Storie liquide, Paola Fabris_Schio(VI)

Racconto finalista venticinquesima edizione Premio Energheia 2019

LA TUA STORIA.

La prima volta Isabella rimase immobile, alla fine. Mentre lui si alzava, lei ricompose la gonna: notò l’umidiccio alle gambe. Sangue. Onofrio intanto era uscito dalla stalla: poteva vederlo, dondolante come una campana, risalire il sentiero.

Non le usò forza. Isabella ne era convinta. Il caldo tra le gambe prima e subito dopo, quello era forse piacere. Il pensiero dell’Amelia, moglie di lui, sapeva invece di amaro.

La madre la minacciò: versare il vino era peccato; il padre si girò dall’altra parte. Isabella pulì il pavimento, passò assente lo straccio sulle mattonelle: non riusciva a staccare il pensiero da quello che era successo, all’Onofrio che le aveva messo la lingua in bocca prima di farle spalancare le gambe.

La accompagno sul finire della sua storia. Mi chiede se non sia stanca di assisterla. Poi si addormenta. Sul comodino un bicchiere mezzo pieno d’acqua.

Fu colta da un senso di nausea: quel fastidio le saliva da dentro e la riempiva appena apriva gli occhi; la spingeva ad alzarsi e a balzare sul catino per vomitare il nulla. Quel nulla si trasformava e le gonfiò il ventre. Quando cominciò a intuire, di spavento e solitudine pianse.

Fu inutile ogni tentativo di nascondere.

Dopo le botte vennero le inquisizioni, quindi le imposizioni: i genitori vollero sapere chi, dove, quando. Una volta saputo, imporre il matrimonio per riparare “il disonore” era impossibile.

D’altra parte, eliminare quanto stava crescendo, non passava per le loro menti crociate: il frutto del demonio non avrebbe indotto ad ulteriore peccato.

Mandarono Isabella dal prete, per la confessione e la remissione.

Isabella, che mi sta raccontando una storia di nascita mentre si trova ad affrontare la morte, confessa di nutrire una idea incerta di peccato.

I genitori decisero: sarebbe stata accolta dalle suore del Convento in città per il tempo che ci voleva a fare quello che andava fatto.

Quando si ruppero le acque Isabella si trovava nella grande cucina del convento, seduta sulla sedia di paglia, intenta a sbucciare patate. Percepì il caldo umido scendere le gambe prima di provare la fitta profonda; abbassò gli occhi, provò vergogna pensando di non essere riuscita a trattenere la pipì; fu costretta a piegarsi sulla sedia, gridando e lasciando bruscamente la presa su patata e coltello: la prima rotolò ai i suoi piedi, il secondo si posò.

Quello che seguì dopo era impreciso: la Maristella, suora dolce, la aiutò nelle manovre.

-Da brava, aiutami a farlo nascere, questo figlio del Signore, spingi quando te lo chiedo.-

-Si suora, ma faccia presto, mi par di morire.- Un grido, parzialmente trattenuto, scappava dalla stanza ed andava a disturbare la lettura che avveniva nello studio sepolto da un mare di tempestoso silenzio “…….prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte, amen”.

Isabella lo vide, chiese di tenerlo tra le braccia. No e silenzio furono la risposta.

Concedendo in dote un buon appezzamento di terreno, i genitori convinsero il Giacomo e la sua famiglia: lui oramai aveva trent’anni, non c’erano donne altre; la ragazza era giovane, forte, fresca, capace e quanto si portava appresso poteva ben fruttare.

Quel sempliciotto non si accorse di nulla: era tranquillo, con qualche fissa eccentrica, un buono.

La seconda volta fu sicuramente dolce, forse perché si trattava di Giacomo. Quella sera, lui le si avvicinò cautamente, le prese una mano e le chiese se poteva toccarla: erano sposati già da alcune settimane, ancora non era successo nulla e sotto le coperte il tepore era complice; Isabella desiderò che mani altrui indagassero il suo corpo. Fu un piacere fraterno, carico di calda amicizia. Fuori pioveva.

Una infermiera mi chiede di uscire dalla camera. Soffro al pensiero delle tue carni manipolate. Bevo due sorsate abbondanti d’acqua che mi aprono il cuore.

Mary nacque una mattina di primavera, sbocciò come un fiore colorato, con tanti capelli neri e un colorito roseo. Arrivò in quella che era divenuta la nuova casa, un appartamento con due piccole camere da letto: Giacomo aveva trovato un ottimo posto, operaio alla fonderia.

Mary arrivò con la nuova cucina a gas ed il frigorifero, il sole splendeva in cielo anche se l’aria era fredda. Tutti sapevano sarebbero iniziate le piogge.

Mary arrivò e con lei la nera carrozzina dalle grandi ruote.

Mary arrivò con un nome americano, un furto cinematografico.

La bambina cresceva, il marito lavorava e portava a casa il pane, Isabella puliva, lavava, cucinava e poi da capo.

Tutto ciò era tanto, ma alla donna Isabella non bastava.

Poi, un giorno, spingendo Mary sulla via di casa, carica dei soliti pane, latte e detersivi, notò un avviso al muro: un appello a partecipare a corsi di studio organizzati dal sindacato per donne, casalinghe o operaie che volessero conoscere la Costituzione. Fu un richiamo. La partecipazione.

Due volte alla settimana, di sera, frequentava il corso: passava il pomeriggio in preda ad una eccitazione che la faceva pulire e lucidare, ma anche leggere, ripassare, scrivere; lasciava Giacomo e Mary con la cena pronta, un bacio a ciascuno, infilava la giacca e già si sentiva leggera. Anche il suo umore cambiò; contenta, le pareva di esistere, occupare uno spazio visibile, di essere innamorata del Giacomo. Al corso incontrava le altre e i due insegnati, un maschio giovane ed una donna più matura: parlavano di storia, la resistenza, il voto, la Costituzione, l’articolo tre, il diritto al lavoro, l’organizzazione degli operai in fabbrica, perfino di teorie marxiste e del comunismo.

Erano tempi agitati, la piazza si fece soggetto: rivendicare, manifestare. C’erano la sinistra, la destra, il centro, i padroni, le tute blu, le femministe, gli studenti. Arrivarono anche le bombe, quel frastuono imprecisato che lasciava attoniti, increduli, perfino sorpresi. Su tutto si posava una polvere insidiosa. Fatica ad individuare il nemico.

Anche per Isabella ci fu una esplosione. Devastante. Inaspettata. Un incidente in fabbrica: uno scoppio, un boato, fiamme, fumo, e il Giacomo uno dei sette giovani operai che, in tutta quella agitazione, rimasero immobili.

Ho telefonato a tua figlia, Mary, alla sua nuova di quindici anni residenza tedesca. Anche questa volta, nonostante io le abbia spiegato che tu, sua madre, ci stai lasciando, è stata evasiva.

Mi assale una voglia impiegabile di mare salato.

Isabella fu ricoverata all’ospedale psichiatrico, al manicomio dei matti come dice lei, per curare l’oscurità.

Poi un giorno arrivò Marco e fu come il primo sbocciare dopo un rigido inverno. Lo riconobbe immediatamente. Lui invece faticò a riconoscerla.

“Oh Isabella, Isabella. Quanto ho pensato a te, quanto ho faticato a trovare il coraggio.”

“Marco, portami via, fammi uscire con te, fammi ritornare a casa.”

“Si cara, farò in modo che tu possa ritornare.”

“Riportami Mary, mi dicono che è lontana, che non la posso vedere.”  

“Ti riporterò a Mary e alla tua vita. Resisti Isabella.”

“Mary, avvicinati, voglio stringerti la mano.”

“Isabella non sono Mary, ricordi, lei è in Germania.”

“Mary quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo abbracciate?”

Tentenno.

“Tanto Isabella.”

“Vieni cara, non essere arrabbiata con me, anche se non sono stata una buona madre.”

Mi avvicino, le afferro la mano destra, la stringo tra le mie, me la porto alla guancia: “Che cosa dici, mamma, non sono arrabbiata, per me tu sei stata molto di più: madre, sorella, amica, tutto questo e molto altro.”

“Le tue parole mi rendono felice.”

Quante liquide lacrime devono scorrere per compiere la passione di una vita?

Avevo un desiderio, Isabella, inconfessabile, carico di rossa vergogna, intriso di fantasie ad occhi spalancati sulla tua persona, sulla tua carica di energia, sul tuo corpo che emana tutto il sentire della vita, anche oggi qui sul letto di morte. Tenevo serrata al cuore la voglia di te, donna di una forza bizzarra, carica di sensuale coraggio. Avevo quello strano e peccaminoso desiderio di essere tua figlia, nata dalle tue carni, nutrita dal tuo seno, stretta dalle tue braccia eleganti.

Ti guardo perdere nuovamente i sensi, il capo piegato sul cuscino, il respiro flebile.

Marco aveva il viso angelico dei sognatori. Arrivava ai corsi serali sempre un po’ in ritardo, apriva un testo, leggeva con aggiustata lentezza, alzava gli occhi alla sua platea, chiedendo che cosa avessero capito, che cosa domandassero, che cosa andasse aggiunto.

Una di quelle sere Marco lesse loro una breve poesia, disse “di una certa Emily”:

“Il Paradiso dipende da noi. /Chiunque voglia/vive nell’Eden, nonostante Adamo/e la cacciata.”

Esordì la Amelia, seduta al terzo banco vicino alla finestra, i capelli raccolti da un elastico rosa, ancora qualche filo di sartoria sulla gonna: la Emily non la raccontava giusta; l’Eden non è per tutti, è per pochi, soprattutto maschi.

Quindi, quasi provocata, l’Anna della piazza, che tra tutte era la più vecchia, ribatté che bisognava fare attenzione, che quando si parla di Paradiso non si pensa a questa vita, ma a dopo la morte, che lei crede nel Dio giusto che le permetterà di vivere in eterno nell’Eden, perché se lo sta conquistando qua in questo mondo e, come dice il prete alla domenica mattina, anche scegliendo gli uomini giusti quando andrà a votare il mese prossimo, perché, bisogna fare attenzione alle diavolerie moderne che circolano grazie a quelli che vorrebbero fare le rivoluzioni e pretendono di vivere fuori dalla legge del Signore.

Prese poi la parola Isabella.

-Non saprei, non sono sicura, però secondo me ha ragione, non penso stia pensando alla morte, ma alla vita, o forse a tutte e due. A me pare che lei parli da donna che pensa di avere il diritto di cercare la propria vita felice-

La terza volta fu il piacere.

Senza ombra.

Senza colpa.

Desiderava non finisse più. Si udì sussurrare “ancora, ancora”, senza provare imbarazzo, perché il suo compagno proseguiva nella dolcezza vigorosa e ritmata che le fece toccare Eden e Paradiso. Si trattava di piacere: della carne, dei sensi, dell’anima. Le parve di farsi liquido che si adegua al corpo che incontra, rincorrersi di infinite goccioline che si mescolano, affondano, risalgono, scivolano dentro, si spandono fuori. E, alla fine, tra i due corpi affondati nel disordine della passione, le parve di sciogliersi negli occhi del Marco che, estasiato, le accarezzava i capelli.

Era uscita da alcuni mesi dall’ospedale e la presenza di Marco la aiutava a nascere a nuova vita.

LA MIA STORIA.

Mi piace pensare che ci verremo incontro una volta altra, come abbiamo fatto “quel” giorno, alla conferenza, tra le sedie della sala; io ancora giovane con tutto quel nero tra i capelli ad esaltare i desideri nomadi, tu donna matura carica di fascino, armonia ed intelligenza; io carica di materiali e libri, vestiti colorati e trasandati, appena ritornata dal mio viaggio tra le donne Akha; tu elegantemente curiosa, gli occhiali sul naso, ti fai a me incontro e dagli occhi sorridenti mi domandi se ho un po’ di tempo: quello che ho raccontato ti interessa. Noi, Isabella, proprio io e te, accettammo la sfida argentea: eravamo, siamo, due donne, sappiamo da sempre fidarci della luna.

Il piacere della terza volta vi fece concepire: Marco era felicissimo, tu preoccupata; ricordo dicesti di sentirti troppo vecchia, quarantotto anni di differenza con un figlio sono troppi ed inoltre eri nonna, la situazione suonava ridicola. C’era di sicuro anche qualche altro motivo.

Te ne facesti una ragione e permettesti alle cose di fare il loro corso: mi confidasti di aver preso in considerazione più volte di abortire. Isabella, tu e le donne dei tuoi tempi, con tutte le vostre sofferenze, mi insegnaste ad andare fiera della libertà di scelta che abbiamo di essere madri, di non esserlo o semplicemente esserlo in modo diverso.

Il caso decise. Una notte ti svegliasti madida di sudore freddo, in preda ad un incubo, stringendo forte il ventre che ti doleva: avevi sognato di essere nella tua casa natia, a terra un secchio di metallo colmo di acqua putrida, tu stessa a squarciarti la pancia per estrarre le interiora. Gridavi di terrore e dolore fisico: Marco accese la luce e vi permise di vedere il sangue invadere le lenzuola.

Sprofondasti un’altra volta nel buio, tradita dalla vita che sembrava fare promesse negandole.

In quel periodo ero spesso fuori città, soprattutto nei week end mi trasferivo, dopo aver guidato circa tre ore ai ritmi delle mie musiche etniche, per raggiungere un paesino sulle colline: alcuni mesi prima avevo conosciuto un’altra persona che inspiegabilmente esercitava su di me fascino ed attrazione. Ettore, quello che sarebbe divenuto il mio compagno di vita, era l’abitante solitario di una cascina tra gli eucalipti; ci capitai per caso durante un’escursione in bicicletta e lui mi indicò il percorso per il ritorno: gentile e riservato, vibrò in me immediatamente, fermo con le sue braghe corte color cachi e la maglia slavata di blu, mi accolse con quella che avrei imparato essere la sua speciale espressione di timida curiosità nelle pagliuzze agli occhi delle quali ancora non conoscevo l’origine. Mi immersi in un bagno di adrenalinico innamoramento nello stesso periodo in cui tu imboccasti il nero tunnel del ritorno.

Ettore non vuole stare al mio fianco al tuo capezzale. Dice, tacendo, che solo immerso nella natura può esserci. Tra i suoi eucalipti oppure in montagna alla sua non nuova casa.

L’ultima volta che ci siamo visti abbiamo camminato per tre ore risalendo il torrente gonfio della recente pioggia; l’acqua pareva arrabbiata, viva quindi; è faticoso andarle in senso contrario. Dopo abbiamo fatto l’amore, affondando con violenza il corpo in quello dell’altro.

Ci fu nella tua vita un altro lungo periodo buio: questa volta Marco fece in modo di trovare una giovane clinica accogliente dove si faceva largo una idea nuova sulla malattia. Cominciasti a dipingere e i colori e le forme che scaturirono dalle tue mani ammaliarono.

A me parve di notare una somiglianza con i segni che alcuni gruppi di indiani amazzonici utilizzano per decorare il corpo, soprattutto il viso: ti domandai se li avessi visti in qualche foto oppure alla tv, tu mi rispondesti forse in montagna. Tutte quelle simmetrie, gli arabeschi, le curve, i cerchi concentrici, i giochi di sottile geometria. Mi affascinavano. I colori si ripetevano ossessivamente: rosso, giallo, blu. In montagna dove, chiesi; non sapevi. Poi venne: “In chiesa.”

“Era molto piccola, dedicata ad una santa, non molto lontana dalla casa dei miei genitori, in alto su uno spuntone di roccia, sospesa nel vuoto. Buia e fredda.”

L’ho poi cercata la tua chiesa. Una costruzione minuscola dal tetto spiovente, appena sopra la tua contrada. La scovai un pomeriggio uggioso. Piccina come in attesa di un’ospite, la porta di legno tarmato aperta, ai due lati una finestrella con la grata di ferro e i vetri opachi, la luce cupa che attende un lumino, quattro grezzi inginocchiatoi, la grande croce della sofferenza, e, soprattutto, una intera parete di blasoni, stemmi gentilizi, insegne araldiche, rossi, gialli e blu. Mi parve allora di vederti, scomoda, le mani giunte e tese, un raggio di luce diafana ad illuminare i tuoi capelli, un tormento a pungolare la tua giovane anima.

Venni a trovarti il giorno dopo, ti raccontai, l’avevo trovata, sono una specialista in questo, volevo sapere: per aiutarti ti mostrai alcune foto. Provocai una rottura: anche in questo sono una specialista. Una eruzione di lacrime, sussulti e grida. Accorsero gli infermieri, ci trovarono abbracciate, a terra, io seguivo il tuo cullare immersa in un buio senso di colpa. Mi cingesti il viso e con una voce che non conoscevo dicesti: “Ho abbandonato mio figlio. Che razza di madre abbandona il figlio!” Provai a consolarti, a spiegarti che non era colpa tua, che tu per me eri una madre fantastica: ci trovammo immerse nel pozzo della perdita. Tua. Mia. Di un milione di donne e uomini che non sanno. Che non conoscono.

Ci volle un po’ di tempo, la tua tenacia, l’amore limpido di Marco, la sapiente conduzione dei giovani medici: il disgelo arrivò, produsse lacrime che purificarono, permettendo il ritorno.

Mi fu possibile pensare molto a me, occupandomi di te: fu come pormi davanti allo specchio, togliere polveri e ragnatele. Soffrire del tuo dolore coraggioso mi suggerì che era giunta l’ora anche per me, di restare, fidarmi, raccontarmi, mostrando tutta la vulnerabilità che andavo da quindici anni riversando in zaini e sacche colorate, voli aerei, soggiorni misurati giusto il tempo per incontrare senza affezionarmi troppo.

Trascorrevo ore a rimirarla quella foto sciolta nel primo cassetto. Nonna me la affidò con la sapiente capacità della narratrice, aveva la rara abilità di infondere serenità, di quietare le ferite, di parlare vivacemente della morte.

Ci sono state notti buie e lunghe durante le quali il mio unico desiderio consisteva nel vederli uscire, prendere vita, alzarsi da quella panca e fare un balzo verso di me: allora avremmo potuto riprendere a far risuonare le nostre risate, lui mi avrebbe fatto il solletico sotto i piedi, lei mi avrebbe stretta guardandomi negli occhi neri.

Ho condiviso il mio racconto prima con Ettore e poi con te più tardi, una volta ritornata.

LA NOSTRA STORIA.

Ebbi modo di raccontarmi una sera di inizio primavera: la cronaca di una tragedia; stavamo a casa tua, gambe incrociate io, accavallate elegantemente tu. “Io ho perso i miei genitori in un incidente aereo.” Eravamo nella semioscurità. Fu un nuovo inizio, un tuffo negli abissi del passato: ti raccontai degli anni della mia adolescenza segnati da crisi e mancanze, del percorso ad ostacoli che avevo compiuto per costruire me stessa, della mia stupenda e mai sufficiente nonna, delle paure.

Poi, un pomeriggio, Ettore mi dice che due giorni dopo si recherà in un ufficio notarile della mia città, ha ricevuto una convocazione. Quindi arriva a casa, ha già sbrigato i suoi affari e, come ci succede dopo ogni distacco, all’inizio non riusciamo a parlare, ci lasciamo toccare. Quindi, distesi, io ammutolita dalla sua formula “ti devo dire una cosa importante”.

“Non sono figlio dei miei genitori, o meglio non lo sono biologicamente parlando, per il resto li considero tali a tutti gli effetti, anche perché loro non mi hanno mai nascosto nulla.” Qui Ettore fa una pausa, stacca gli occhi da me per passarli al bianco soffitto, io trattengo il respiro, stretta al suo fianco. “Sono stato adottato a pochi mesi, fino ad allora accudito dalle suore in un istituto; loro

dicevano in una città lontana dalla nostra, io non ho mai domandato quale, mi pareva non avesse nessuna importanza.” Altra pausa, altro affondo al soffitto: io brulico di domande. “Sai che cosa mi lascia stupito? Le coincidenze. Tu in questa città, la casa che mi ritrovo a possedere in queste montagne.” Mi impongo con forza di non intervenire “A farla breve:” Ettore si gira di scatto verso di me. ”Oggi credo di aver trovato mio malgrado, le mie radici che, appunto coincidenza vuole, sembrano affondare nelle montagne che circondano la tua città; un notaio mi ha comunicato che sono l’erede di una casa di contrada qui vicina e mi ha consegnato una lettera che ne spiega il motivo: per volontà e disposizione di quella che pare essere stata la moglie del mio padre naturale, il quale ha avuto una avventura con una giovane della quale però la donna tace l’identità; nella lettera racconta che sono stato partorito di nascosto presso un convento e che lei è riuscita grazie all’aiuto di un prete a conoscere chi mi ha adottato. Ha disposto che la casa vada a me per, diciamo, riparazione.” Mi guarda negli occhi, tutto questo mistero sembra piacergli. I pensieri mi si accavallano confusi, tra tutti emergi tu Isabella con la tua storia, il tuo Onofrio, il convento, la chiesetta con gli araldi. Con un filo di voce sento la mia voce: “E non ti incuriosisce sapere chi sia la tua madre?” Sorride Ettore, mi prende il viso tra le mani e dopo avermi baciato aggiunge: “Sapevo che mi avresti fatto questa domanda. Sarà che ho avuto una deliziosa madre adottiva, non mi manca sapere chi sia quella di sangue.” Allora io scoppio a piangere, perché nella confusione della sua storia, della vostra storia Isabella, si inserisce brusca la mia di storia e il mio eterno bisogno di una madre. Ettore forte mi abbraccia, mi bacia, mi riconduce alla calma e da essa una domanda erompe inutile. Mi risponde dicendomi il nome della contrada ed allora io confesso a me stessa dove ho già notato tutto il verde dei suoi tuoi occhi.

La morte giunge come spasmo di vita.

Ti vedo rinsavire, girare il capo verso di me.

Sussurri qualcosa.

Un elenco di nomi: “Maia, Marco, Mary, Giacomo, Ettore, Maristella, Onofrio, Maia.”

Poi una visione ti rapisce, fa tremare il tuo corpo, spezza le catene.

Mi impongo il contegno misurato al viaggio.

Isabella, vai, in un dove che non so immaginare. Grazie, per la tua storia, la nostra storia. Maia.