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I racconti del Premio letterario Energheia

Sfacchinate dell’anima_Emanuele Somma, Roma

_Racconto finalista nona edizione Premio Energheia 2003.

 

Sul posto erano state radunate tante magliette grigie. Le 07:00 di mattina, di tutte le mattine e in ogni luogo, non le ho mai capite.

E’ il cuore della notte, quell’ora lì. Seconda o terza di sonno.

E loro lì fuori mi aspettavano, senza interesse. Normale, dove stava la novità? Due braccia, due gambe, e una maglietta grigia. In realtà non indossavo la maglietta grigia della ditta.

L’unico. Era il primo giorno di quel lavoro impietoso.

Qualcuno fumava con gli occhi fissi ad un metro dal corpo, a terra, pensando a qualcun’altro o a qualche altra cosa. Altri, rinvigoriti da un caffè e dall’abbondante colazione, scherzavano fra loro, come dei pugili non troppo suonati che si incontrano fuori dal ring. Alcuni stavano organizzando le squadre di carne secondo le direttive dei fogli del paga-stipendi.

Pensai di dover parlare ad uno di loro. Tutti parevano bambini vecchi e ingrassati, durante la ricreazione nel giardino della scuola. Mi presentai così, senza grembiule.

“Sarai nella squadra di Marione, senti quello che ti dice lui”. Risposi con la testa solamente. E’ meglio un gesto delle parole, se cerchi di svegliarti per la seconda volta. Marione dirigeva il traffico umano sul piazzale. Certi salivano sui furgoni vecchi e arrugginiti. Alcuni invece entravano lenti nel palazzo basso davanti a noi. Seguii i miei sei soldati del sudore lungo una scala secondaria che arrivava ad un montacarichi.

Era uno sgabuzzino, piuttosto. Ma volevano chiamarlo così. Un uomo segnò il mio nome, appuntandolo con una matita temperata a lama di coltello. Disse anche che mi avrebbe procurato una maglietta della ditta quanto prima. Non che io la volessi, ma loro ci tenevano, serviva a non sembrare in quell’ufficio dei lavoratori non regolari, quali eravamo invece quasi tutti. Dava contegno nei corridoi di moquettes. Quando si schivavano delle giacche e delle cravatte portando a spasso scrivanie e armadietti, l’uno e l’altro sapevamo in questo modo le rispettive generalità.

Il simbolo sulla maglietta grigia tratteneva lo sporco e la polvere di colore nero, stilizzava un panda mezzo fuori da una scatola. Gli uomini che lavoravano per la ditta, lentamente, andavano incontro ad un’estinzione, tra boschetti di moquettes, in una fatica spinosa. Sì. Mi venne in mente, quasi subito, guardando la mia truppa.

Se non avevo un carrello in mano per scorrazzare tra quei piani i componenti di qualche ufficio, la mancanza della maglietta grigia mi mimetizzava meglio, concedendomi un po’ di riposo.

Ogni tanto incontravo delle segretarie. Certe attempate, ma pur con la gonna e farcitura ancora a posto. A misura di fame, per capire. Rendeva più piacevole il soggiorno in quell’ufficio.

Lo riconosco.

Gli impiegati erano quasi tutti stranieri. Il fondo si occupava della fame nel mondo. Stipendiato addirittura internazionalmente.

Era il vecchio gioco del bastone e della carota.

Oppure del bastone e del riso… O del bastone e del denaro. In futuro sarà altro, forse. Il bastone è l’unica regola fissa del gioco.

I lunghi corridoi dividevano due file di stanze, a sinistra le segretarie e a destra i grandi-capi. Più avanzavi, verso il fondo, più i capi diventavano potenti e le sale grandi ed eleganti.

In sostanza era una provetta di come è il mondo fuori. E quanta carta buttavano! ma tonnellate, tutti i fondi mondiali non sarebbero bastati per ricostituire le foreste e l’habitat a quelle popolazioni, che erano poi le stesse che loro avrebbero dovuto poi aiutare diversamente. E non solo quelle, tante altre.

Dammi la tua foresta, ne farò carta e riavrai indietro cartamoneta.

Si che la cartamoneta non mancava, in quell’edificio.

I miei colleghi facchini ne parlottavano spesso, con disprezzo ed invidia. Più invidia che disprezzo. E Loro guadagnavano aiutando i veri poveri, intanto. Però stipendiati dal terzo mondo. Se un giorno la fame nel mondo cessasse, così, loro che avrebbero fatto, poi? Lavoravano per diventare dei disoccupati? Mi chiedevo. Un ufficio che fatica per sconfiggere il proprio datore di lavoro. Ufficio? Un villaggio turistico.

Ho visto gente entrare con cani e figli, una mensa da almeno venti portate di scelta. Addirittura una palestra dentro l’edificio, dicevano. Una continua sfilata di vestiti e sorrisi.

Stronzate in tutte le lingue! E fu proprio questo il mio asso nella manica, dopo due o tre giorni. I lavoranti per le pance digiune mondiali, questi, bei, completi grigio antracite specializzati in foreste deserti e siccità, faticavano nell’impartire ordini in italiano. Parlavano tutte le altre lingue meglio di questo nostro bell’italiano che non conta niente. Sì, anche arabo e giapponese, qualsiasi lingua fosse, la preferivano per esprimersi.

Un giorno che discutevano fra di loro indecisi e calmi, ne spiazzai due prendendo quello che stavano per chiedermi. E fu una grossa sorpresa per loro che mi credevano quasi un marziano, posso dirlo. Ero l’unico facchino a parlare inglese e francese. Divenni molto richiesto, nel bene e nel male. Ma almeno, non dovevo quasi più spostare armadi, scrivanie, e tutto quello che di greve si può immaginare dentro un ufficio.

In più, visto che, quei grandi capi erano impegnati in “missione”, come la chiamavano, io trascorrevo tutto il tempo a imballare, sballare pacchi di cartacce o meglio ancora a ordinare le scrivanie assieme alle segretarie. Una festa. Potevo permettermi di fare skate sopra un carrello che usavamo per caricare il mobilio o gli scatoloni lungo tutto il corridoio. Feci provare anche ad una divertita e deliziosa giovane egiziana.

C’erano donne di ogni nazionalità. Avevo adocchiato due belle danesi, ma erano troppo giovani e fiche per interessarsi ad un facchino. E troppo laboriose. Spostavano da sole i pacchi, in silenzio. Pensai che, se saliva l’età, le pretese scendevano e anche la voglia di lavorare. Le segretarie sulla quarantina erano le più annoiate e sfaticate. Forse anche le più porche, sperai. Queste mi chiamavano in continuazione, arrivarono al punto di prenotarsi i miei servigi per il pomeriggio o la mattina seguente. Il mio divenne un sudore popolare. Internazionale.

Il sudore della fame. Se sei tu ad aver davvero fame, allora, quella lì diventa la fame nel mondo. Non che avessi poi tutta questa fame, in senso stretto, ma ero sufficientemente povero da dovermene vergognare in privato e spesso. Gli altri erano poveri da non potersene proprio rendere conto. Peggio ancora. Una botola, sul fondo della povertà. E tutti in quell’alcova di poltrone e tavoli mi apparivano ricchi e felici.

Alle volte sembrava di doversi scusare, per non turbarli.

Loro non sapevano di essere dei privilegiati, e di camminare fluidi sopra al cristallo mentre tu, a marcire in un acquitrino.

Lo stesso della fame, ma al contrario, alla meno uno. La mansarda del benessere. Fra tutte, la mia preferita era un’americana. Jil, del Michigan. Bionda, diafana, e con gli occhi duri e sbarrati. Sembrava, terrorizzata e spietata, insieme, quando ti guardava con quegli occhi celesti come il ghiaccio più profondo, quello sotto gli iceberg. Ma anche la più umana, la meno spocchiosa. Insomma, non la conoscevo mica, ma si dimostrò l’unica a rendersi conto di quella èlite ipocrita. Non andava d’accordo col suo capo. Forse lui voleva scoparsela, o già l’aveva fatto, e le cose non erano, o non erano andate, come voleva. Lei quasi lo odiava, e questo, mi incuriosì. D’altronde, nessuno di loro faceva un cazzo per meritare tutti quei soldi. Di cosa lamentarsi? Un giorno le chiesi:

“Jil, come si può aiutare un bambino del Botswana avendo l’aria condizionata sotto le palle?”. Non dissi proprio questo, per la verità.

“Loro dicono che almeno riescono a far girare i soldi, così”, fece.

“Non avevo il minimo dubbio…” Aggiunsi io, sistemando un armadio scuro con tutti i suoi inutili fogli. Come potevano sopportarli? Erano solo degli esclusivi mercanti di sabbia all’aria aperta.

I miei piccoli granelli furono spazzati via presto, da un vento familiare.

Quel giorno attraversavo il corridoio, con uno straccio, ed in più con l’alcool in mano. Mi videro un paio di facchini della ditta. E fecero una scenata… Quello non era il mio lavoro, loro se ne stavano approfittando, io non dovevo fare quelle cose… Forse avevo violato qualche convenzione internazionale di facchinaggio? Meglio sollevare pesi da ernia? Non avevano capito. Fu da quel giorno che io non lavorai più con Jil. La rividi solo di sfuggita, e anche così morivo dalla voglia di fottermela. Loro non capivano mica. Inutile spiegarsi.

Preferivano spostare scrivanie per soddisfare ogni minimo capriccio dei loro padroni? Io no. Volevo sistemare le librerie con delle donne internazionali… C’era un’indiana, ma, un pochino grassa e vecchia, una sofisticata francese e una donnona spagnola, oltre a Jil, che mi rendevano pazzo e arrapato. E io non le incontrai quasi più. Ricominciai a lavorare secondo le disposizioni, sfondandomi il sedere, ogni giorno più somigliante a una bestia. Ormai del gruppo.

Resistevo, ma mi stavano fiaccando. Gli straordinari erano, praticamente, obbligatori ed imprevisti, ricatti morali.

“La ditta deve poter contare su gente disponibile”, diceva un capo. “E’ bello poter scegliere”, rispondevo io. Effettivamente evitai varie volte straordinari e sabati e domeniche, pur sapendo che non mi avrebbero più chiamato.

E intanto, immalinconito e stordito, non potevo far altro che spingere quel carrello in avanti. Come si spinge un compagno di sventura ancora più infelice di te. Appoggiandoci anche il mio peso dolorante. Sotto gli sguardi impietosi che non mancavano di ricordarmi quanto fosse bassa e inutile la mia condizione. Mentre noi giocavamo a sognare e sudare e spendere soldi. E le pance del terzo mondo ridevano da sole.

Vuote. O piene solo d’acqua nera.