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L'angolo dello scrittore

Sulle ossa di Pasolini_II parte

_racconto di Alberto Sonego_

Con la mia macchina fotografica immortalavo le più bizzarre espressioni del cielo, per non dimenticarle. “Per quelle pagine che a lungo mi sono ripromesso di scrivere”, pensavo. Ora ce le ho qui, una ad una le faccio scivolare dentro e fuori dallo schermo, e l’Audi A4 ad un certo punto si tramuta in un prato verde, scolorito. Eppure il tramonto rimane lontano.
Questa parte di Cordenons la conosco molto bene: spesso me ne andavo con la canoa risalendo il fiume. Là sotto c’è lo stesso pontile che usavo da tramite per comunicare con la barca… piano la accarezzavo, come per prenderci confidenza, ed inarcavo il bacino accucciandomi fino a sfiorare con le ginocchia le tavole lì fissate. Una gamba e poi l’altra: così iniziavo a scalare la corrente. Il cemento del ponte mi scuriva lo sguardo, perchè mi sembrava di entrare in una galleria buia, senza torce nè lampade; poi ricominciava il sereno, che erano gli pneumatici di gomma dura fissati al lato di due rocce. Qui l’acqua era più violenta, tanto che spesso la prua del kayak dondolava indecisa prima di affossare la plastica nel minuscolo vortice della sponda. Mancava solo un altro gradino per restare come nell’olio e pagaiare tranquillo, ma ormai giunto alla rotonda che porta oltre via Bellasio dovevo pensare alla strada migliore da seguire.
Sebbene fossero le rosate nuvole dell’orizzonte a catturare la mia attenzione (quella sfumatura arancione involontaria, che al mio ritorno si sarebbe rivelata in un arcobaleno) capii di dover virare, sfrecciando con la mia Ka grigia come con un mulo scapestrato, cavalcando l’asfalto che mi faceva sussultare. Da qui, oltre una piattaforma di morena, guardavo le stamberghe e le ville dei contadini, gli stessi che siedono in piazza il sabato pomeriggio.
E quante se ne raccontano, su di loro! C’è chi dice che fino a cent’anni fa si appostassero poco lontano da dove abito (sul confine tra i due comuni), e quando calava la sera impugnavano i forconi, per impedire che la gente di Pordenone salisse, a mettere incinta la loro donne. Anche loro, in un modo più particolari, cultori della razza “perfetta”, del “sangue puro”, tanto che chiamavano meneghei quelli che nei primi anni Sessanta si trasferivano a Cordenons, provenendo da altre zone della Regione.
Non mi facevano paura, quei contadini, perchè sapevo bene che oggi ormai hanno perso il loro potere, o quantomeno il loro prestigio. Ormai sono soltanto addetti a coltivare numerosi acri di terra, e sebbene la posseggano questo non fa di loro delle persone autorevoli.
Ad esempio quel granaio bianco: sono sparite le riunioni durante le quali ognuno parlava degli affari altrui; e pure sono scomparsi metaforici roghi, ai quali i ribelli erano plebiscitariamente condannati. No, non mi fanno più paura i contadini: le loro famiglie non si reggono più agli aratri ed ai trattori, le loro donne non so o più picchiate. E se Dio vuole, oggi i confini sono aperti.
Ma il sommerso è vanescente, e già sulla Pontebbana mi interrogo su quanto il nuovo possa essere effettivamente salvato. Pregando i miei dèi, sono già al quinto scatto, e da Fiume Veneto a Poincicco sono descritte solo celle d’erba, separate da filoni di capannoni chiari. Non sono lontano da Casarsa, ma anche casa mia mi sembra vicina… che sia questa terra ciò che in realtà mi è familiare? I freni del camion davanti a me stanno zitti, ed all’improvviso squillano i fari. Orcenicco inferiore, accendo la radio. Attorno a me si fa sera, ma non è ancora scuro: posso intravedere con relativa facilità le indicazioni, e poi la diramazione che più celermente mi condurrebbe a San Vito.
Ricordo lassù, sopra al bar, il vecchio appartamento di un’amica. Allora era questo il paese? Non gliel’avevo mai chiesto, mi importavano solamente direzioni meccaniche a partire dal bar Primavera.
Quante cose non conosco. Già me ne sorpresi navigando lo stradone fin dopo l’Emisfero, e qui volteggiando fino ad imboccare uno svincolo, dopo la rotonda. Ripensavo a quei contadini, che forse come Ippolito avevano intuito il progressivo disgregarsi di un’età dell’oro ancora fresca, di neanche cinquant’anni fa.
Ma io non potevo parlare a nessuno, se non ad una coscienza già marcia, perchè è per me impossibile cogliere le stesse sfumature di un vecchio.
Non ebbi il tempo di finire di contemplare le onde dei cieli, quando nuove indicazioni mi si pararono davanti: sbagliai strada più volte, finchè il mio sguardo abbandonò gli insensati incroci ed i semafori, e si posò su degli alti cipressi, in lontananza. Piano, sterzando accuratamente ad ogni curva, arrivai alle porte del cimitero di Casarsa, e lì, prima dell’ingresso, i posteggi attendevano la mi auto a poggiarsi sulle loro strisce bianche (le pericolosa vernice che nemmeno un anno fa aveva fatto scivolare il mio scooter). Mi fermai, feci qualche manovra per piazzarmi bene, poi spensi il motore. Appoggiai la mano sulla portiera… no. La ritraggo. Guardo fuori dal finestrino del passeggero: le nuvole non si sono ancora acquietate, e sento delle voci giungere da dentro il cimitero.
E se non fossi riuscito a trovare la lapide? Cosa avrei fatto? Di chiedere a quella gente (chiunque fossero) non se ne parlava: sono sempre stato timido, e poi non mi sembrava il caso di fare la figura del pazzo (non credo siano in molti a domandare, quasi fosse un indicazione, “scusi, per la tomba di Pasolini…?). “Sono già abbastanza pazzo per conto mio”, mi ripetevo, non riuscendo ancora a credere di aver davvero fatto tutti quei kilometri per dondolare i miei pensieri sul sepolcro di un poeta.
E se mi avessero visto vagare per il cimitero? Mi avrebbero forse fermato, mi avrebbero chiesto “chi stai cercando”? No, no davvero: sarebbe stato indelicato fare questioni sull’identità del morto desiderato. Ancora qualcosa mi frenava…
Avevo chiesto a mio padre se era possibile fare delle foto, in un cimitero. Lui sorpreso mi rispose di sì, “perchè non si potrebbe?”, fece. Beh, non lo so neanche io… fatto sta che mi assicurai di aver la macchina fotografica ben nascosta nella tasca interna del giubbotto. Ma allo stesso tempo mi sentivo in colpa.
Verso chi, verso cosa? Probabilmente era un riflesso condizionato da tutti coloro che al mio ritorno (al solito meeting dei sabato sera), saputo della mia visita, mi risero in faccia. Mi è sempre stato così difficile assorbirmi in una mia identità, avvolgermi calorosamente in uno scialle di ricordi e di morali… questa terra può aiutarmi a farlo?
Intanto stavo ancora lì, in macchina, facendo attenzione che non passassero tipi loschi (non ho ben chiaro come si facciano a bloccare le porte dall’interno).
Mi decisi ad entrare nel cimitero fumando l’ennesima sigaretta e cuocendo un po’ i miei occhi alla spettrale luce del tramonto. Quindi chiusi la macchina, misi le chiavi in tasca, mi abbottonai il giubbotto, ed a passo lento varcai la porta piccola di destra dell’ingresso, l’unica aperta. Mi sorpresi di non trovare la ciotola d’acqua santa, ma può essere benissimo che non la vidi. Feci il segno della croce, da buon cristiano, e mi soffermai un attimo lì, sul ciottolato che rivestiva il perimetro delle lapidi, ne tracciava quasi un confine perchè uno potesse distinguere il mondo dei vivi da quello dei morti. Gettai un’occhiata più in fondo, notando una piccola chiesetta (non era esattamente una chiesa, non so il nome preciso) e colombaie di recente costruzione.
Qui vicino scorsi una giovane donna che teneva per mano una bambina, sua figlia (la sentivo chiamare “mamma mamma”), e facevano su e giù da un lato nascosto, portano ogni volta ad un’effige fiori di diversi colori. “Fa’ che non sia il marito, fa’ che non sia il padre” pregai, ad occhi chiusi.
Cercai a lungo la tomba dell’artista, scoprendo che Colussi (il nome della madre, accanto alla quale aveva espressamente fatto richiesta di essere seppellito) era un cognome molto diffuso, a Casarsa. Decisi, dopo un giro andato a vuoto, di individuare le lapidi più grandi, o i mausolei, e setacciarli: Pasolini sarà in uno di quelli. Ma neanche a metà giro mi accorsi che le personalità di spicco (tali dovevano essere, perchè fossero deposte lontane dai loro cari ma celebrati con corone e bouquet) che giacevano tra le cappelle ed i pini erano per me perfetti sconosciuti. Pensai alla chiesetta laggiù, in fondo al camposanto…
No, c’avrei scommesso qualunque cosa mi avessero chiesto: non si trovava là. Scoraggiato, mi apprestai a compiere l’ennesimo giro di ricognizione, stavolta passando in rassegna lapide dopo lapide.
Non mi importava se avessi dovuto perdere tutto il pomeriggio: a cose iniziate non mi tiro indietro. La mia follia non era completa… avrei fatto davvero una figura barbina a tornare a casa, ed a domanda rispondere “non l’ho trovato”.
Eppure qualcosa veleggiava sulla destra: un altro Colussi. Ormai disincantato mi spostai sul nome di battesimo: Susanna. Susanna Colussi. Più a destra, sovrastato da un ramo d’alloro, leggo la scritta:

PIER PAOLO PASOLINI

1922-75

L’avevo trovato.
Il suo corpo l’avevano scaricato lì sotto, a pochi centimetri dai miei piedi… sotto metri di terra. Murato vivo.
Quell’incisione suonò come in un eco di 35 anni, ma non invocava nomi, non chiamava a raccolta… i cipressi iniziarono a scavare il cielo quasi trivellando anche il mio respiro strozzato.
Sul suo corpo cresce un’edera che si confonde con le macchie di muro, ed una piantina d’alloro è l’unico segno della sua vita… guardo a terra. Un pezzo di carta sotto un sasso. E’ tutto bagnato, sgualcito.
Sulle prime mi allarmo: che sia un messaggio di odio che quelli che in vita lo tormentarono gli avevano lasciato ad eterna memoria sopra la bara? Infuriato lo raccolgo, e sono pronto a strapparlo quando (aprendolo pian piano) leggo pochi versi in friulano, forse di una di quelle poesie che compose quando viveva a Casarsa. Lo ripiego pallido, e lo ripongo sotto quello stesso sasso, nello stesso punto.
Quasi mi sembra d’aver profanato qualcosa…
Cos’ho fatto?
Un vortice di pensieri indescrivibile si riversa sul mio taccuino, e quella sera mi bastava il focolare della sala per distrarmi, immaginandomi di essere ancora accanto a te, nel cimitero.
Avevo scelto un giorno a caso, un 4 dicembre pescato dal calendario. Ma non l’ho lasciato a caso.