Sia fatta la sua volontà_Giovanni Di Iacovo, Pescara

_Racconto vincitore diciassettesima edizione Premio Energheia 2011.

Quando chiesi a mia madre cosa fosse il buio, se c’era una qualche creatura demoniaca che a una qualche ora, più o meno fissa, sputasse nero su tutte le cose o se invece, magari, qualcuno di potente nel cielo spegnesse la luce del mondo come mia madre fa nella mia camera, lei mi disse di no.

Mi disse che il buio è solo quando non c’è la luce.

Tutto qui?

La risposta non mi aveva soddisfatto. Ritenevo che il buio fosse qualcosa di terribile e spaventoso, ma anche d’intrigante e misterioso, perché era proprio quando faceva buio che a me venivano i pensieri più strani. Era col buio che mi sbocciavano dentro la testa quelle cose che dicevo solo a Gilbert, il falegname che a volte mi costruiva dei giocattoli.

Quindi, deluso da una spiegazione così banale del buio, andai da mia nonna Dominique.

Mia nonna Dominique era ossuta e ritorta e parlava molto poco. Alla sua età non faceva poi molto, si limitava ad arrabbiarsi di tanto in tanto. Quando si arrabbiava, faceva ruotare i suoi occhi in un modo che a me sembrava terribilmente buffo. In realtà, quando lo faceva, tutti abbassavano il tono e tentavano di placarla.

Le chiesi: “Nonna, cos’è il buio? L’ho chiesto anche alla mamma ma la sua risposta mi sembra scema”.

Lei mi rispose che esistono moltissimi tipi di buio. Il buio negli occhi neri di mia madre, il buio nel cervello di mio padre, il buio tra i vicoli di Port Au Prince, il buio sotto la terra di Haiti, il buio delle fabbriche nell’altra isola e il buio che c’è nel sangue di una stirpe di cui anch’io facevo parte. Ci sono diversi tipi di buio, mi spiegò mia nonna Dominique, ognuno con una vita propria. Funzionano come gorghi. Ti risucchiano al loro centro, finché sei andato troppo oltre per esser salvato.

Solo ora capisco quanto mia nonna avesse avuto ragione.

Anche se al momento non capii, le diedi ragione lo stesso, altrimenti si sarebbe arrabbiata e mia nonna, quando si arrabbiava, faceva paura a tutti. A tutti, da mia madre a mio padre, a Gilbert il falegname, al fornaio Inguza, che veniva dall’Africa nera e il cui nome significa “amore” in lingua Xhosa e “pene” in lingua Zulu, fino a René che era il poliziotto più cattivo di Haiti. In ogni caso, il terremoto uccise mia nonna, uccise mia madre, uccise mio padre, uccise René, uccise Inguza, uccise Gilbert ma a me non mi uccise, perché ero a ubriacarmi a Londra perché di Haiti non ne potevo più. In ogni caso, prima di morire, tutti temevano e rispettavano mia nonna Dominique, aveva sangue taino, il sangue dei primi uomini e delle prime donne che s’insediarono a Port Au Prince. Era gente tosta, quella, altro che playstation e Mtv. L’unico divertimento di mia nonna era fare rimbalzare una palla fatta di gomma e resina, il che vi sembrerà una banalità, ma in Occidente la palla come oggetto di gioco era sconosciuta finché Colombo non arrivò qua a sbudellarci e a rubarci pure le palle di gomma e resina.

Mia nonna Dominique alle sue tradizioni era parecchio legata perché pure se Port Au Prince era diventato uno dei dipartimenti più moderni di tutta Haiti, si ostinava a fare il rituale della cohoba, nonostante René venisse spesso a minacciarla, perché durante il rituale della cohoba si usano droghe e le droghe non si possono più usare. Ma mia nonna non ne voleva sapere: per tutta la vita ha coltivato le sue piante e non avrebbe di certo smesso perché qualche politicante aveva deciso che di colpo quest’antichissima tradizione magica doveva essere ribattezzata “delinquenza”. E pure se René era burbero come un vecchio cane da combattimento, quando mia nonna faceva quella buffa cosa con gli occhi, lui sbiancava e se ne andava via spaventato e scoraggiato.

E comunque in galera, di certo, nessuno avrebbe avuto il coraggio di tenercela, a mia nonna Dominique, perché tutta Port Au Prince sapeva che lei era una mamba, una strega, ma non una strega di quelle dei film, una strega seria, una strega voodoo, e la magia era parte della sua vita quotidiana come lo erano l’antenna della televisione e le palle di gomma e resina.

Nessuno si azzardava a mancarle di rispetto, perché una mamba è capace di far abortire le donne soffiando polvere di radice di bojo sulla schiena, oppure è capace di rendere gli uomini impotenti infilzando l’ago nel giusto punto della bambola; è capace di farti fermare il cuore per un istante calpestando la tua ombra. Sì, però non è che mia nonna andasse in giro a fare certe cattiverie, lei vendeva fiori, in particolare vendeva la Rosa haitiana, un cactus con piccoli graziosi fiori rossi e una fila di spine solo da un lato.

Mia madre, invece, la figlia di mia nonna Dominique, era un tipo di mamba specializzata in cose, secondo me, più utili.

Infatti era una mamaloa e faceva l’infermiera nel nostro piccolo ospedale civile perché aveva dei piccoli poteri curativi che agiscono sia sulle ferite e sulle gambe rotte, che sulla pazzia; quindi cura i malati di mente ed è amata dalle famiglie di tutti i matti del paese, e caspita quanti ce ne sono!

Mia nonna Dominique, prima di essere tutta ossuta e rattrappita, era la donna più bella dell’isola, alta e fiera. A dire la verità, pur se oggi è un mucchietto d’ossa, quando parla ha un carisma che pare ancora alta e potente come un tempo. La madre di mia nonna le raccontava che la sua bisnonna ricevette i poteri matriarcali da sua madre la quale li ricevette dalla dea Erzulie in persona, che è la dea dell’amore, del desiderio e della sessualità. Amore come disperazione, amore come possesso, amore fisico, mentale, amore distruttivo, materno, consolatore e amore divoratore. Nel voodoo gli dei e le dee sono come i santi, ce ne sono a bizzeffe, però, se devo dirvi la mia, la dea più dea di tutte è Erzulie, perché è proprio la dea del femminile sensuale, magico, dominante e materno che piace a me.

Altro che sesso debole.

La linea di trasmissione della magia di Erzulie era femminile, mia nonna aveva trasmesso i poteri a mia madre che era di indole più bonaria e non incuteva la paura di mia nonna, ma riuscì comunque a curare mio padre da una febbre cerebrale che lo colse al ritorno da un viaggio per mare.

Insomma, per poter continuare a tramandare la linea magica matriarcale della mia famiglia, era necessario che il primogenito di mia madre fosse una femminuccia.

E invece sono nato io.

La delusione rasentò la disperazione.

Una nascita che parve un lutto.

Ma poi successe una cosa.

Immaginatevi un po’ la scena, che mi fu raccontata da mia nonna centinaia di volte.

Abitavamo in una soffitta umida tutta di legno. Oggi la nostra casa verrebbe chiamata loft, ma per noi era una solo una stronza soffitta di legno. Non avendo neanche il bagno dovevamo andare a quello vicino al capanno degli attrezzi.

Il panorama della finestrella dava su una serie di barili rossi insabbiati e su un rigagnolo di fiume senza sponde mentre dall’altra parte c’era una caserma dell’Onu o una roba del genere. Però ogni mattina vedevo l’arcobaleno, non quello in cielo, uno di plastica: dietro la vetrata pulita della sala mensa della caserma erano disposti ordinatamente pacchi di bottiglie di plastica gialle della limonata accanto a quelle arancioni dell’aranciata, a quelle blu dell’acqua tonica a quelle viola della sottomarca di coca-cola e infine quelle nere del chinotto. E mi sembrava un bello spettacolo mattutino e solo molto tempo dopo mi sono chiesto perché quelle casse fossero rimaste lì per tre anni senza che nessuno ne consumasse: allora, cazzo, ne potevano anche dare qualcuna a me! Ma non divaghiamo.

Mio padre quel giorno, come in qualunque altro giorno, era mezzo addormentato a guardare la televisione. Come sempre era in mutande e canottiera e, come sempre, aveva in testa il cappello bianco bello che aveva trovato non so in quale porto. Masticava tabacco. Non so come facesse a masticarlo pure se stava mezzo addormentato, ma lo masticava, e pure rumorosamente.

Mia madre si stava preparando per andare a misurare la pressione a una signora che abitava dall’altro capo della città, mia nonna era in piedi accanto lei e, pur se minuscola, sembrava torreggiasse su di lei come un grande demonio.

Io ero in un angolo, vicino al cesto della biancheria, a giocare con un pupazzo fatto, tanto per cambiare, di resina e gomma, provandogli a infilare una calzetta.

– Erzulie ti ha punito per la seconda volta, figlia mia –, mia nonna ruppe il teso silenzio – non ci sono altre spiegazioni. Tuo marito è uno zombie. Già questo dovevi coglierlo come un avvertimento della Dea. Accoppiarti con uno zombie e farci un figlio, poi, non poteva certo portare a nulla di buono. Non è lecito accoppiarsi con gli zombie, ma tentare addirittura di procreare da loro… be’, un’offesa del genere Erzulie non poteva perdonarcela!

– Mamma, smettila! Hugo non è uno zombie. E’ così di carattere, parla poco ed è pigro come un messicano, ma non è uno zombie, è vivo. Senti, ti ricordi quando quella notte lo pizzicasti con lo spillone? Ti ricordi quanto sangue è uscito, che ho dovuto buttare le lenzuola? Gli zombie non hanno sangue! E poi quando gli metti tutto quel sale nelle cose che mangia e pure nel vino perché secondo te il sale fa sciogliere gli zombie, non mi sembra si sia mai sciolto, no?

– Be’, però ha iniziato a stare male!

– Sì, ma quello era il colesterolo, mamma! Non-è-unozom-bie!

– Lucille, tu puoi cercare di ingannare la tua povera vecchia madre, ma non puoi ingannare la Dea. Hai copulato con uno zombie e questa è la punizione. Erzulie ha interrotto la nostra stirpe. Si è ripresa la magia che ci aveva concesso per generazioni. Dovevi sposare il falegname. Ah se avessi sposato il falegname, invece di questo fallito.

Poi alza la testa al cielo e farfuglia frasi che non capisco.

– Mamma per favore smettila. E dammi una mano a trovare le mie diavolo di scarpe.

La nonna si girò di qua e di là, poi prese a fissarmi, aggrottando le sopracciglia. Rimase un po’ in silenzio, poi disse: – Lucille… credo… credo che ci stia giocando Juan.

I miei piccoli piedi affondavano goffamente nelle grosse scarpe rosa con tacco basso e tozzo di mia madre, mentre sventagliavo il suo reggiseno ridacchiando felice.

Le due donne si guardarono negli occhi e una strana speranza accese un lieve sorriso nel volto di mia nonna.

Ora saltiamo al mio compleanno, che arrivò pochi mesi dopo.

La soffitta era uguale, un po’ più afosa e umida per via dell’estate iniziata, e c’era una grossa macchia di marcio sul legno, a un angolo del soffitto. Noi eravamo leggermente diversi dal solito. Mia madre aveva i capelli più corti, io li avevo parecchio più lunghi.

Mio padre era meno mezzo addormentato del solito, pareva teso e brontolava digrignando denti e tabacco nero.

Mia nonna e mia madre erano tese ed eccitate ma anche leggermente allegre.

Gilbert mi regalò un giocattolo piuttosto brutto, un cavallino a dondolo con due teste, una davanti e una al posto della coda. Inguza ci regalò un sacco di pane con delle spezie, fatto a forma di personaggi buffi. Dopodiché, toccò al regalo di mia mamma e mia nonna, scartato in un tripudio di carta colorata che crepitava come mille coscette di rane fritte.

Un vestitino color confetto con bordo bianco alle maniche alla gonnella e al collo, ricamato a mano dalla nonna. L’occhio di mio padre sempre permanentemente disinteressato, cadde su quei regali e divenne subito rosso di furia e allora sputò una frase assieme al suo tabacco nero: – Cazzo, vecchia stregaccia, non ti permetterò di farmelo diventare frocio!

– Non parlare di virilità tu, cane d’uno zombie, che hai impiegato vent’anni a ingravidare mia figlia!

Ma io ormai mi ero già preso il vestitino rosa e me lo tenevo stretto addosso, correndo felice per la casa. Ricordo

ancora quanto quella stoffa mi paresse bella e piena di colore e di gioia.

Insomma: quel giorno, l’esperimento di mia nonna e mia madre pareva perfettamente riuscito.

Mia nonna, commossa, fu abbracciata da mia mamma.

Entrambe mi guardavano felici e mia madre sussurrò:

– Vedi? Non tutto è perduto, mamba, non tutto è perduto.

Da quel giorno decisero di cambiarmi nome in Juanita e mi vestirono, rigorosamente, come una bambina. Al punto tale che gli amici di famiglia, cui risultava che ero maschio, credettero di essersi confusi.

E a quelli che obiettavano “ma… io ricordsvo fosse un maschietto…”, bastava uno sguardo della vecchia mamba che tutti decidevano di essersi confusi.

Andavo a scuola all’Institution Mixte la Providence.

Gli anni passavano, la scuola andava bene, il mio nome e i miei capelli lunghi e biondi non facevano sorgere alcun dubbio. L’Institution era piccola e costruita nel fianco di una collina, una specie di grotta dove la maestra ci insegnava tutto.

Eravamo solo nove alunni, la maggior parte dei miei coetanei lavoravano nella fabbrica dell’isola vicino; erano restavek, ossia “piccoli servitori”, bambini di famiglie povere che venivano affittati come domestici ad altre famiglie benestanti.

Avevano vitto e alloggio garantito, ma niente scuola perché non potevano sottrarre tempo ai loro lavori casalinghi.

Tra i nove alunni, di maschietti ce ne stava soltanto uno, escludendo me. E questo, che si chiamava Victor, si scelse il posto proprio nel banco accanto al mio.

Fatto sta che nacque una bella amicizia.

Nel frattempo, mio padre morì del tutto, ma non se ne accorsero in molti.

Victor divenne subito il mio compagno di giochi.

Un bel giorno, mentre ce ne stavamo beatamente stesi sulla collina a masticare tabacco, Victor mi tirò all’improvviso uno schiaffo forte in testa. Io rimasi tutto rosso con la faccia contratta. Poi lui sorrise, mi prese con forza la testa e mi diede un bacio tutto pieno di lingua, labbra e saliva.

Il primo bacio della mia vita.

Lo schiaffo no, quello non era il primo.

Io mi tirai dietro un po’ interdetto. ma lui con un sorriso tutto soddisfatto mi disse: – É così che si fa.

E mi tirò un altro schiaffo, ma più leggero.

Ci baciammo un altro po’ di volte, poi al tramonto tornai a casa.

Era impossibile che sapessero, era impossibile che mia madre e mia nonna sapessero, era impossibile che ci avessero visto, era impossibile che nessuno ci avesse visto, e comunque quei bacetti sono durati in tutto qualche minuto.

Eppure sapevano.

Erano raggianti, si complimentarono con me più di qualunque buon giudizio scolastico che avessi riportato a casa.

– Erzulie è soddisfattissima di ciò che hai fatto. Ora però, c’è l’ultima prova. Dopo il primo bacio devono passare cento giorni. Poi ti porteremo da Erzulie in persona che ti sottoporrà ad una prova.

Cento giorni dopo, mi svegliarono prima dell’alba. Sentivo freddo, mi lavarono per bene e mi vestirono con un abitino nuovo tutto rosso e le scarpine del mio primo giorno di scuola e mi truccarono leggermente. La nonna aspettava fuori al volante del suo pick-up arrugginito, con i cerchioni delle grandi ruote tutti diversi tra loro.

– Devi essere forte, devi essere coraggiosa, devi essere pronta a intraprendere il cammino che ti farà diventare una vera donna, cioè una vera Dea.

– Come lo capisco se divento una vera donna?

– Sanguinerai.

Fu un viaggio molto lungo. Risalimmo strade che non credevo esistessero. Quando arrivò mezzogiorno ci fermammo per mangiare del pane e carruba che la nonna aveva portato con sé, ma poi ripartimmo subito. Era tesa e silenziosa. Nel pomeriggio proseguimmo lungo strade non battute e oltrepassammo diversi rigagnoli senza ponte.

Nulla, neanche a chilometri da casa nostra, non c’era nulla che non puzzasse di disperata povertà.

Quasi all’imbrunire, la nonna arrestò il pick-up e proseguimmo a piedi per quasi un’ora e mezza. Più volte la nonna mi parve stare davvero male. Si fermava sempre più spesso ma, per la prima volta, la vedevo davvero provata e sofferente.

Alla fine arrivammo.

Un fiume largo circa duecento metri, con un grosso e largo ponte di pietra. Il ponte approdava a un piccolo isolotto e poi da questo ripartiva alla terraferma. Al centro una grossa quercia dalle radici grandi e contorte, come una grande donna dalle deformi gambe spalancate.

Mia nonna mi spiegò che le pietre del ponte sono unite da un collante che è una mistura di sangue di mucche e capre, con una bella dose d’immancabile resina e gomma.

– Sangue di mucche e capre? – obiettai io – Ma sicuro che non crolla?

– Certo che può crollare! Un ponte, quando è il caso, è giusto che sappia anche crollare.

La luna era appesa nel cielo, come un bottone giallo un po’ penzolante su una giacca blu scuro. Su entrambe le sponde, la terra era bruciata e c’era solo polvere, sabbia che roteava e qualche cactus striminzito. Accanto alla quercia, un piccolo cespuglio di rose haitiane. Attraversammo il primo tratto del ponte, ricoperto da frammenti di ossa come piccoli denti spezzati, e arrivammo all’isolotto. Ai piedi del ponte dormiva un grosso maiale nero. Buio come la notte quando non c’è più neanche una stella. Buio come gli occhi di mia madre, buio come il cervello di mio padre, buio come il sangue della mia stirpe.

Ma anche così grasso che ti metteva fame.

Mia nonna estrasse un sacchetto di cuoio con della farina bianca e iniziò a spargerla sul terreno disegnando con cura e precisione una figura di curve e linee. Era il primo veve che vedevo in vita mia.

– Questo è un veve. Ne esistono di tanti tipi e si possono combinare tra di loro. Questo rappresenta il poteau mitan, l’asse del mondo. Tu devi sederti qui.

– Cos’è, un veve, nonna? È tipo le parole?

Esitò un attimo.

– Beh, nipote mio… credo di sì, ma non lo so di preciso… io non ho mai imparato né a leggere né a scrivere. Conosco solo i veve perché mia madre li insegnò a me e mia nonna a lei e così via. Però le parole si scrivono una accanto all’altra mentre i simboli del veve si devono intrecciare tra di loro.

Vedi, io ho tracciato i coltelli, i serpenti, la luna e il sangue che, uniti, fanno il poteau mitan.

– E che ci dobbiamo fare?

– I simboli che ho tracciato si irradiano nella terra, tantissimo in profondità. Così Erzulie che riposa nelle profondità del suo tempio, si accorgerà della chiamata e si arrampicherà lungo le irradiazioni del veve fino ad arrivare da noi. Ora, però, ci vuole l’innesto. Normalmente è un animale da sviscerare, e sarebbe perfetto quel maiale nero che dorme beato laggiù.

Ma stanotte faremo diversamente. Anche se mi sembra una grande sciocchezza, rispetteremo il desiderio che tua madre ha al riguardo. In fondo è lei che ti ha generato.

Il “desiderio che mia madre ha al riguardo” era quello di sacrificare alle dee del voodoo delle piante, invece che degli animali. Non perché mia madre fosse stata animalista, non credo neanche sapesse cosa significa. Mia madre preferiva sacrificare piante e non animali perché, secondo lei, la pratica dei sacrifici animali è stata introdotta nel voodoo da certi brujos, cioè stregoni maschi, perché con le offerte dei fedeli di mucche, vitelli, galline e altri animali appena uccisi si facevano delle grasse abbuffate, di nascosto da tutti.

– Quindi, invece che quel maiale nero, useremo una di queste lunghe rose haitiane.

E con un coltellaccio ne recise una dal cespuglio.

– Ora io andrò via, ma tu non devi temere nulla. Dovrai solo fare quello che ti dico. Ascoltami bene. Quando dall’incavo dell’albero farà capolino la testa di un huaca col becco bianco, tu t’inginocchierai tra le due grandi radici dell’albero cavo. In quel momento dovrai darti tanto coraggio. Chiuderai gli occhi e leccherai il fusto di questa rosa. Lungo la linea delle spine dure, ci passerai sopra, con forza, la tua lingua.

Sbiancai.

– Non dovrai tentennare, ne fermarti. Proverai dolore, ma sarà un dolore importante. Il dolore è la chiave per schiudere le trasformazioni della vita. Nulla di nuovo può accadere senza attraversare il dolore. Lecca a fondo le spine. Poi, Erzulie si manifesterà.

In quell’istante mi parve come di vedere mia nonna com’era da giovane: dritta, alta, snella, lucida, bellissima, colma di energia.

Poi andò via.

Guardai la luna in cielo che pareva stesse per staccarsi e cadermi in testa.

Fissavo il cavo dell’albero.

Il cavo dell’albero.

Il buio nel cavo dell’albero parve diventare ancora più buio, come la pelle del maiale. Come gli occhi di mia madre, come il cervello di mio padre, come il nostro sangue. Poi la testa di una specie di corvo, con delle strisce rosse sulla fronte e un lungo becco bianco, fece capolino. Un huaca, proprio come diceva mia nonna.

I suoi occhi erano grossi e azzurri, espressivi, umani.

Di donna.

Allora chiusi gli occhi e mi chinai e mi forzai a immaginare che quella che stringevo in mano non fosse una spinosissima rosa haitiana, bensì solo una buona carruba.

Afferrai il fusto.

Uno… due… tre! Iniziai a strusciare la lingua lungo la prima coriacea spina e allora un urlo roco si fece strada nella mia gola. Poi, veloce, superai la seconda, la terza spina, finché, non so quante spine dopo, le labbra sfiorarono i piccoli petali e la mia lingua carezzò l’aria fresca della notte.

La rosa era finita.

Con un urlo liberatorio mi misi le mani alla bocca il dolore era incredibile, le lacrime mi avevano inzuppato il viso, ma come mi guardai le mani non c’era traccia di sangue.

Eppure le mie narici erano punte da quell’acre odore di sangue, che sentivo quando andavo all’ospedale.

Iniziai a sentire le mia ginocchia bagnate.

Non ero io. Guardai l’albero tra le cui radici ero inginocchiato: dall’intersezione delle due grosse radici contorte sgorgava sull’arido terreno sangue dal pieno odore ferroso.

Nell’incavo dell’albero l’huaca, con quei grandi occhi di donna, che parevano guardare in un’altra epoca lontanissima da questa, stringeva con il becco un piccolo oggetto luccicante che lasciò poi cadere a terra, davanti ai miei piedi.

Allungai la mano e lo raccolsi. Come lo avvicinai agli occhi, lo riconobbi subito, l’avevo visto poche altre volte, ma il suo significato era inequivocabile.

Chiamai mia nonna e risalimmo sul pick-up. Mia nonna sapeva già tutto ed era al settimo cielo.

– Una mamba, una nuova mamba, la mia stirpe non terminerà!

Sia nel tragitto che in seguito, non dissi mai a nessuno di quello che Erzulie mi aveva donato. Doveva rimanere un segreto tra me e lei.

A casa, mia madre mi abbracciò in lacrime.

Quella notte preferii non dormire con loro, ma nella grande cuccia del mio cane, come facevo quando in casa faceva troppo caldo o per protestare, se avevo litigato con i miei.

Era una serata tiepida, l’aria era buona ed io ero felice. Mi addormentai colmo della consapevolezza del mio futuro e della mia identità. Finché non presi sonno, tenni stretto nella mia piccola mano il dono che la Dea mi aveva fatto.

Un rossetto.

Di un bel rosso magenta.

La Dea non avrebbe accettato al suo servizio né un bambino né una bambina.

Voleva una donna.

E sia fatta la Sua volontà.