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Kaleidos, racconto fotografico

Sognando l’acqua


fotoracconto vincitore Premio Kaleidos Africa’s Pictures 2012_di
Francesco Galella

sezione 18-19 anni

Mia madre mi diceva sempre di non piangere, perché le lacrime erano liquide e qui da noi l’acqua è ragione di vita. Nonostante fossi piccolo sapevo che quelle lacrime non erano acqua e capivo che mia madre non voleva vedermi in quelle condizioni, ma tacevo; anche a me piaceva pensare così. Ogni tanto mi portavano al pozzo per il consueto approvvigionamento d’acqua e a me piaceva molto specchiarmi nel suo fondo. Guardando quella buca d’acqua amavo immaginare il mare, sì il mare; non lo avevo mai visto. Tornato a casa sedevo fuori con il mento appoggiato sul bastone ormai consumato del nonno e aspettavo l’arrivo del mio babbo. Lavorava con mio fratello, nonché mio migliore amico, in una miniera a circa cinquanta chilometri di distanza dal mio villaggio.

Mio nonno aveva lavorato per molti anni in quella miniera e dopo tutto adesso poteva godersi il suo meritato riposo. Mi raccontava spesso di come era difficile lavorare in quel posto. Non c’era molto controllo sulla sicurezza ma naturalmente ai proprietari ciò non interessava. Papà mi lasciò quando avevo solo 14 anni e in qualche modo, grazie al lavoro di mio fratello, riuscimmo a tirare avanti. Nel frattempo feci maggiorenne, non sapevo cosa significasse, non me lo aveva mai detto nessuno. Non feci scuola perché dovevo badare a mia sorella quando mia madre andava a prendere l’acqua al pozzo la mattina. Mi scuso ancora per la mia scrittura. Un giorno mia madre mi prese in privato e mi consegnò una busta contenente dei soldi. La situazione nel mio piccolo villaggio stava precipitando sempre di più perché dopo tutti questi anni quel pozzo che ci aveva dato a vivere fino ad allora adesso scarseggiava. Vedevo il sole spaccare sempre più il suolo che era divenuto roccia.

Mentre stingevo quei pezzi di carta fra le mani che mi aveva dato mia madre (sì pezzi di carta; non vedevo la loro utilità) mi preparavo ad ascoltare il discorso che avrebbe cambiato per sempre la mia vita. Con aria triste ma autorevole mi disse che dovevo partire per cercare fortuna altrove ed abbandonare l’Africa. Da subito non accettai, non mi capacitavo del fatto di dover abbandonare la famiglia per vivere meglio ma d’altronde qui non c’erano più speranze. Dopo due mesi mi feci coraggio e capii che anche io dovevo aiutare la famiglia. Prima di prendere l’aereo si avvicinò mio nonno claudicante e mi diede un ciondolo; era di mio padre, lo aveva trovato una notte a nostra insaputa nella miniera dove lavorava. Presi l’aereo e partii per quel volo da me soprannominato “volo della speranza” e approdai in Italia. Alle spalle lasciai quel paesaggio secco e arido ma che comunque fino ad allora era stato il “mio” luogo ed il luogo dove mi sentivo a casa.

Sono trascorsi ormai 10 anni da quella partenza. Vi starete chiedendo chi sono. Abdul e sono nato in Somalia, ora vivo in Italia e faccio l’idraulico, proprio io che vivevo in un posto desideroso di riparare tubi nel cui interno non scorreva l’acqua. Di tanto in tanto riesco a tornare dalla mia famiglia che ha trovato una sistemazione in un altro villaggio con più risorse. Ogni mese mando soldi, ma capisco sempre di più con il passare del tempo che questi non possono essere utilizzati né per bere, né per irrigare i campi o magari per abbeverare gli animali. Di tanto in tanto mi piace pensare quando vado a casa di qualcuno a riparare qualche tubo di poterlo prolungare nel mio paese  senza dire niente al cliente. So che nei sogni sarebbe possibile ma nella realtà no.