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L'angolo dello scrittore

Sudan, un’indipendenza che continuerà a fallire?

 Amani –  3 Dicembre 2010 – di Renato Kizito Sesana

Per anni è stata la “guerra dimenticata” per antonomasia. Ogni volta che un giornalista riscopriva che in un angolo d’Africa – un angolo per modo di dire, visto che il solo Sud Sudan è vasto ben oltre tre volte l’Italia – c’era ancora in corso una guerriglia cominciata nel 1982, l’inevitabile cliché diventava parte del titolo. Poi, da quando il 9 gennaio 2005, dopo due anni di negoziati, a Nairobi è stato firmato un complicatissimo trattato di pace – che gli addetti ai lavori chiamano CPA o Comprehensive Peace Agreement – è diventata la “pace dimenticata”. In attesa che si riaccenda la guerra?

Scetticismo a parte è impressionante che ci siano stati tanti sforzi per far terminare la guerra e poi si sia fatto molto poco per consolidare la pace. Gli Stati Uniti e gli alleati europei che durante i negoziati non hanno esitato ad evocare, sia al Nord che al Sud, il bastone di ulteriori sanzioni internazionali, tagli agli aiuti, isolamento politico e la succulenta carota dello sviluppo economico, esportazioni di petrolio senza limiti, abbondanti aiuti internazionali, sembrano oggi disinteressati a quanto si sta preparando.

Ho visitato il Sudan del Sud poco tempo fa. Le aspettative e le emozioni in preparazione del referendum per scegliere o una forma di federazione col Nord o l’assoluta indipendenza, che deve essere tenuto entro il gennaio 2011, secondo il CPA, hanno creato un’atmosfera di euforia che offusca i pericoli reali. Non ho mai conosciuto nessun Sud Sudanese che non volesse la completa autonomia dal Nord. Neanche John Garang, che affermava la sua voglia di unità solo per ragioni di politica internazionale. Che quindi il prossimo gennaio il Sud voti quasi unanimemente per l’indipendenza è scontato le divisioni storiche, culturali, sociali, religiose fra il Nord e il Sud, sono troppo profonde per essere sanate in cinque anni. E questo era facile prevederlo. Ma si dovevano prevedere e prevenire anche le condizioni che potrebbero portare al ritorno della guerra, o alla frammentazione del Sud Sudan in un non-stato, simile alla Somalia di oggi.

Perché è evidente che il Nord non ha nessuna intenzione di lasciare che il Sud si separi portandosi via tutto il petrolio che contiene, e farà tutto il possibile per dividere e indebolire il Sud.

In settembre, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, in un discorso ad un comitato del Congresso americano, ha solo brevemente accennato al Sudan. Rispondendo a una domanda specifica, ha aggiunto che i rapporti fra Nord e Sud Sudan, nel contesto del referendum che si sta preparando, sono “una bomba a orologeria pronta a scoppiare”. Bella scoperta.

La lista dei ritardi e inadempienze del CPA è lunga. Non solo si è fatto poco per rendere, come prevede il CPA, l’unità del Paese appetibile ai sudisti, ma si è stati a guardare, o fatto finta di non vedere, che le due parti si stavano riarmando. Si sono lasciati proliferare gli abusi di diritti umani e la corruzione. Si sono accettate senza batter ciglio delle elezioni come quelle dello scorso aprile, che sono state ben lungi dall’essere libere e democratiche. Si è lasciato che nel Sud si consolidassero le tendenze accentratrici e dittatoriali dello SPLA. Il Sud Sudan, o comunque si chiamerà lo stato che nascerà dall’inevitabile scissione, sta ripetendo tutti i peggiori errori delle indipendenze fallite. Come il Congo, la Nigeria, la Repubblica Centro Africana, per nominarne alcune, di paesi che dopo anni dall’indipendenza formale sono ancora tutti da inventare come paesi dignitosamente indipendenti.

L’inadempienza più grave, e quella che potrebbe avere le conseguenze più drammatiche, perché è connessa alle rivendicazioni sugli enormi campi di petrolio che giacciono a cavallo fra Nord e Sud, è quella della fallita demarcazione dei confini, che era prevista dovesse essere completata entro sei mesi dalla firma del CPA. Alcuni lunghi tratti di quello che dovrebbe diventare un confine tra stati separati non sono ancora tracciati per ragioni etniche, ed altri tratti che sono demarcati sono stati contestati. Ormai il tempo stringe. Superare l’impasse non è più un compito di tecnocrati, deve intervenire la volontà politica di Khartoum e di Juba.

La tensione sale di giorno in giorno. Alle tante bellicose quanto inopportune dichiarazioni dei rappresentanti del Sud, il Nord reagisce ostacolando metodicamente il dialogo e il lavoro di preparazione del referendum. Più si avvicina gennaio e più cresce la possibilità che si torni ad un conflitto armato.

La minoranza di islamisti intransigenti e fanatici che controlla il Nord, sembra contare sulla sua capacità di lasciar passare le tempeste, riassorbire il dissenso, alimentare le divisioni nel campo avversario. Vedi il silenzio mediatico che son riusciti a far calare sul Darfur, e l’inefficacia del mandato di cattura spiccato da parte della Corte Criminale Internazionale per il Presidente Omar al-Bashir.

Il Sud crede, forse, che nel peggiore dei casi sia possibile una veloce guerra di secessione, anche pensando che sarebbero appoggiati dalla comunità internazionale, perché non sono più “ribelli”, ma rappresentati eletti da un popolo in elezioni che sono state per lo meno formalmente riconosciute come libere.

Lo scontro per il controllo delle riserve petrolifere, con tutti i mezze e mezzucci possibili, sembra inevitabile.

O c’è qualche accordo e qualche piano che è conosciuto solo nei corridoi della diplomazia internazionale? Non è possibile che Hillary Clinton e la comunità internazionale non si accorgano di cosa sta succedendo, non abbiano previsto tutti gli scenari possibili e non abbiano dei piani di intervento? Davvero Obama e la Clinton stanno solo ad aspettare che la bomba ad orologeria scoppi prima di intervenire? Il Sudan non è solo terreno di scontro economico. È un banco di prova importantissimo per i rapporti fra Stati Uniti e Mondo Arabo. Agli inizi degli anni 90 Khartoum era la base operativa di Osama bin Laden e senz’altro molti nordisti sarebbero pronti a dare ospitalità ad Al-Quaeda. E un nuovo conflitto armato in Sudan sarebbe un fattore destabilizzante gravissimo, in un Corno d’Africa che è già una polveriera.

L’indipendenza del Sudan, sia del Nord che del Sud, è ancora un lungo processo.