Senza nulla guardare_Giulia Balzano, Tortolì(NU)

_Racconto vincitore nona edizione Premio Energheia 2003.

E’ finita così, in modo quasi ridicolo, come non mi sarei aspettata.

A chi non è capitato di fermarsi, appositamente, dentro un giorno tra i tanti, a metà di un gesto poco importante, nel bel mezzo di un qualsiasi vago pensiero: chi non ha sostato per un momento, a immaginare la precisione di quell’attimo?

Persino per il puro gusto di vedere, per farsi un’idea della maniera in cui accadrà, la fotografia ultima da scattare sul mondo. Sarà capitato anche a te, Mutter R., chissà quante volte, chissà con quanta ossessione. Avrai inventato gesti e ascoltato urla, dipinto la scena con infinite sfumature differenti, usato ora spatole e pennelli, ora i polpastrelli nudi delle tue mani.

Eppure, quanto è vero, non ci sarà possibilità alcuna di figurarsi ciò che realmente accadrà. Non ci sarà modo neanche di avvicinarsi ai suoi esatti contorni. La realtà sfuggirà sempre, qualsiasi sforzo tu faccia per tracciarne i lineamenti, e disegnarne con cura maniacale i particolari – il vestito che lei indossa, le sue lacrime come un lago su cui specchiare il mio viso che svanisce come una bolla d’aria; e le sue dita che sollevano le mie palpebre, che premono la pelle del mio collo che palpita appena – non c’è modo di figurarsi come le cose decideranno di andare. Ognuna si muoverà percorrendo il suo sentiero, e tutte insieme tracceranno un mirabile disegno, miracolosamente preciso. C’è una bicicletta, sulla tela dipinta della mia uscita di scena, e le rive pacifiche di un lago, le ruote che girano rapide, le ginocchia leggere, il viso teso a catturare il vento che arriva dalle montagne. C’è una strada bianca e polverosa che attraverso senza pensieri, libera e sola come avevo desiderato a lungo, come sembrava impossibile che riuscissi ad essere. C’è un’aria bella, dentro una giornata innocua e simile a tante altre. Un’aria che avrei dimenticato, lo pensavo, mentre stringevo tra le mani il manubrio della bicicletta.

E’ un concerto per orchestra, quel momento che arriva e che non puoi prevedere: tutti gli strumenti fusi l’uno nell’altro, ogni suono in sé perfettamente definito eppure indistinguibile dal resto. Solo da tanta eccezionale miscela di elementi diversi scaturirà l’evento. Sarebbe sufficiente un’unica dissonanza, un unico passo non compiuto o compiuto troppo in fretta, con troppo anticipo sui tempi previsti, perché niente accada, nessun disegno infine si formi, sul telo bianco del tempo. Le combinazioni di spazio, attimi, gesti sono sterminate. Si moltiplicano e si dividono all’infinito. Ogni essere sulla terra è destinato alla sua cifra, a quella e a nessun’altra simile. Per ognuno è stato stabilito il dosaggio esatto di ogni circostanza. Perché tale combinazione si verifichi, è necessaria talvolta una lunga attesa. Un’attesa così lunga da avere la sensazione disperante che ci si sia dimenticati di te, della tua fine, della ricetta particolarissima che infine la determini.

Aspetti sulla banchina del tempo, passano treni che ti ignorano, che portano via chi ha trascorso l’attesa accanto a te. Il tempo somiglierà ad un tormento sotto forma di sgocciolìo. E le gocce fanno un rumore che ti buca il cervello, a cui non ti puoi sottrarre neanche a trasformarlo in musica e ad inventarci sopra i passi veloci di una danza. Arriverà anche il tuo treno, s’intende – non è previsto che alcuno sia dimenticato in vita, non è contemplato dalle regole di questo gioco in cui tu mi hai messa, perché corressi, corressi, corressi. Arriverà che ti sarai scordato anche della possibilità di vederlo comparire all’orizzonte. Arriverà che i tuoi piedi avranno imparato così bene quella danza, da aver dimenticato che il suo ritmo era quello del tempo che inesorabile scola da un bicchiere. Salire su quel vagone sarà una paura da venire le lacrime agli occhi.

E sarà sollievo: perché quello è infine il tuo turno.

Non mi senti, mentre parlo senza voce. Volgi lo sguardo oltre il vetro. Da dove sono stesa, non posso vedere ciò che i tuoi occhi ora stanno guardando, ma conosco a memoria lo scenario racchiuso dalla cornice della finestra della mia stanza.

E’ un quadro, Mutter R.: la brughiera che scende morbida come un manto fino alle rive del lago, le montagne che si specchiano sulla superficie dell’acqua, qualche barca che si muove così lenta da sembrare ferma. Inconcepibile il tempo senza la velocità nell’attraversarlo, Mutter R., so che lo pensi.

Me l’hai insegnato, disgraziatamente, e ho fatto come hai sempre fatto tu: veloce, più veloce, su una motocicletta o coi soli piedi, coi soli pensieri, più veloce di tutti e di ogni cosa, sempre un passo, due passi avanti al resto. Sempre da sola.

Ho fatto come ti ho vista fare, sui tuoi cavalli che mandavi al galoppo e che spingevi fino al limite, e non c’era modo di starti dietro, neanche con lo sguardo. Quando tornavi, ansimavi come l’animale che montavi, ed eri quasi bella, in un modo magnetico che non ho dimenticato mai. Li avrei uccisi tutti, quei tuoi cavalli che ti rendevano così impudente e distante da me. Con le mie mani, senza un’ombra di timore. Poi è arrivata la mia automobile, bianca come un angelo, e a quel punto niente aveva più un senso. Ero io ad andare veloce, fino ai limiti, fin dentro il cuore dello spazio, per sentirlo battere stupido sulla faccia quando abbassavo i finestrini. Eri tu a guardarmi allontanare, e non c’era maledetto cavallo che tenesse. Ti ricordi, Mutter R.?

Continui a guardare fuori, fai come se non esistessi, come se non occupassi questo letto su cui mi avete sdraiato, e non avessi un corpo, per quanto magro da mettere disagio. Ho le ossa che quasi bucano la pelle. La pelle che quasi diventa trasparente. Hai timore di guardarmi, di poggiare gli occhi su di me per più di qualche secondo. Scivoli oltre, ti fermi ovunque, ovunque, anche sui miei fogli, e sulla mia grafia sconnessa che li riempie come un ricamo fitto e illeggibile: ovunque, anche sulla superficie silenziosa di questo piccolo lago che non ami perché non somiglia al tuo, perché non riflette gli stessi colori e gli stessi spazi larghi della tua valle: perché l’ho scelto per farne la mia casa, senza dirti una parola. Questo ti è risultato intollerabile. Senza dirti una parola, come è accaduto per tutte le altre scelte della mia vita, senza nessuna intenzione di condividerle con te, né di rendertene immediatamente partecipe. Comparirti davanti coi capelli tagliati corti, simulando una disinvoltura inesistente, mentre i tuoi occhi mi sfiorano appena e mi scavalcano con deliberata disattenzione, come se nulla fosse successo, nulla fosse cambiato.

Scrivere per ore, senza mai abbandonare la presa delle dita sul pennino, le mani contratte dal dolore, le palpebre appesantite dalla stanchezza. Scrivere e trascurare le tue braccia, i tuoi rari sorrisi, e mai confessarti una parola, mai dedicartene una. Mai raccontarti una pagina dei miei libri, portati a rilegare senza che tu ne immaginassi l’esistenza, nascosti poi sul fondo dei cassetti, perché il tuo sguardo tagliente non vi si poggiasse, neanche per caso. Ti guardo e mi accorgo che non c’è più l’arma di quella luce, nei tuoi occhi. Il tempo l’ha come stemperata, tuttavia senza addolcirla. Ne ha attenuato la minaccia, come per sfinimento. Vorrei che il tuo sguardo, ammorbidito così dalla stanchezza di tutta questa vita passata in mezzo, avesse il coraggio di fermarsi su di me – perché di mancanza di coraggio si tratta, Mutter R., quanto è evidente tu non lo immagini, lì seduta alla finestra col collo voltato altrove e il mio corpo addormentato sulle lenzuola. Ti manca la forza. Guardi il lago, i campi su cui i contadini della valle lavorano dalle prime luci dell’alba, i covoni sparsi per il declivio come animali immobili sotto il sole. Ti soffermi su ogni dettaglio di questo mondo che non conosci, che non hai mai voluto considerare troppo a lungo, neanche il giorno che ti ho urlato profetica che sarebbe diventato il mio nascondiglio da te, e quelle urla al vento erano le chiavi che ti consegnavo perché tu vi entrassi quando volevi, senza essere annunciata, senza chiedere alcun permesso. Una madre fa così, una madre ti prende per i capelli e ti trascina fino a sé, qualsiasi distanza la separi dal tuo corpo e dai tuoi pensieri. Una madre non conosce porte a cui bussare, sfonda a spallate i battenti e ti prende a schiaffi, ti costringe in ginocchio. Una madre che non sei tu. Tu che hai fatto deliberatamente finta che non esistessi, durante tutti i lunghi anni, trascorsi, lontano. Tu che non mi guardi neanche, ora che giaccio come un oggetto su questo letto, e non ho più voce per urlare né luce dentro gli occhi.

Mi hai sfiorato i capelli, appena sei entrata, hai cercato di ordinarli con le dita, ci hai rinunciato presto, come disgustata dalla secchezza che li rende indomabili. Hai indagato per qualche istante il mio viso, lo hai sollevato con un dito sotto il mento, hai lasciato cadere la mano immediatamente. Il vuoto ti impressiona, ti sconcerta addirittura. Non è concepibile l’assenza, dove prima è fiorita la vita, per quanto sia stata una vita sconsiderata. Lo hai detto ai medici, il giorno che è successo.

Lo hai gridato, mentre quegli uomini sollevavano le mani e cercavano di calmarti, di importi un tono di voce più basso.

Giravi per la stanza come un animale impazzito, perché non era questo ciò che avevi immaginato, ciò che pensavi potesse ancora accaderti. Una figlia che ha volato sulle nuvole del mondo in guerra, che un giorno cade da una bicicletta. Una figlia spenta, una figlia come una foglia che si stacca dal ramo dei giorni e ti si deposita tra le braccia, definitivamente inanimata.

Definitivamente non è concetto che tu possa accettare, eppure stavolta è stato così. Nulla hai potuto fare, se non trascinarmi via con te, su un’auto che hai guidato a velocità folle per le valli di questa terra. Io giacevo immobile sul sedile posteriore e non mi sono accorta, perché ne avrei riso. Hai riunito dottori e battuto le mani sulle scrivanie di ognuno, incredula e impotente. Quando nessuno vedeva, ti sei tirata i capelli dalla testa fino a strapparli a brevi ciocche. Eppure nulla hai potuto fare. Non è più tornata la vita nel corpo dimenticato di tua figlia. Ti è rimasta tra le mani, giocattolo rotto per sempre, lei che aveva imparato a correre più veloce di te, che non ti somigliava più e che avresti voluto disegnare come il tuo ritratto. Sbriciolata tra le dita, statua di porcellana finissima di cui non avevi mai sospettato l’intima fragilità. Hai provato a rincollare ogni pezzo, con una cura che non è stata dettata dall’affetto ma piuttosto dall’esigenza isterica di ristabilire un ordine, di fare pulizia da capo nella tua vita provata dall’ennesimo evento sgradevole. Quanta fatica, Mutter R., e che pena vederti affannare inutilmente. Scegliere per me i vestiti e i nastri per i capelli. Ordinare che mani sconosciute di donne mi lavassero e profumassero, senza che mai le tue mi toccassero.

Spiarti mentre fissi a disagio la mia figura distesa sulle lenzuola, le mani contorte l’una sull’altra, come avessi appena messo a letto una bambola, e questa bambola potesse svegliarsi da un momento all’altro e terrorizzarti solo spalancando gli occhi.

Ti muovi sulla poltroncina, sciogli le gambe accavallate e ti metti in piedi, accosti la fronte alla finestra. Respiri piano e il tuo fiato appanna la superficie del vetro. Ti sei rassegnata infine, a questa realtà che sei incapace di raccontare e che tieni nascosta agli occhi di chiunque, persino al tuo stesso sguardo, ogni volta che ti è possibile. Un giorno di primavera mi hai riportata a casa, sulle rive del mio lago, nelle stanze che avevo scelto perché fossero il mio rifugio dal mondo intero.

Il mio riparo dall’amore, sopra ogni altra cosa. Siamo ritornate insieme, su un’altra automobile. Sei rimasta con me alcuni giorni, il tempo necessario a sistemare la casa per il mio soggiorno. Hai ordinato, senza nessun tremore nella voce, che le finestre del piano terra fossero tenute chiuse, che a nessuno fosse permesso di entrare in casa, per nessuna ragione.

Hai spalancato le finestre della mia stanza, rivolte al lago.

L’aria è scivolata sull’odore fermo delle carte abbandonate, dei libri allineati negli scaffali, delle fotografie accumulate nei cassetti. Hai liberato le superfici da ogni ingombro, hai riposto tutto all’interno di un vecchio baule – e tu neanche hai idea di che viaggi mai abbia compiuto con me quel baule, Mutter R., quante strade abbia visto e di quante abbia ingoiato la polvere, di quanti corpi abbia sentito il peso, nel sonno e nell’amore contorto, nella stanchezza e nell’abbandono al pianto. Non immagini, mentre lo spingi con un piede contro il muro e inizi a svuotarci dentro carte e fogli sparsi, lettere e libri, l’intero inchiostro di una vita raccontata, e prima ancora vissuta per intero. Sei sola, non vuoi che nessuno ti aiuti, mentre smonti frammento per frammento, precisa e sistematica, i giorni di un’esistenza che non conosci, per quanto essa debba alla tua carne e al tuo respiro il fatto stesso di esistere.

Le tue mani scivolano rapide e insensibili, inghiottono visi e parole, immagini lontane e corpi vicini, tutto stringono e disperdono, tutto lasciano cadere sul fondo largo del baule. Non ti fermi se non quando la stanza è svuotata di ogni indizio, di ogni riferimento ad una realtà che non esiste più, che per te non è mai propriamente esistita. Chiudi il baule e poi sorridi, Mutter R., nonostante la fronte inumidita dal sudore, i capelli disordinati, le dita sporche di polvere: hai trasformato meticolosamente la mia nave in una bianca prigione. Quanta ingenuità, cielo mio, nei tuoi gesti…

Mi hai lasciata sulle sponde del mio lago, con due donne di guardia alla mia solitudine. Sono grosse e hanno voci e braccia da uomo, sorridono poco ma sono efficienti esattamente come hai chiesto loro. Le paghi per questo, perché lavino  e profumino ogni giorno il mio corpo, perché mi nutrano e vigilino sulla mia sopravvivenza, perché impediscano che mi faccia del male, che mi morda le mani fino a farle sanguinare, che scivoli dal letto e tenti di scendere per le scale.

Perché scongiurino che alcuno mi veda, e che io veda alcuno – come a credere che i miei occhi ancora abbiano la forza di spingersi oltre il confine del mio essere per riversarsi fuori, come acqua che supera gli argini e dilaga nei campi.

Sono precise come ingranaggi di un orologio, metodiche da togliere il respiro dai polmoni. Scambiano tra loro poche parole, talvolta si scambiano baci, ruvidi e affamati come di persone sole che sorvegliano il niente. Perché questo fanno, e si disperano loro malgrado, in quel consumare vanamente il tempo. Le sento senza propriamente udirle né vederle, mentre le loro bocche sembra si divorino. Fanno un rumore come di stoffa che si strappa. Sembra improvvisamente si dimentichino di me, di dove siamo, tutte quante. Ripenso ai tuoi baci spiati, mentre le ascolto in quel modo sospeso e quasi gentile.

Vorrei poter dire loro che non c’è ragione per tutto questo.

Che starò buona, che non tenterò alcuna improbabile fuga, che non cercherò di attirare l’attenzione di nessuno: che possono uscire da questa casa trasformata in sepoltura, sentirsi libere di passeggiare per la brughiera, e ascoltare i suoni della primavera che arriva come un’onda dolce. Che mi troveranno ancora qui, al loro rientro, rannicchiata contro il muro, immobile come una pietra. Mi sollevano dalle lenzuola, invece, mi sfilano la camicia dalla testa, lavano le mie braccia, le gambe, il petto scheletrico. Mi cospargono di talco al mentolo e mi rivestono di una camicia pulita. Si muovono coordinate e senza fretta, io rimango muta, loro spariscono dietro la porta.

Nessuno passeggerà per la brughiera, neanche oggi. Questo è un peccato imperdonabile.

Non ho nostalgia delle mie gambe, né del mio naso che si allarga a raccogliere gli odori delle cose, tutte le cose, indistintamente: a lungo ho corso e ovunque ho camminato, in mezzo alle foreste e sulle cime delle montagne più alte, lungo gli oceani e tra la sabbia del deserto. Di ogni luogo percorso le mie narici portano memoria, come se i ricordi fossero sensazioni olfattive indelebilmente impresse sulla sottile pellicola che avvolge e conserva la mia vita passata. Di ogni persona amata custodisco il sentore del fiato che si mischia al mio fiato, della pelle che si scalda, della carne che si apre.

Ogni luogo, ogni corpo vissuto potrei rivivere a occhi chiusi senza sbagliare, senza confondermi. Non ho nostalgia delle mie mani, che tanto hanno stretto e altrettante volte hanno lasciato andare. La vita è talvolta una realtà che miracolosamente si riesce a toccare, e illusoriamente a fermare. Con le parole questo è accaduto, ogni volta che è stato possibile: scrivere per toccare, per saggiare una consistenza, per inchiodare a me ciò che inesorabilmente mi avrebbe lasciata. Scrivere per fermare me stessa nel flusso che mi trascinava con sé, senza una direzione, senza una destinazione, una qualsiasi, senza una compagnia. Il mio inchiostro sulla carta come sabbia che inceppi il meccanismo del tempo, che crei attrito, che renda lo slittare in avanti degli attimi un movimento più lento e più consapevole. Più penoso, a volte. Ma è pena che rende vivi, ed io ho scritto per sentirmi viva, presente a me stessa, per nessun’altra ragione. Tu hai avuto paura, Mutter R., da sempre, delle mie parole sui fogli. Quando ti è stata evidente l’impossibilità a impedire che nascessero, e fiorissero, e si moltiplicassero come figli, le hai evitate con cura, hai finto che non esistessero: ogni sillaba tracciata dal mio pennino è diventata ai tuoi occhi un agguato, un ostacolo da scavalcare di slancio, in groppa ai tuoi cavalli. Sei stata brava, da abile cavallerizza quale sei. Non una volta sei caduta. Eppure non c’era minaccia in quell’inchiostro versato come si versa il sangue. Ti sei esibita in mirabili salti, e il sentiero era libero, il tuo andare sarebbe potuto essere una corsa a occhi chiusi.

Dei miei fogli ho nostalgia, del modo in cui le parole si allineavano e poi si contorcevano come serpenti. Delle mie dita che ammaestravano pensieri e se ne facevano ammaestrare, alternativamente e senza lotta, arrendevoli entrambi ed entrambi tenaci. Tu hai svuotato questa stanza e ne hai disinfettato le pareti, hai bruciato le mie carte, distrutto per sempre quelli che credevi essere eserciti di parole da cui doverti difendere.

Non esistevi, dentro quei fogli. Eri altrove, ovunque, in ogni passo lontano, in ogni angolo di questa terra in cui ho dormito, dentro ciascuna bocca di donna e di uomo che ho baciato. Non sulla mia carta, non dentro il mio inchiostro.

Quella carta era la mia dimensione altra da te. La mia casa senza tetto e senza pavimento, poco importa, ma ad una distanza siderale dal tuo sguardo. Hai bruciato ogni cosa, senza nulla guardare. Non importa, Mutter R., non importa più. Forse l’hai capito, mentre il fuoco mangiava i fogli, e le lettere, e i visi fotografati di sconosciuti. Forse l’hai sentito, che distruggevi il mio rifugio da te, l’unico possibile, più grande e infinitamente più forte di questa casa sul lago, di questa stanza dove sono tornata sfinita e dove mi ritrovo lentamente a morire.

Forse hai deciso che andava compiuto quell’ultimo gesto, per avermi di nuovo tra le braccia e perché finalmente non potessi scappare più, né farti più provare imbarazzo e disagio insostenibili. Hai bruciato ogni cosa, senza nulla guardare.

Hai segato senza un’esitazione le ossa dei miei polsi.

Mi senti, che ti parlo, meine R.? Le ossa dei miei polsi!

Uscirai a momenti da questa stanza. Le tue visite sono sempre brevi e sempre più rare. Il silenzio sospeso in questa stanza toglie disinvoltura ai tuoi gesti. Ti muovi a scatti, insofferente come un animale chiuso in gabbia. Non so cosa ti spinga a tornare, ogni volta. Non conosco l’esatto equilibrio esistente tra senso del dovere e bisogno inquieto di venire a scavare nei miei occhi, per verificare il miracolo. Per scoprire una luce, dentro questa carne abbandonata che chiami ancora figlia ma che è già diventata altro. Nessun miracolo, non attenderlo, non verrà. Finirà così, questa storia, imprevedibilmente, meine R., perché profondamente strana è la vita. E’ stato sufficiente che la ruota della bicicletta slittasse sulla strada, in un giorno pacifico più di qualsiasi altro dei miei. Ogni elemento perfettamente in sintonia con gli altri, il quadro è finito.

Mi chiedo se ti rivedrò ancora. Se sentirò ancora l’aria che si sposta tra le pareti in modo differente, inconfondibile, quando è il tuo corpo a varcare la soglia e a spostarsi in questo spazio fermo e sempre identico a se stesso. Non aspetterò che tu lo faccia, da troppo tempo ho disimparato l’attesa, ne ho dimenticato il modo. Forse farai in tempo, un’altra volta ancora, ad ascoltare questo mio respiro sottile che non posso neanche decidere di spezzare, china sul mio viso per un attimo, l’odore familiare della tua pelle che mi invade il cervello.