Stagioni_Davide Carnevali, Milano

_Racconto finalista settima edizione Premio Energheia 2001.

 

(Poi le cose presero un’altra piega…)

 

L’ultima volta che sono stato a trovare Davide, stava leggendo una raccolta di scritti di Roland Barthes. Stava lì per terra, il libro, con un angolo di cartolina che sporgeva dalle ultime pagine, come una valigia chiusa male da cui spunta la manica di un maglione. Nella foto in copertina, Barthes indossa un impermeabile lungo; si accende una sigaretta e tira una boccata. Ha il viso in gran parte coperto dal fumo denso: una strana scena. Il bianco dell’edizione Einaudi si intonava perfettamente con il bianco delle pareti, e creava quell’atmosfera da film di fantascienza degli anni settanta, minimalista, minima, senza riferimenti. Mi sono guardato intorno. Non c’erano quadri, né stampe, né fotografie, a spezzare la monotonia dell’ambiente. Solamente un materasso disteso morto sul pavimento, ed una coperta, bianca, a coprire quel cadavere.

Bianca anche la camicia che Davide indossava, liscia che pareva appena stirata. Doveva essere almeno di due misure più grande, poiché gli nascondeva parte delle cosce: in quei giorni non portava i pantaloni, quella camicia fungeva da unica veste. Poteva sembrare una tunica lasciata a metà, confezionata senza cura, per un angelo venuto male. In un maggio piuttosto caldo.

I suoi piedi nudi sudati hanno fatto scioc scioc contro il pavimento, mentre mi veniva incontro per accogliermi sulla porta. Mi ha detto: entra pure, ed io sono entrato, gentilmente, e ho chiesto se potevo accomodarmi. Mi sono seduto per terra, con le gambe incrociate, senz’altro aggiungere.

Le prime volte, quando passavo di qui alla fine di ottobre dell’anno trascorso, gli buttavo le braccia al collo, lo stringevo con forza, come solo con i veri amici lontani si fa. Scuotevo il suo avambraccio con entrambe le mani, non smettevo di ripetergli: come stai? e di attendermi che rispondesse: bene, oppure: meglio, non c’è male. Ma accadeva di rado. Ho imparato col tempo a lasciare le emozioni fuori sul pianerottolo: dentro questa stanza pioveva tutto il giorno, e si sarebbero infradiciate. Pian piano ho incominciato anch’io a comportarmi come lui: sorridere calmo e pacato, compiere gesti lenti con la mano, e dire sempre per favore, mai grazie. Di questo modo, Davide sostiene che si vive più contenti, ed io un po’ gli credo, perché abbiamo condiviso i pomeriggi per anni, e io da lui ho imparato molto, e bene. Sono felice che si stabilisca fra noi quell’equilibrio di movimenti morbidi. Quando passo a trovarlo, apriamo come una danza paradisiaca, fatta di immersioni in una vasca profonda, in cui l’acqua copre le luci forti, e copre i suoni. Mentre danziamo, Davide non si muove. Balla seduto, o in piedi, di spalle appoggiato alla finestra.

Solo lui sa come si fa, io non ci riesco, eppure mi accontento così. Se gli chiedo un consiglio, lui replica alle mie domande danzando: mi guarda fisso, finché non trovo da solo, io stesso, una risposta. E sembra che a Davide, ogni mia risposta vada bene, qualunque essa sia, e forse è davvero così, forse per lui non fa differenza. Molte volte credo addirittura che non provi più emozioni.

Pochi mesi fa, ad esempio, è passata di qui Irene.

Irene è sua cugina, Irene è la mia ragazza.

Gli ha detto della morte del suo coniglio. Può sembrare strano, o anche fuori moda, o forse può apparire scontato, ma Davide viveva da solo, con un coniglio, prima di trasferirsi.

Un coniglio marrone corteccia, per uccidere la banalità; un coniglio di due anni che portava il nome di un cantante di non so più quale gruppo. Un giorno se l’era persino nascosto dentro al cappotto, all’esame di semiotica, perché più tardi avrebbe dovuto prendere il treno e non poteva lasciarlo da solo a Milano per due giorni. Gli voleva bene, ma senza sbilanciarsi in una passione smodata; lo trattava comunque per quello che era: un coniglio marrone corteccia, killer di banalità. E questo bastava. Quando Irene gli ha riferito della sua morte, Davide non ha fatto una piega. Ha detto: mi dispiace; mi dispiace molto. Solo queste cinque parole, ma di cui due non sono altro che l’eco di un lamento-cantilena, come a significare: che c’è d’aggiungere? Quando è morto il coniglio – Edward, si chiamava – Irene ha pianto, perché era un pezzo di Davide che non era partito, e che lei aveva preso in custodia fino a quel giorno. Io una volta avevo passato una mano sul dorso di Edward, e avevo costatato che aveva proprio un bel pelo morbido. Ma quando è crepato, ho pensato solamente che nessuno avrebbe più avuto voglia di carezzarlo, perché era semplicemente un animale morto, e se Irene non l’avesse sepolto in giardino, dietro al torrente, qualche ratto se lo sarebbe mangiato, o i bambini l’avrebbero preso a calci, come un piccolo pallone di stoffa. Mentre mi attraversavano la mente questi pensieri poco pudichi, forse sozzi, Irene piangeva.

Anche da questo si vede come io, Davide ed Irene, siamo diversi. E anche da questo si capisce perché io vado spesso a trovare Davide, mentre Irene non ci va più già da un pezzo.

L’ultima volta che sono passato da Davide, lui non si è seduto. Si è appoggiato con la schiena al punto in cui due pareti facevano angolo. Si è lasciato scivolare un poco sui

piedi nudi, ed ha piegato le gambe. Ha iniziato a canticchiare qualcosa che diceva pressappoco we live in a beautiful world, e poi, sempre sottovoce, faceva il verso al riff della chitarra solista. Ha ripetuto quelle parole per tre, quattro volte: probabilmente era il ritornello della canzone. Nel contesto, il tutto assumeva un accento ironico, eppure Davide sembrava si impegnasse maledettamente sul serio per non apparire stonato.

Quando ha notato che stavo in silenzio, ad ascoltarlo, si è interrotto. Poi mi ha chiesto: è vero che ne fanno un film? Io non ho capito cosa intendesse, perché Davide spesso salta da un discorso all’altro senza preavviso, ed è difficile stargli dietro, ma ho risposto subito di sì con la testa, e ho atteso che proseguisse lui. E Davide ha proseguito: “Quando il signor Bilbo Baggins di casa Baggins, annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbeville si mise in agitazione…” Allora non ho avuto difficoltà a sorridere di soddisfazione, e ho detto ancora: sì, sì; perché quel libro l’avevo letto anch’io, da bambino, e mi ricordavo perfettamente l’incipit, proprio come Davide. Ho continuato: sì, l’ho sentito. Ne faranno un film, in tre episodi, e saranno molto lunghi, perché cureranno meticolosamente la sceneggiatura, di modo che siano rispettati tutti i riferimenti. Lo andiamo a vedere?

Sì.

Ha canticchiato ancora quella canzone. “We live in a beautiful world… tutttututtut…”, ma questa volta è andato proprio fuori tono, e non ha nemmeno cercato di nasconderlo.

Si è scostato dall’angolo, e ha attraversato in diagonale la stanza, avvicinandosi a me: “Mio buon amico, vuoi qualcosa da bere?” “E cosa avresti da offrirmi?” Non c’erano armadietti da bar, dove abitava Davide. Mi ha guardato un po’ male. Io ho detto un’altra frase fuori luogo, e poi sono stato zitto. Abbracciando le mie ginocchia, ho pensato nel bianco della stanza di essere un deficiente. Ma che male c’era?

Dopotutto mi trovavo in un film di fantascienza.

L’ultima volta che ho fatto un salto da Davide, c’era un sole urlatore, fuori dalla finestra. Gridava all’impazzata di uscire, gettava, attraverso i vetri spessi infrangibili, dei pugni di pulviscolo, per farci tossire e per convincerci a raggiungere la gente che vive, giù, nei giardini. Ma noi, di uscire, non ne avevamo mai voglia, e ai giochi pre-estivi dei bambini di sotto, abbiamo risposto con un silenzio lungo, lungo, più affannoso di una corsa, che ci ha tolto il fiato. Davide si è portato una mano fra il cuore e la gola, respirava a fatica. Si è aperto un poco la camicia, i due bottoni più in alto, e ha lasciato che si intravedesse lo sbrego che ha sul petto. Profondo.

Una bella cicatrice spalancata, di una spanna almeno, in diagonale, che gli squarcia la pelle. Davide dice che quello è il segno di una colpa, la punizione per chi non sa stare al mondo. E’ una specie di malattia amica. Vista dall’esterno, può sembrare l’errore artificiale di un coltello, ma se la guardi da vicino, ha un colore naturale, viola di carne viva. Non si è mai rimarginata del tutto, perché Davide, di condurre una vita rumorosa, non ne è ancora capace. E così, spesso, la ferita si riapre, e da quella fessura fantasiosa escono piano i sentimenti e le emozioni che non può descrivere, quando ha la bocca tappata da un pensiero torvo.

Capita spesso che la ferita si riapra mentre danziamo.

Anch’io ho uno strano sbrego, dalle parti della milza, poco sotto l’ombelico, ma il mio è più piccolo, perché riesco a liberare le parole con più facilità. Irene invece, lei non ha ferite, né sbreghi, che la aprano agli estranei. La sua pelle è una superficie chiusa in fondo, un campo tutto coltivato a grano, che non finisce mai. L’ho vista nuda, decine di volte, Irene, e mai le ho trovato una cicatrice che deturpasse il paesaggio.

Ogni volta che abbiamo fatto l’amore, lei parlava, e dalla sua bocca uscivano i baci, e tutte le altre parole che le servivano.

Ancora una volta, mi rendo conto che siamo molto differenti: io da Irene, Irene da me, Davide da tutti e due; ma lui fa finta di non saperlo.

L’ultima volta che ho visto Davide, siamo stati entrambi in ascolto delle gocce d’acqua all’interno delle tubature che si nascondono dietro l’intonaco, a pochi centimetri dalle nostre teste. Le gocce ogni tanto scappano via dai tubi, e si sente plick, plick, al di là della parete e delle apparenze, dentro il muro. Questo fenomeno strano delle perdite di umidità, lo si avverte anche a casa mia, ma quando vengo qui, da Davide, è diverso, perché insieme seguiamo attentamente il percorso dell’acqua, e possiamo ridere quando il secondo plick insegue il primo da lontano, e tarda a farsi sentire. Siamo stati con le orecchie attente al gocciolio per almeno dieci minuti. Poi il plick, plick nei tubi si è confuso con un rumore più sordo, di passi nel corridoio, e subito dopo qualcuno ha bussato alla porta. Davide non attendeva visite, e nemmeno io. In fondo ci stavamo divertendo, e siamo stati entrambi seccati che il nostro gioco fosse stato interrotto così bruscamente: in frangenti simili, ci si arrabbia come bambini.

Sono andato io ad aprire.

Era Samuele.

Samuele è un buon amico, anche se un po’ strano: sta ancora studiando, per diventare medico. Medico dei pazzi. Ma per adesso è solamente infermiere. Ha detto che aveva bisogno di me, e nel suo sguardo ho letto un che di grave. Allora ho capito che non potevo fare altrimenti, e sono rientrato nella stanza per salutare Davide. Ci siamo sorrisi, non sembrava irritato del fatto che me ne dovessi andare così, all’improvviso.

Si è portato una mano vicino alla gola, e si è richiuso i bottoni in alto della camicia. Io ho chiuso la porta e sono uscito con Samuele. Mi ha chiesto: Com’è andata oggi? ed io non ho risposto, perché l’unica cosa che mi interessasse veramente, ora che ero uscito dall’appartamento di Davide, era sapere se Irene fosse passata a cercarmi. Oggi no, mi spiace, ha detto lui. Allora ho pensato: beh, magari passerà domani, ma forse l’ho pensato un po’ troppo ad alta voce, perché Samuele ha risposto: sì, sì, con aria quasi annoiata. Poi ha aperto la porta della mia camera, e ha ripetuto la solita tiritera della visita del dottore alle sei e della cena pronta alle sette e mezza, mi ha salutato, e se n’è andato.

Ma domani tornerà a prendermi alla stessa ora, come un maggiordomo mi aprirà ancora la porta ad un pomeriggio nuovo, scorcio di normalità. Perché nei sanatori mentali, le cose non cambiano mai. Oppure cambiano di rado. Come nei film di fantascienza. Intanto, io ho tempo abbastanza per chiedermi chi le disegna, chi le colora e le ritaglia, queste giornate tutte uguali, che qualcuno mi appiccica sul muso, soffocandomi.

Ogni settimana, ogni giorno. Forse qui non ci sto più tanto bene, forse dovrei traslocare, ecco cosa mi dico ogni tanto. Ma è soltanto un pensiero torvo, e allora mi prende la malinconia e compongo un blues ticchettando le dita sul pavimento.

Mentre Davide legge Roland Barthes nell’altra ala dell’edificio, ed Irene non passa più di qui già da un pezzo.