Soltanto una telefonata_Cristina Mosca, Giulianova(TE)

_Racconto finalista quinta edizione Premio Energheia 1999.

Nulla sentiva, se non il vento che le andava contro e il suo boato nelle orecchie, e il fruscio di seta dei suoi capelli. La notte respirava intorno a lei, senza accorgersi della sua figura ritta e immobile, in quel balcone, del suo viso anonimo, di fronte a tante anonime stelle. Ammiccava, il cielo, sulla sua solitudine, sui suoi occhi aridi. Avrebbe forse pianto, se avesse avuto ancora qualche lacrima, ancora un po’ di anima. Lo stesso amore che era riuscita a strapparla dal buio, la stava ora lasciando lentamente scivolare in uno stato di vuoto e apatia, quasi, identico a quello in cui era stata prima; forse peggiore, perché stavolta non era sola. Eppure… sola, si sentiva. Ogni certezza si era trasformata in una fragile bomboniera di cristallo; ogni parola prendeva vita quasi da sola, trasformandosi in una precaria bandiera pronta a cambiare per amore del vento; ogni sguardo si era consumato in un abbandono senza più alcuna dignità. Si vergognava, al solo pensarci, ma, accidenti, si sarebbe sciolta in un suo abbraccio anche in quello stesso istante. Se solo fosse stato lì con lei! Non con le stelle, ma con lui avrebbe potuto parlare; del suo cuore, dei suoi dubbi, della loro storia. Non avrebbe avuto paura di dare voce ai suoi pensieri, stavolta, non si sarebbe vergognata di esprimere quella che lui chiamava la sua ingenuità, e il suo orgoglio di adolescente.

Non sarebbe diventata come aveva sempre voluto non essere, non si sarebbe nascosta dietro una maschera di falsità, fatta di fronzoli e di sicurezza ipocrita. Si sorprendeva ormai sempre più spesso a sperare che esistesse pur qualcuno, nel mondo intero, che potesse accettarla e amarla per così come era, per così come si piaceva. A chi spettava dirle che doveva cambiare? A nessuno, se non a lei stessa. Nonostante tutto, se solo lo avesse avuto di fronte… lo avrebbe attaccato… lo avrebbe amato… lo avrebbe venerato… e poi volentieri schiaffeggiato… Nel ricordare lui, i suoi occhi, le sue parole, una sola voce le saliva dal cuore, e gridava che mai come adesso aveva bisogno di averlo vicino, di sentirlo presente, e lì per lei, per la loro stessa sopravvivenza. Dimmi che mi vuoi ancora, pregava, e che sono vita per te. Respirava, e l’aria della notte era lui; ogni palpito sussurrava il suo nome; ogni secondo,  ogni sacrificio era per lui. Voglio essere bellissima quando mi telefonerà per uscire, pensava, dovrà rimanere senza fiato quando mi vedrà nei jeans nuovi. Dovrà volermi vedere più spesso, pensava.

Inchiodata al suo corpo dall’amore, aveva già cominciato a ridurre la portata dei pasti, prima di quella sera, eliminando dolci e pane ed impuntandosi su frutta, verdura e acqua, senza tralasciare carni e formaggi leggeri, yogurt compresi. Dallo stesso giorno seguente, accompagnò il tutto con un disperato esercizio fisico, che le permetteva di pensare meglio, o di non pensare, e che la faceva sentire più leggera e a posto con se stessa. Insieme ai giorni, non passò nube che non la vedesse, impaziente, su quella bilancia; non passò rondine che non la scorgesse sfrecciare sulla bicicletta fra le balle di grano lasciate al sole; non passò luna che non la sentisse piangere di nervosismo. Il bisogno di maggiori carboidrati, infatti, per compensare le corse e le scampagnate in bici, si fece sentire ben presto. Se il giorno riusciva a mangiare poco o niente, la sera quasi non riusciva a schiodarsi da quella tavola, buttando giù i cibi più “leggeri” che trovava, ma in mostruose quantità. Poi, puntualmente, si sentiva male, e se non dava di stomaco, passava il giorno seguente a puntualizzare su ogni singola caloria, ignorando i capogiri e la fiacchezza che la visitavano di frequente. La bilancia divenne la sua ossessione, e si disperava per non riuscire a scendere più di quel paio di chili. Non credette al calcolo che fece, seguendo una tabella, quando risultò essere sottopeso.

Ridusse ulteriormente il cibo, ma il controllo dei suoi non le permetteva di scendere al di sotto di certi valori; inoltre, continuò ad alternare pasti parchi che avrebbero dovuto rappresentare il suo normale stato di vita, a pasti in cui sembrava non dovesse smettere più di mangiare; più che per fame, per nervosismo. In nome di una telefonata che non arrivava mai.

Quanto passò prima che cominciasse ad usare lassativi, per smaltire anche quel poco cibo che continuava a mandare giù? Una settimana?, quindici giorni?, un mese? Aveva del tutto perso la concezione del tempo.

Avrebbe potuto essere una settimana, che ne sembrava due. Le sembrava di perdere peso, con quest’altro metodo, ma stava continuamente male; si svegliava con la nausea ed arrivò a dare di stomaco fino a sera. Con il passare dei giorni, le si disegnarono due profonde occhiaie sotto i grandi occhi tristi, che spiccavano, in modo surreale, sulla carnagione da sempre pallida, e cominciò a sentirsi perennemente, tremendamente stanca. Tuttavia, era felice: le cosce avevano perso la loro pesantezza e le piaceva paragonarle a quelle di una giovane cerbiatta; il ventre era stupendamente piatto, e anche il fondoschiena era meno opprimente. Non notava che la pelle cominciava ad aderire come seta bagnata sulle braccia, sui polpacci, e sui muscoli del collo. Non notava che i seni erano appassiti e sembravano quelli di una vecchia e asciutta balia. Non notava che quasi non poteva prendersi per una guancia. La telefonata continuava a non arrivare. Lui l’aveva dimenticata. Tuttavia, lei continuava ad aspettare, con la fedeltà di chi è innamorato. Verrà il momento in cui mi dovrà vedere nei jeans nuovi, pensava. Verrà. Viveva per quel momento, e si teneva preparata, con tenacia, con fiducia, con disperazione. La tristezza, tuttavia, scendeva su di lei sempre più spesso, soprattutto quando si scopriva debole e non resisteva all’impulso di mangiare, per non pensare, per non ricordare che erano passati venti giorni da quando lei e il suo ragazzo si erano sentiti per l’ultima volta; accidenti, venti giorni infiniti.

Dopo ogni pasto sostanzioso si sentiva pesante, e irrimediabilmente grassa, e terribilmente in colpa… Si lasciò inghiottire dalla depressione… che la portò a mangiare sempre di più ad un pasto, per poi saltare i due seguenti. Una notte si svegliò e si alzò dal letto. Scivolando lungo i muri del silenzio andò in cucina… e aprì il frigorifero… e mangiò un piatto sano di tortellini, avanzato dal pranzo. Così com’era, senza neanche riscaldarlo.

Si riempiva la bocca e masticava voracemente, e quasi non aspettava di finire di ingoiare, per riempirsi la bocca nuovamente, quasi senza riuscire a riprendere fiato, quasi fino a sentire la gola spaccarsi in due per i bocconi troppo grandi. Poi tornò a letto… e pianse in silenzio… non riconoscendosi più… in preda al terrore, alla repulsione per se stessa… incapace di controllare i suoi impulsi più animali… Si addormentò, stringendo convulsamente il cuscino, e sognò… Sognò di guardarsi allo specchio, e di avere un corpo stupendo, e quello degli ultimi giorni gli assomigliava; ma sul tavolo riflesso c’era quel piatto di tortellini, e bastò uno sguardo per diventare improvvisamente, orribilmente grassa… Con ancora davanti agli occhi l’immagine rivoltante delle sue gambe appesantite, dei suoi polpacci enormi, e dei rotoli di cellulite che si accumulavano sui fianchi, si svegliò di soprassalto. Corse nell’oscurità fino in bagno, si ficcò con disperata violenza due dita in bocca e diede di stomaco, in silenzio. Poi, rimase per terra, in ginocchio, a subire la punizione delle sue lacrime.

… Chiedeva soltanto una telefonata… Alzò la cornetta, compose il suo numero; lui le rispose, allegro come sempre. Ciao, amore, usciamo?, gli chiese. Lui le rispose sì, se ti va… Ma lei percepì chiaramente il suo pensiero, come se glielo urlasse dentro: eccola qui, mi chiama lei come sempre, la cagnolina che sbava dietro al suo padrone.

Aprì gli occhi; era nel suo letto, febbricitante. Stando agli odori della casa doveva avvicinarsi l’ora di pranzo. L’aroma del sugo le fece salire la nausea, e corse in bagno. Ritornando a letto, nel corridoio incontrò suo padre, che le chiese cosa ci facesse quella notte addormentata in bagno. Mi sono sentita male, rispose. Torna a letto, torna, che sei vicina a 38 di febbre. I pochi giorni di malattia le permisero di mangiare quasi niente, come aveva sempre desiderato. Guarita, volle salire di nascosto sulla bilancia, ed ammirare il frutto dei suoi sforzi immani. Aveva perso altri cinque chili da quando aveva calcolato di essere sottopeso. La felicità le provocò una serie di capogiri, tanto che dovette stendersi sul letto, dopo averlo raggiunto a tentoni. Benissimo, adesso si tratta solo di non riprenderli. Si concesse uno yogurt magro a colazione e un po’ di carne o dell’insalata, a pranzo; se i suoi la costringevano a mangiare di più, non esitava a cacciarsi due dita in bocca dopo il pasto. Per il resto della giornata si riempiva d’acqua, ed era felice di poter stringere la cintura dei jeans di tutti quei buchi, anche se dietro si arricciavano. Ebbe bisogno di un reggiseno di una taglia più piccola, ma a lei non importava: l’importante era aver perso tutta quella roba, dietro. Era entusiasta di come la pelle si tendeva, sul ventre, e di come le sue gambe si erano assottigliate. Adesso sì che puoi telefonare, amore, pensava; sono pronta. Ma il telefono continuò a tacere, per lei. Poi, accadde una cosa stranissima. Era in auto con sua madre, ed era una delle ore più calde di una giornata di luglio; e, un attimo dopo, era in una specie di infermeria, stesa su un lettino. Sei svenuta all’improvviso, le spiegarono. Deve essere stata la pressione bassa. Signora, sua figlia è in sottopeso di sette chili, è meglio che segua questa dieta. Deve ricominciare a mangiare.

Non capisco, mangia sempre, praticamente, le stesse cose che mangiamo anche noi. Non so cosa dirle, signora. Forse ha bisogno di un controllo più stretto.

Il controllo fu raddoppiato, e inoltre fu costretta a mangiare più pasta a pranzo, e più formaggi. Si può vigilare con efficienza quando la luce del giorno arriva anche negli angoli più remoti; tuttavia, è più difficile tenere a bada una creatura della notte, quando lente, scendono le tenebre.

Quasi avesse avuto un meccanismo automatico nel suo cervello, a mezzanotte in punto qualcosa in lei faceva – tac -, e lei apriva gli occhi.

Come in un sogno, le sembrava di sentire tutti i rumori della digestione, iniziata da poco perché mangiavano tardi, e le sembrava di percepire le riserve di grasso che andavano strisciando sotto la pelle, giù per i fianchi, lungo le cosce. Si alzava dal letto. Scivolava fino in bagno, perfettamente cosciente… agile come un gatto, con l’oscurità e il silenzio suoi complici… e dava di stomaco fino allo stremo, fino a quando, vacillando, ritornava al suo letto, e senza pensieri sprofondava nel più profondo oblio. Lente trascorrevano le sue giornate, cadenzate dalle sue poesie e dalle sue speranze, rese inutili e preziose dalla stanchezza e dalle lacrime, nelle esalazioni opprimenti dell’asfalto di luglio. Rapida e intensa sfuggiva la notte, mentre lei l’attraversava effimera come un fuoco fatuo, uccisa da una falce di luna, soffocata dalla polvere delle stelle. All’inizio di agosto, svenne per la seconda volta. Venne deciso di ricoverarla; ma lei non capiva, non voleva, adesso finalmente si piaceva, ed era pronta! Inoltre doveva assolutamente tornare a casa, lui avrebbe potuto telefonare! Niente da fare, la trattennero nonostante le sue vivaci ribellioni. Fece, tuttavia, una buona impressione sul personale, perché non sembrava un caso così disperato. Sembrava mangiare di buon grado, lasciava solo qualche patata. Soltanto dopo una settimana, vedendola scarna esattamente com’era arrivata, sospettarono che ci fosse bisogno di un controllo ancora più stretto. In quella settimana, strinse amicizia con una ragazza del reparto. Era una notte ventosa, quella in cui si erano conosciute. Appena sgattaiolata fuori dalla sua stanza, di cui era l’unica ricoverata, stava scivolando lungo il corridoio, quando, arrivata a metà, un’ombra lontana la sorprese. Un’ombra altrettanto furtiva e scalza, che come lei si bloccò nel bel mezzo della corsia, appena la scorse.

Bastò l’eco di un rumore di passi per richiamare entrambe alla realtà, e fecero in tempo a rifugiarsi in bagno. Quella notte nessuna delle due diede di stomaco, contravvenendo alle loro recenti abitudini; al contrario, si conobbero, parlarono, si scambiarono i trucchi migliori per eludere la sorveglianza notturna… e finalmente non si sentirono più sole.

Erano accomunate dalla medesima ossessione, ed entrambe si confidarono il loro disagio, nel sentirsi strattonate da tutte le parti, senza capire, senza vedere il baratro da cui diverse mani cercavano di salvarle. Si confidarono quanto si piacessero in quei corpi magri, quanto si sentissero leggere, e sciolte nei movimenti. Erica era lì non da pochi giorni, ma da due settimane; le dicevano che era sottopeso di dieci chili, ma lei si piaceva, così; le descrisse anche la soddisfazione che aveva provato nel comprarsi dei jeans di due taglie più piccoli. Lei si ricordò di quelli che stavano ancora aspettando, nel suo armadio, di poter essere indossati per lui, e un velo di tristezza scese impercettibilmente dall’oscurità ad adombrarle gli occhi, e si chiese se non si fosse potuta permettere anche lei un nuovo paio, di due taglie più piccolo. Ma in fondo, anche una taglia sola in meno l’avrebbe soddisfatta. Lei ed Erica si tenevano compagnia a vicenda, durante il giorno, ma di notte si evitavano di comune accordo, perché altrimenti finivano nei bagni non a depurarsi dal cibo ingerito, ma a raccontarsi a vicenda; e ciò avrebbe, alla fine, compromesso la loro “linea”. Passò una seconda settimana, e divennero più difficili le incursioni notturne, perché il vigilante aveva ricevuto istruzioni più severe e quasi non si muoveva dal corridoio. Adesso lei riusciva a raggiungere i bagni solo una volta in due notti, magari con il permesso del sorvegliante stesso, fingendo di essere indisposta o di avere urgenza. Il suo stomaco, praticamente disabituato a lavorare, ne risentì, e non stette bene per un paio di giorni. Perse di vista Erica. Appena si ristabilì sufficientemente, corse a cercarla, e la trovò a letto, circondata dalle flebo. Era pallida, molto pallida, e per la prima volta lei si accorse delle due ombre di morte che circondavano i suoi occhi, e delle valli di desolazione che le si disegnavano sulle spalle e sui muscoli del collo.

“Ehi, mormorò Erica appena la vide. Accennò un sorriso, ma era il sorriso più amaro che fosse mai esistito.

“Che hai fatto?” le chiese.

“Sto male.”, fu la semplice, triste risposta. “Non riesco più a mangiare. Continuo a perdere conoscenza. Se mi imboccano a forza, rigetto tutto dentro al piatto .”

Si chiese per un attimo se mai lei stesse percorrendo la stessa strada.

Lei ed Erica facevano praticamente le stesse cose, anche se, in fondo, Erica era ricoverata da un po’ di più. Erica, inoltre, continuava ad usare lassativi, mentre lei aveva smesso da parecchio. Non finirò così, pensò guardandola, potrò conservare queste condizioni senza degenerare, senza giungere ad un tale punto. Non io, non così.

“Guarirai”, disse ad Erica.

“Oh, non lo so.” Sospirò. Voltò lentamente lo sguardo verso la finestra, anche se le persiane erano abbassate, e parve riflettere; in realtà, cercava solo un pensiero, un ricordo, ed un pezzetto del suo cuore.

Mormorò Erica:

“Fammi un piacere.”

“Dimmi.”

“Smetti di scappare in bagno, la notte.”

Sbatté più volte le palpebre, senza capire. Sta delirando, pensò. Per lei era naturale quanto per me, quello che facevamo di nascosto. Non è troppo lucida, pensò. Dovrei assecondarla?

“Va bene.”

“No, sul serio.” Erica la guardò, con due occhi tutt’altro che poco lucidi. “Sul serio. Dammi retta.”

“Ma… Tutti i sacrifici… I jeans… E il pane… E la febbre… Ma che dici? Hai visto come siamo diventate? Hai visto che vita sottile? E le cosce? E il…”

“E il viso quasi trasparente, le braccia scheletriche, il seno patetico, le scapole che quasi ci bucano la pelle? Ma guardati. Guardami! Siamo state delle stupide. La nostra salute vale molto di più che di un paio di jeans 42. Lo sai che potrei morire? Lo sai? Che stupide che siamo state. Abbiamo torturato ogni singola cellula, senza senso. Da perfette stupide, lo capisci?”

Rimase decisamente scombussolata da questo repentino cambiamento.

I medici le hanno fatto il lavaggio del cervello. Ma io non cederò.

“Se…” Erica ricominciò a parlare, sommessamente, stancamente. “Se solo riuscissi a guarire, e ad uscire da questo buco di ospedale… Io… mi dedicherei ad altre cose… riscoprirei altri interessi… magari scoprirei di avere un oceano di amici… di avere chi mi vuole bene, anche se supero i cinquanta chili… Rivaluterei idee vecchie e nuove… Ricomincerei ad ubriacarmi di videocassette, magari… Io… io ricomincerei perfino a mangiare normalmente… e a godermi ogni più piccolo pasto… Sai cosa mangerei, prima di tutto, di cosa avrei voglia anche adesso, se il mio stesso corpo non lo rifiutasse? Uno di quegli spumini con le mandorle tritate che fanno giù al forno vicino la scuola… E poi… avrei voglia di uno zabaione, di quelli fatti con un uovo freschissimo, e con tanto zucchero… e l’albume montato sopra…”

Sorrideva, quasi parlando da sola, e sembrava per davvero scivolata nel delirio. Lei la guardava sbigottita, ma un’unica frase martellava nelle sue orecchie: io saprò evitarlo, io non finirò così. Riuscirò a mantenere questi ritmi, senza cadere in preda alle allucinazioni. Sarò forte, io.

Altri giorni passarono e né lei, né Erica venivano dimesse. La andava a trovare tutti i giorni, ma ogni giorno non la trovava granché migliorata.

Erica era sempre in quel letto, il suo corpo quasi difficile da distinguere dalle normali pieghe delle lenzuola, e i suoi occhi grandi e lucidi.

Aveva cominciato a perdere i capelli, e le confidò che il suo ciclo era in ritardo di venti giorni. Lei cercò di starle vicina il più possibile, ma le visite dei medici erano frequenti, e inoltre dicevano che Erica aveva bisogno di riposare, di non stancarsi troppo. Allora le leggerò qualcosa, decise.

Si fece portare da casa un racconto di Richard Bach, e alleviò la stanchezza della sua amica raccontandole, poco per volta, dei voli del gabbiano Jonathan Livingston, che trascurava perfino i pasti per poter perfezionare il suo volo, e per poter arrivare sempre più in alto, per potersi distinguere dagli altri gabbiani, che non capivano le magnifiche cose che potevano ottenere dalle loro ali, non capivano che velocità è bellezza, e che la vita è un continuo anelito ad uno stadio sempre più alto.

“Che stupido”, commentava Erica ogni tanto.

Un giorno – erano arrivate al punto in cui il protagonista, esiliato dagli altri gabbiani, viene affiancato da altri due gabbiani, leggeri e lucenti, ed accompagnato verso il cielo – Erica perse di nuovo conoscenza, ed entrò in coma vigile. Così, all’improvviso; un momento prima era sveglia e le sorrideva, un momento dopo chiudeva gli occhi e non rispondeva.

Inaspettatamente, repentinamente, silenziosamente. Quella e le due seguenti furono notti di veglia e di pena per lei, e non si curò neppure di andare in bagno per togliere di mezzo gli inutili carboidrati che aveva per forza di cose assunto durante la giornata. Fu presa da sgomento, il terzo giorno, quando dopo il pranzo fu assalita dalla nausea, e subito dopo cena dovette dare di stomaco. La storia si ripeté per tutta la mattina seguente, dopo la colazione, e di nuovo dopo il pranzo. Il suo corpo continuava a rifiutare una certa quantità di cibo, e lei stava male, i capogiri si facevano più frequenti, e più evidente il tremito delle mani, fino ad allora rimasto facilmente dissimulato. Ci fu bisogno anche per lei di flebo, e dovette rinunciare alle visite ad Erica. Oh mio Dio, pensava, cosa ho fatto. E lei mi aveva anche avvertito. Sono stata una presuntuosa, e una stupida. Adesso chissà come finirò. Il mio corpo mi si è ribellato contro. Ingrato. L’avevo plasmato con tanta cura, con tanti sacrifici.

Possibile che ogni creatura debba, prima o poi, distruggere il suo creatore?

E io che credevo di poter controllare un circolo vizioso. Sono finita in un bel pantano. Com’è che si usciva dalle sabbie mobili? Mi pare che bastasse nuotare, lentamente, pazientemente. Se solo ne avessi la forza.

Oh, e i miei jeans? Sembrerò una balena straripante. Che orrore… Tutte le altre ragazze più magre verranno preferite a me, e mi ritroverò da sola… mi derideranno, alle mie spalle, e mi tratteranno con compassione…

Ed Erica… sul limite fra vita e morte… Se morisse… io mi ritroverei a guardare il sole, e lei lo avrebbe perduto per sempre… io continuerei ad attraversare questi corridoi, e lei non li vedrebbe mai più… camminerei, e lei non si muoverebbe più… e mi guarderebbe dall’altra parte dello specchio ogni volta che studio le pieghe dei fuseaux… Io potrei sposarmi, un giorno… ma lei… avrebbe sacrificato la sua intera vita per pochi chili… che, in fondo, si riconoscono di più se mancano…

Allora, forse…forse… forse c’è un prezzo da dover pagare… per poter sopravvivere… per vincere contro l’oblio. Per vincere contro di me, contro le mie ossessioni. Forse è il modo di evadere dalla mia prigione di apparenze e forme.

Una notte sognò Erica. La sognò come l’aveva osservata dormire durante le notti di veglia, nel suo letto, pallida, scarna. Sognò di starle tenendo una mano, ma lei non si svegliava. Ad un tratto, ebbe la certezza che Erica desiderasse un’albicocca. Ne prese una dal vassoio azzurro che era sul comodino, e la aprì in due. Il suo profumo la avvolse e la riempì di emozioni, e lentamente si portò una delle due metà in bocca, e l’addentò, e la masticò, e la assaporò, e la ingoiò. Il suo dolce sapore la condusse in Paradiso, e quando si svegliò e aprì gli occhi, ebbe difficoltà a non credere di esserci per davvero. Le tende di velo che per lei erano state messe alla finestra, venivano spinte dentro la stanza da una leggera brezza, e volteggiavano davanti ai suoi occhi, lentamente, in modo surreale, senza il minimo fruscio, e la cullavano dolcemente in quella dimensione che si trova fra il sogno e il dormiveglia. Il sole era fermo con discrezione ai piedi del suo letto, senza avanzare, per non ferirle gli occhi assonnati.

Con dolcezza ritornò alla realtà, e il primo pensiero fu per Erica; poi, quando si accorse di non essere nella sua camera da letto, quella di casa, si ricordò anche della sua situazione, e rimase turbata. Io… qui… con una flebo per mangiare, per non morire… Come ho potuto… Io… E quegli stupidi jeans… Quella telefonata… che non è mai arrivata…

Fu presa dallo sgomento, perché si chiese sul serio cosa fosse realtà e cosa sogno. Perché ricordava in un’atmosfera surreale non l’episodio dell’albicocca, non le ore passate con Erica, ma le notti rubate in bagno, le corse disperate per bruciare grassi, i sensi di colpa per aver fatto merenda anche se con una sola mela, i seni appassiti; persino le soddisfazioni che riceveva da quella bilancia, quando le mostrava che continuava a dimagrire. Impiegò un po’ di tempo a tornare in sé completamente, e a saper distinguere nuovamente l’accaduto dall’illusione. Poi, con un tuffo al cuore e un grandissimo sorriso, si accorse di una nuova emozione, sepolta in lei da innumerevoli giorni, che timidamente si lasciò riscoprire, ed insinuò nelle sue fragili membra un lieve fremito di desiderio.

Alla prima infermiera che entrò, disse:

“Ho fame.”

Nel giro di pochi giorni le tolsero le flebo, e poco tempo dopo fu in grado di girare libera dapprima nella stanza, poi nel corridoio. Era piuttosto indecisa se chiedere di Erica, aveva paura di quello che avrebbe potuto sentire, ma sapere come stava le premeva troppo, e non resistette più. Non era peggiorata, per fortuna, ma non era nemmeno cambiato niente; la situazione era sempre stata piatta sin dalle notti di veglia. Volle vederla. Ebbe un tuffo al cuore quando scorse il viso smunto tra il bianco delle lenzuola, e quando vide la sua mano scheletrica involontariamente la confrontò con la sua, e con un misto di tristezza e sollievo poté constatare che la sua aveva un colorito migliore, e che i nervi che la irradiavano si notavano un po’ di meno. Non avevano voluto che si pesasse, ma a lei almeno per curiosità sarebbe piaciuto sapere se i chili che aveva ripreso fossero veramente tre, come credeva. Comunque, aveva deciso di ritornare al suo peso ideale, e con moderazione ci sarebbe riuscita, prima o poi. Lei aveva tempo.

Guardò Erica. Amica mia. Per davvero, siamo state delle stupide vanitose.

Lo sguardo le cadde sul comodino, e nel vassoio azzurro, e sulle albicocche che vi erano dentro, ed un brivido le percorse la schiena. Ne prese una. La divise in due parti, tolse il nocciolo e lo mise via, e chiuse gli occhi. Addentò una delle due metà, lentamente. Sentì la sua dolcezza pervaderle l’anima. Riaprì gli occhi, e in realtà si aspettava quasi di ritrovarsi in quell’atmosfera surreale in cui già una volta li aveva aperti; invece, c’era la desolazione di Erica, davanti a lei, ed una bocca sottile, stanca. Avvicinò la metà dell’albicocca a quelle labbra chiuse dall’incoscienza.

Sperava che almeno il suo profumo la riportasse da lei, che costituisse una mano tesa che lei potesse distinguere nel buio. Chissà dove si trova, se percepisce la mia presenza, pensava. Rimase in quella posizione per alcuni minuti, poi con un tuffo al cuore si accorse che le  narici di Erica avevano avuto un impercettibile fremito, tanto fugace che si continuò a chiedere per i lunghissimi minuti successivi, se se lo fosse solo immaginato. Continuò ancora un po’ a tenerle l’albicocca tra le labbra e le narici, ora sfiorandole con essa la pelle sottile, ora accostandola un po’ di più al naso, ora facendogliela passare più volte davanti, aggrappandosi alla speranza che il suo profumo la raggiungesse, dovunque fosse. Il braccio cominciò a farle male, così alla fine desistette, con la promessa di non rinunciare. Il giorno dopo, stava passeggiando per il corridoio facendo merenda con un po’ di zabaione in una tazza.

Pensava ad Erica, ed arrivò davanti alla sua stanza, con quella tazza di zabaione in mano, ed improvvisamente le giunse dalla più lontana eco dei ricordi, il desiderio della sua amica, quello di ricominciare proprio con uno zabaione. Senza pensarci due volte entrò nella stanza, e ringraziò il Cielo di non trovarci nessun medico, né nessun visitatore fuori orario. Si sedette presso di lei, ed avvicinò il più possibile il bordo della tazza alle sue narici. Eppure nulla sembrò accadere, dopo che esse fremettero visibilmente. Nulla nemmeno nei minuti successivi. I macchinari sparsi per la stanza rimasero tranquilli. Il respiro di Erica rimase tristemente regolare. Tuttavia, lei uscì da quella stanza quasi più serena, quasi sicura che Erica avesse visto quelle mani tese, che le avesse riconosciute per sue, e sperò che adesso fosse in cammino, nel buio, che procedesse a tentoni, ricercandole, magari chiamandole, sapendo almeno da quale parte andare, adesso.

Lo seppe la mattina dopo. Durante la notte, Erica si era svegliata. Si era svegliata! Accolse questa notizia con un sorriso, poi la bocca si aprì in una risata cristallina, e si incurvò in una smorfia di pianto, e i sospiri si trasformarono in singhiozzi, perché le sue speranze si erano tramutate in realtà, e la sua amica era viva, ed era tornata.

Ricevette anche un’altra notizia, però. Fu lei stessa a darla ad Erica quando la andò a trovare, quel pomeriggio. Senza tempo fu l’abbraccio che si scambiarono, ed infinita la felicità dell’una, di trovare l’altra più in carne, e dell’altra, di poter finalmente guardare negli occhi la sua amica.

“Mi dimettono domani”, disse ad Erica, dopo aver parlato di quei giorni senza fine.

“Domani?” le fece eco. Il sorriso morì per un istante su quelle guance ancora scarne, ma più colorite, per poi esplodere ancora più sincero:

“ Che bello, te ne vai da questo buco, e potrai mangiare quello che vuoi, finalmente! Non sei contenta?”

“Sì, sì, ma tu…”

“Io cosa?” la interruppe “Guarda che io guarirò prestissimo, e sbucherò fuori ancor prima di quanto tu possa immaginare. Sai che stanno sbattendo un uovo per farmi uno zabaione come si deve?”

Rise, e rise. Risero insieme, partecipi dello stesso pensiero, della stessa consapevolezza, dello stesso segreto.

“Ehi”, disse Erica, quando si salutarono, “Passa, domani.”

“Ci mancherebbe.”

Il sole splendeva sulla mattina della sua dimissione. Lei non sapeva se essere contenta per il suo ritorno a casa, o se lasciarsi addosso quello strascico di tristezza che si sentiva negli occhi. Con lentezza raccolse le sue cose nel borsone viola. Si guardò intorno, quasi delusa di avere già finito, e di non aver dimenticato nulla fuori. Si mise in tasca il braccialetto dell’amicizia che aveva fatto quella notte stessa per Erica, per poterglielo regalare. Diede un’ultima occhiata al suo letto, silenzioso complice delle tante notti in cui lei lo aveva lasciato furtivamente, senza neanche una parola. Racconterai mai a quelli che verranno dopo di me, cosa hai visto, quello che hai intuito, quello che ho sognato?, gli domandò col pensiero. Poi, uscì da quella stanza, non sembrandole vero di esservi entrata venticinque giorni prima, e cercò Erica. Stai bene, vero?

Sì, stamattina ho mangiato un po’ di yogurt. Ti consiglio quello alle fragole, come ce l’hanno qui è squisito. Ah tieni, questo è per te, l’ho fatto io stanotte. L’hai fatto tu per davvero? Sì, è facile, basta annodare i filetti. Mi aiuti a metterlo? Certo, però devi stare pronta, al terzo nodo devi esprimere un desiderio. E poi? Poi quando si scioglierà da solo dovrebbe avverarsi, ma guarda che se non succede niente, mi ritengo priva di ogni responsabilità. Si sorrisero. Espresso il desiderio? Sì. Ok, allora. Ok. Allora il mio numero ce l’hai? Sì, e tu hai il mio? Sì. Allora ti chiamo, appena esco di qui. Non ti dimenticare, però, eh. No che non mi dimentico; poi ce ne andiamo al mercatino dell’antiquariato, va bene? Mmh, perché no; comunque forse ti vengo a trovare, uno di questi giorni; quanto dicono che dovresti rimanere qui? Boh, stamattina dicevano che potrò averne per una settimana, ancora, forse due; però sai, può darsi che siccome vieni da fuori, non ti facciano entrare. Ah già, è vero; e se invece mi telefoni da qui appena stai meglio, così magari mi aspetti in corridoio? Mmh! Sì, perché no; non è una cattiva idea. Allora io aspetto che mi chiami, eh? Sì, rimaniamo d’accordo così… e tranquilla, che la mia telefonata, arriva.

Risero.

Allora ciao, Erica.

Si baciarono sulle guance.

Ciao. Ah, aspetta un secondo. Anch’io ho un pensierino per te.

Erica si piegò verso il pavimento, dall’altra parte del letto. Quando si rialzò, le porgeva con un sorriso un vassoio di albicocche profumate.