuore la visione di un Concilio africano, che era stato ufficialmente proposto, per la prima volta ad Abidjan.

A Lusaka c’erano già le suore comboniane (si chiamavano ancora Pie Madri della Pigrizia), che avevo visitato due anni prima. Appena arrivato (a metà settembre del 1977), andai dai Padri Bianchi, che si erano offerti di ospitarmi. Lì risiedeva anche padre Jean Vermeullen, che mi avrebbe insegnato il chinyanja, la lingua locale. Il giorno dopo l’arrivo, andai a salutare le Pie Madri, nella parrocchia di New Kanyama, vasto quartiere popolare, alla periferia di Lusaka. Suor Clara, levatrice nel più grande ospedale pubblico dello Zambia, mi suggerì: “Quale miglior modo di iniziare che assistere ad un parto?”.

Avevo il diploma di infermiere generico, conseguito all’ospedale di Gallarate, dove avevo anche visto qualche parto (anche se non era previsto dal corso), perché il dottore responsabile aveva una visione romantica del missionario, che doveva essere capace di fare di tutto. Accettai l’invito e assistetti al parto di un maschietto, in corsi, il letto separato solo da un paio di tendine. La mamma raggiante, subito dopo aver sentito il primo pianto, lo volle fra le braccia. Quando, dopo un paio d’ore, tornai a quel letto, c’era già un’altra madre in preda alle doglie; mamma e bimbo che avevo visto nascere, erano stati dimessi.

Ho pensato spesso a quel bambino. Se gli è andata bene e non è diventato un numero nelle statistiche della mortalità, dovute a malattie infantili, malaria, tubercolosi e Aids, è un uomo di trent’anni. Sono stati trentatré anni di cambiamenti per la società e per la chiesa africana. Questa, anche se provvidenzialmente ormai ha leader, quasi tutti africani, nel suo complesso ha un volto ancora troppo marcatamente europeo e fatica a tenere il passo con i cambiamenti.

Il processo di appropriazione del Vangelo, può solo essere lungo e faticoso. Io, nei paesi in cui ho vissuto, ho cercato di camminare al passo dei miei fratelli e sorelle della comunità locale, cercando di creare ostacoli.

Per quanto riguarda la vita ecclesiale, gli anni della Zambia, sono stati i più intensi. C’erano, allora, il fermento delle comunità di base e l’orizzonte teologico dell’’inculturazione. Circolava ancora l’aria fresca, entrata nella Chiesa quando papa Giovanni XXIII si era accorto che essa aveva bisogno di spalancare le finestre.

Mai ho avuto rimpianti. L’Africa mi ha restituito non cento, ma mille volte quello che ho lasciato. Ho visto ripetersi il miracolo del seme che muore e rinasce, e quello del seme piccolissimo, dal quale nasce un grande albero, se alcune delle cose che ho fatto sono cresciute, sono grato ai miei amici, fratelli e sorelle africani che hanno fatto fruttificare il lavoro fatto insieme.

In Africa ho approfondito la mia comprensione del senso cristiano della vita: i fallimenti sono più importanti dei successi. Senza insuccessi, riconosciuti e direi quasi assaporati, la chiesa rischierebbe di diventare un’efficiente multinazionale della carità. L’insuccesso, la Croce, ci aiuta a vivere nella fede.

Ho imparato anche che la virtù che dà un dolce sapore a tutto, anche ai tradimenti di coloro che si pensava fossero amici, è la bontà. Vecchia e a volte vituperata, essa rende visibile Dio sulla terra. Dio è buono, e noi tutti siamo attratti dalla bontà. Molte volte, in un ambiente ostile, la possibilità di dialogo è cominciata da un gesto di bontà che ho visto compiere.

L’Africa mi ha anche insegnato che la mia personale avventura umana, se è sola, non ha senso e valore; deve dissolversi nel contesto della comunità. Solo insieme ci possiamo muovere verso gli orizzonti di Dio.