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L'angolo dello scrittore

Somalia, sempre più nel caos. Riecco i pirati… somali

 Nel Golfo di Aden agiscono predoni somali che solo nel 2008 hanno sequestrato un centinaio di navi, fra cui un’enorme petroliera. I pirati si avvalgono di tecniche raffinatissime.

 Amani 10 Febbraio 2011

 

 I pirati sono tornati. Attaccano non più i galeoni spagnoli nell’Atlantico, ma moderne navi, di tutte le nazionalità, nel golfo di Aden, il quale mette in comunicazione il Mar Rosso ( e quindi il Mediterraneo, attraverso il Canale di Suez) con l’Oceano Indiano. Da qui transitano ogni anno circa 16mila navi: trasportano ogni genere di bene tra Europa e Asia.

I pirati del Duemila sono somali e la loro attività, nel corso di questi anni, attraversa un boom. Anche se vengono da uno dei paesi più poveri del mondo, sembrano assai efficienti e costituiscono un’organizzazione logistica ed economica complessa. Ci sono quelli che un tempo erano pescatori: non hanno potuto reggere la concorrenza con i pescherecci asiatici ed europei, ma conoscono il mare e conducono le barche. Ci sono i guerriglieri, probabilmente ex miliziani di Mogadiscio, che maneggiano le armi. E ci sono i tecnici, quelli che con i computer e i telefoni satellitari tengono i contatti con le compagnie di navigazione e i mediatori, per trattare il riscatto dei marinai rapiti e delle navi sequestrate. Dal momento in cui i pirati vengono avvistati, passano anche solo 15 minuti, prima del tentativo di abbordaggio: questo spiega perché ogni tanto essi riescono a sequestrare una nave, nonostante il golfo di Aden sia pattugliato dalle marne militari di molti paesi occidentali.

Solo nel 2008 la pirateria in partenza dalle coste somale è raddoppiata, rispetto agli anni precedenti. Ed è un trend ancora in crescita, nonostante il pattugliamento di navi a difesa dei carichi, comprese quelle del nostro Paese. La londinese Chatham House ha stimato che il fatturato totale della pirateria, ovvero i riscatti pagati nell’anno 2008, sia una cifra compresa tra i 18 e i 30 milioni di dollari. La maggior parte dei pirati opererebbero dalle coste del Puntaland, nel nord, mentre fino all’anno scorso partivano da più a sud.

La pirateria mette a rischio anche il rifornimento alimentare dei somali del Programma alimentare mondiale (Pam). La quasi totalità viene trasportata via nave: il che è rischioso al punto che i soldati canadesi, fucile puntato, scortano le navi che trasportano cibo.

La Somalia, ormai, non è uno stato. Dall’inizio degli anni Novanta è in preda a una totale anarchia; quello che la comunità internazionale chiama “il governo”, in realtà riesce, sì e no, a governare l’albergo in cui risiede e ha messo piede nella capitale Mogadiscio – ancora distrutta dopo una guerra civile di quasi vent’anni fa – solo grazie all’intervento dell’esercito di un altro paese: l’Etiopia.

Nel 1991 cade il dittatore Siad Barre: per tre anni l’Onu e la comunità internazionale tenta, in Somalia, la più grande operazione umanitaria armata (dove i marine americani e i soldati italiani svolgono il ruolo principale), che si rivelerà uno degli insuccessi più gravi della storia del dopoguerra. Un fallimento così totale da far passare la voglia di intervenire in qualsiasi paese africano per cercare di imporre la pace. Le successive operazioni dei caschi blu in Africa, si sono limitate a mantenere una pace che non c’era, ovvero ad assistere, più o meno, impotenti alla guerra. I marine americani e gli altri soldati lasciano la Somalia nel 1994-’95; segue un decennio di totale anarchia, durante il quale la Somalia sembra scomparire dai mezzi d’informazione di tutto il mondo.

Le Corti islamiche tentano di riportare la legge (del Corano) e l’ordine (delle armi) a Mogadiscio e in Somalia, e in un primo momento, fino al 2006, sembrano riuscire là dove tutti gli altri avevano fallito. Nel periodo in cui il potere è nelle mani delle Corti islamiche, la pirateria si arresta quasi totalmente. Le Corti, però, sono accusate – soprattutto dagli Stati Uniti – di essere troppo vicino agli estremisti islamici e a gruppi terroristici. Il nuovo ordine globale dice che in nome della lotta contro il terrorismo, tutto è possibile: dunque nel 2006 l’Etiopia, nemico storico della Somalia, invade il paese con il beneplacito degli Stati Uniti, per combattere contro le Corti islamiche e sostenere il governo di transizione. Gli estremisti islamici non solo non se ne sono andati, ma – sostenuti anche dall’Eritrea, nemica dell’Etiopia -, continuano  a combattere i soldati etiopi e i caschi verdi dell’Unione africana. E ormai non pochi commentatori parlano di uno scenario afghano o iracheno per Mogadiscio e l’intera Somalia. In mezzo a tutto questo, chi soffre di più, sono i civili. Secondo le Nazioni Unite, almeno la metà della popolazione di Mogadiscio è sfollata: qualcosa come 500mila persone.

La Somalia non è più nemmeno un territorio: a nord il Somaliland (l’ex colonia inglese) è una regione di fatto autonoma, così come il confinante Puntland. Regioni relativamente più stabili e floride, rispetto alla capitale, anche se non mancano episodi sanguinosi.

Così la Somalia si trova frammentata, con estremisti che attaccano in tutte le città, con un esercito – quello etiope – che cerca di controllare il paese e con i colossi (Usa, Russia e Cina), che sembrano guardare da altre parti. E così, tempo fa, un commentatore del più diffuso quotidiano del Kenya, Doald B.Kipkorir, ha ipotizzato l’opportunità per il Kenya, di invadere la Somalia e annettere la parte meridionale del territorio. Tanto il mondo è troppo impegnato dalla crisi finanziaria globale per occuparsi della Somalia e dei suoi pirati.