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L'angolo dello scrittore

Se il capitale finanziario mette sotto sequestro interi Paesi_1^parte

Un’ampia disamina in chiave neo-marxiana dell’attuale ciclo di crisi del capitalismo che assomiglia ad una resa dei conti finale. La crescita incontrollata dell’indebitamento (pubblico e privato), l’avanzare dello sfascio sociale e ambientale planetario, sono palesemente determinati dalla voracità dei saggi di profitto e di reddito e a danno dello spazio-tempo dell’esistenza collettiva della maggioranza degli abitanti del mondo. Non pagare i debiti potrebbe essere allora anche una prima scelta radicale e rivoluzionaria nella politica. Per un passaggio al comunismo della molteplicità, per una democrazia dei ‘beni comuni’.

 

di Antonino Contiliano_

 

 

Disculpen la molestias, esto es una revolución.

Sub Comandante Marcos

Perché ogni epoca sogna la successiva, ma sognando urge al risveglio.

Walter Benjamin

 

Lo stato e i governi – soprattutto nel mondo nord-americano-occidentale –, dopo essere stati privatizzati, tra la fine del XX e il primo decennio del XXI, dall’impresa, dal privato e dall’economia di mercato liberal-liberista del “pensiero unico”, ritornano ad essere invocati quali finanziatori e salvatori delle fraudolente bancarotte capitalistiche e delle sue crisi strutturali. Le classi egemoni della vecchia e della nuova economia della deregulation, che hanno imposto lo smantellamento del welfare state sociale, ora lo invocano per se stessi e il proprio sistema, il quale è andato in fibrillazione e ha messo in pericolo lo sviluppo di crescite ulteriori.

Gli “aggiustamenti strutturali” e le privatizzazioni del “pensiero unico”, per un precoce clinamen delle crisi, che hanno fatto deviare dalla via retta tutte le previsioni dell’armonia provvidenziale del mercato mondiale lasciato al laissez faire, infatti non hanno avuto gli esiti sperati. I mancati incrementi e distribuzione di ricchezza per tutti hanno dilatato solo la forbice delle diseguaglianze, dei disastri e degli sfruttamenti generalizzati capitalistici. Diseguaglianze e impoverimenti che dall’altro canto hanno provocato pure ilclinamen delle “onde” delle contestazioni fino alle forme attuali dell’“indignazione”  (dal movimento “15M” spagnolo in poi) e della “collera” e organizzate via web, e con modalità che hanno preso di sorpresa pure il potere per la costanza, a continuità e la mobilità mondiale. Nessuno si aspettava che il fenomeno, fuori dalle organizzazioni tradizionali di sindacato e partiti, si estendesse con tanta partecipazione e per di più senza confini nazionali. L’evento non è stato un punto o un chicco di neve. A cercarne il filo si potrebbe (in Europa) risalire  – oltre che nei tumulti estivi di Londra e nella marea protestataria del mondo arabo-africano e iraniano (alla fine attanagliati tra lacrime e sangue) – alle rivolte delle banlieues francesi e parigine.

Ma, nonostante tutto, con il beneplacito dei “procuratori del capitalismo” e dei managers di nuova generazione – gentaglia che scatena il panico se non si salvano le banche e gli interessi privati  –, nel contempo capitale e capitalisti, senza ritegno, guardano e si adoperano solo per salvare il proprio “rendifitto” (rendita/profitto) e i saperi/poteri che ne garantiscono il dominio erga omnes e, sine cura, con un’azione di decapitazione continua (specie per le zone più povere e il Sud del mondo).

Un taglieggiamento e una razzia continui volti a svuotare le casse pubbliche e a praticare il fallimento dei servizi pubblici (sanità, scuola, etc.) o dello stato sociale come via maestra  – la loro “regola aurea” – per sostenere ancora finanze truccate e le ruberie legalizzate delle guerre del capitale ai poveri e al pianeta delle biodiversità. Una autentica ghigliottina di nuovo conio che funziona notte e giorno!

Il nastro della corsa per l’accaparramento di nuovo delle risorse pubbliche così è stato tagliato, fra i primi, all’incirca tre anni fa (2007-2008), dal Governo americano. L’occasione e la paura, dopo le avvisaglie delle crisi (“bolla speculativa”) del marzo 2000 della new economy (crisi dell’indice Nasdaq o dei titoli tecnologici), sono state determinate dal crollo del credito ipotecario dei colossi  “FannieMae” e “FreddieMac”, dalla concomitante crisi dell’Aig (American International Group, la principale assicurazione del paese) e dal fallimento della banca d’affari Lehman Brothers. Parallelamente le Borse e i mercati finanziari davano segni chiari di un trascinamento nel baratro dell’economia del paese e dei consumi, che erano stati mantenuti in vita con la politica dell’indebitamento pubblico e privato. Il Governo americano allora interviene decisamente nel salvataggio del sistema bancario e assicurativo – le cui le speculazioni economico-finanziario liberiste avevano creato ricchezza per alcuni e disoccupazione e miseria per tanti – iniettando milioni di dollari dello Stato. L’esborso di denaro pubblico americano (messo in atto dalla Banca Federale americana per salvare dalle crisi finanziarie il sistema bancario, in barba al principio liberistico dell’autosufficienza del mercato e delle sue leggi – che autorizzano una concorrenza e una competizione senza limiti) – è stato stimato in 600 miliardi di dollari.

Non meno grave è la situazione in Europa, dove Stati e banche per sopperire alle proprie insolvenze debbono ricorrere ai prestiti della Bce (Banca centrale europea), che è sganciata da qualsiasi controllo pubblico. I prestiti, secondo le ultime stime, sono calcolati in circa ottantacinque (85) miliardi di euro.

Dalla crisi finanziaria del 2008 e dai salvataggi statali, il fallimento del capitalismo ha fatto registrare un altro e deleterio salto di qualità all’intervento pubblico con la trovata del bieco “debito sovrano” e dell’annessa sua crisi opportunistica. Nei due anni che vanno dal 2008 al 2010 – scrive Christian Marazzi – infatti, approfonditasi la crisi, “si è passati dagli interventi statali del salvataggio di banche, assicurazioni,istituti finanziari e interi settori industriali, alla cosiddetta crisi del debito sovrano. Quest’ultima è il risultato della presa a carico da parte degli Stati del salvataggio delle banche, della defiscalizzazione del capitale e degli alti redditi degli ultimi quindici anni, della riduzione delle entrate fiscali tipica dei periodi recessivi, dell’aumento delle spese legate agli ammortizzatori sociali e all’aumento degli interessi sul debito versati ai detentori di buoni del tesoro”[i].

Lasciato il mondo civile e sociale, pur nella sua eterogenea molteplicità, nei gironi infernali della precarietà, della flessibilità, della disoccupazione, delle povertà crescenti e delle altre insicurezze e minacce, le ex istituzioni pubbliche  – preposte alla difesa dell’interesse generale, intervenendo con il loro “keynesismo finanziario” a favore di altre istituzioni fiancheggiatrici,  che per il bene generale e di ciascuno non hanno particolare affezione – permettono che il potere delle istituzioni bancarie si trasformi in egemonia assoluta. Il loro peso e potere politico ricattatorio, sotto la regia diretta e dispotica del Fondo monetario internazionale,la Bancamondiale e delle Banche Centrali, diventano indiscutibili.

Questi poteri finanziari, infatti, forti del salvataggio statale, dopo aver chiuso il “mercato delle cartolarizzazioni” – “i titoli legati ai crediti ipotecari” –, ovvero la possibilità che avevano le banche commerciali di trasformare i crediti concessi (anche ai nulla tenenti) in pacchetti da vendere come titoli poi sul mercato, hanno rallentato e strozzato le strategie d’investimento e alterato dannosamente il rapporto tra banca commerciale e banca d’investimento. “In Europa, il fatto che la Banca Centralesia diventata di fatto la principale fonte di finanziamento del sistema bancario, costringe le banche a restringere ulteriormente la loro politica creditizia. Ne consegue che, sebbene i tassi d’interesse definiti dalle banche centrali siano prossimi allo zero e le politiche monetarie siano espansive, il credito all’economia risulta comunque razionato. Si è prigionieri di una ‘trappola della liquidità’ in cui il basso costo del denaro non innesca il rilancio dei consumi e degli investimenti, tanto  meno quando ci si ostina ad aspettarsi un improbabile ritorno dell’inflazione con relativi aumenti di tassi d’interesse, una situazione già sperimentata dal Giappone negli anni Novanta”[ii].

Ora la cosa grave non è solo il fatto che l’intervento pubblico soccorre il sistema liberistico e lascia alla deriva e allo scoperto il sociale distruggendone la rete di assistenza e prevenzione pubblica, cosa che viene lasciata in balia della privatizzazione dei servizi; grave è soprattutto, nonostante la caduta dell’illusione dell’utopia autoregolamentativa del mercato e dei mercati, che il modello viene lasciato in piedi e che per di più lo si foraggia con interventi provvidenziali statali e a danno ulteriore delle masse sociali già provate da tante spoliazioni e avviate alle mense di carità e alle disperazioni più incontrollate.

E in questo caso non si può non notare il paradosso. Un paradosso non certamente ingenuo ma che sa alquanto di follia coltivata! Si salva cioè lo stesso modello finanziario di economia che, contando sulla politica dell’indebitamento diffuso (statale e sociale), conniventi le autorità pubbliche e preposte alla difesa dell’interesse generale, è stato causa determinante delle crisi  e degli inevitabili avvii alla bancarotta di Stati come è il caso della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, o, prossimamente sullo schermo, il caso italiano. Speculazione e corruzione, nell’ordine delle cose, hanno dato dal canto loro man forte all’economia del disastro (Naomi Klein).

Il pericolo però non si elimina costringendo la follia a ripetere se stessa e per di più a guardarsi felice di protezioni speciali, quando il mondo brucia per il suo meccanismo perverso! Infatti non è salvaguardando il modello finanziario di accumulazione capitalistico che si cura il malessere dell’economia e lo sfascio sociale; visto, fra l’altro, che la crisi è proprio il capitalismo a crearla. La versione finanziario-creditizia è quella che poi non fa che riproporne la festa a tempi più corti e a costi molto elevati per gli sfruttati, la popolazione e l’ambiente dell’intero pianeta terra. I vantaggi sono solo per la classe dominante, il cui potere oggi gestisce il sistema delle crisi con il ricatto del denaro e delle armi, lì dove le illusioni della logica neoliberista “win win” del capitale, pur sostenute da tanti sondaggi, intellettuali di varia provenienza e modelli matematici di laboratorio sul “rischio”, i profitti futuri e l’eliminazione della “scarsità”, hanno fatto solo grandi “buchi neri”.

Basta guardare alle manovre di restrizione e costrizione sociale che i governi propongono per rendersi conto che il saldo dei debiti cammina speditamente con la coatta e pericolosa desocializzazione di massa, la guerra tra poveri e il socialismo dei ricchi (socializzazione delle perdite). Impoverimento e disoccupazione crescenti, caramente, sono a carico dei più deboli e delle classi subordinate. Declassati e a rischio – sempre più generalizzato e a cerchi concentrici –, i soggetti della diaspora del turbo capitalismo globale sono ai limiti della sopravvivenza, della stessa esistenza fisica e in preda ai nuovi rigurgiti razziali etnico-culturali. Il nuovo razzismo, camuffato dalle stesse leggi statali che promettono il controllo dei flussi migratori e del terrorismo, in realtà trova origine nella competizione lavorativo-esistenziale tra indigeni e migrati; una lotta tra sfruttati e depauperati che è scattata in seguito alla spoliazione messa a segno dalla colonizzazione finanziaria capitalistica e dalla messa in regola della sudditanza degli investimenti alla legge del profitto privato. Una sudditanza ingiusta che ha messo la stessa sussistenza degli individui e delle collettività sotto la mannaia dell’indebitamento e dello sfruttamento di classe, e con il beneplacito del potere pubblico che ha sposato in pieno la difesa ad oltranza dei pochi ricchi e signori favorendone le richieste di privatizzazione incondizionata e assorbendo persino le stesse perdite del caso.

Il debito privato (diventato nel frattempo debito pubblico e “sovrano”), e la spoliazione autorizzata senza limiti dei diritti e delle garanzie hanno continuato così lo smantellato dello Stato sociale come un impareggiabile affare senza precedenti nella storia delle ristrutturazioni capitalistiche. Nell’affare, in ogni modo, si devono mettere in conto anche i proventi delle varie guerre d’embargo e quarantena, e di quelle scatenate ad hoc con la montagna delle menzogne e delle falsità di stato (a tutti note) che nulla hanno da invidiare alle vecchie “strategie della tensione” e delle “stragi di stato” del secolo scorso.

I costi delle crisi così continuano ad aggravarsi sulla massa dei soggetti, che giornalmente perdono qualsiasi diritto e garanzia di vita e di lavoro, mentre i proventi (calcolabili in termini di spostamenti di ricchezza e poteri notevoli) sono appannaggio degli stessi protagonisti del collasso, di cui, felicemente, sul piano della finanza internazionale profitta sia il capitale legale che quello illegale, se non addirittura in stretta concomitanza d’affari fra i corridoi di una “zona grigia” dove, grazie a una certa franchigia sugli spostamenti della liquidità, scorrono fiumi di denaro sottratti ai dovuti controlli.

Se il motore dell’economia e della globalizzazione è la finanza e il suo volume annuo è “pari ad almeno quindici volte il  Prodotto interno lordo mondiale”[iii], e i meccanismi di spostamento, agevolati dalla velocità e dalla riservatezza (privacy), ne tutelano in certo qual modo fattibilità e sicurezza, è chiaro che Capitale legale e illegale non si fanno scrupolo di coagire nel torbido di posizioni che rimangono ambigue (il capitale legale che combatte contro l’illegale!).

L’esistenza della “zona grigia”, in una con i paradisi/scudi fiscali e regimi di tassazione particolari…, non favorisce solo la criminalità e le mafie; ne profittano anche i soggetti dell’economia non criminali.

La facilità con cui si spostano i capitali, rispetto ai beni materiali e ai corpi (che hanno invece peso, attrito e bisogno di certi intervalli per muoversi), non ha eguali in rapidità e numero di operazioni fattibili: “I numeri di passaggi, anche giornalieri, che si possono fare sono altissimi – nell’ordine di centinaia al secondo da un solo pc – ed anche relativamente facile ed economico. Da un punto di vista finanziario la criminalità è tendenzialmente molto liquida: ha quindi bisogno di gestire questa liquidità e in seconda battuta di investire i capitali (in altre attività criminali, ma soprattutto in attività ‘pulite’). Una finanza ‘fluida’, senza confini e rapida è dunque il terreno ideale per compiere le operazioni di cui la criminalità ha bisogno”[iv].

Anche i soggetti che operano con l’economia e la finanza non illegale , tuttavia, ne approfittano per sfuggire alle pressioni fiscali, falsificare i bilanci o accantonare somme destinate anche alla corruzione e ai “fondi neri”. “La contraddizione in questo campo è forte anche da parte dei governi. Quello italiano tramite il tesoro controlla ad esempio Eni ed Enel che fanno abbondante uso dei paradisi fiscali e di ricerca (lecita) di riduzione della pressione fiscale mediante l’apertura di società collegate, per esempio in Olanda […] Da un punto di vista legislativo, con particolare riferimento all’Italia, la depenalizzazione del falso in bilancio non è certo un aiuto verso il necessario maggior rigore e il controllo della varie ‘scatole cinesi’. Per non parlare infine dello scudo fiscale che, al di là delle intenzioni dichiarate, ha avuto delle maglie normative tali da rendere lecito il sospetto che sia stato utilizzato anche per capitali di provenienza criminale”[v].

E che la crisi sia anche un esercizio di potere, consumato a danno delle persone e del sociale, è attestato dal fatto che ogni mossa o immobilità è stata giocata per salvaguardare la concentrazione del capitale finanziario mondializzato. Infatti le risorse che gli Stati di tutto il mondo hanno impegnato “per salvare la finanza in un solo anno sono state circa 200 volte superiori a quello che gli stessi singoli Stati avrebbero dovuto impiegare per dieci anni per poter raggiungere gli obiettivi del Millennio dell’Onu”[vi].

Ma se le manovre non hanno voluto trovare e impiegare le risorse per gli obiettivi del “Millennium”, chiaro è il segno che l’azione dei manovratori e degli investitori dei mercati mondiali non hanno a cuore (qualunque sia il luogo dell’“Impero”) né il benessere dei singoli, né di quello pubblico e né tanto meno del “comune”.

E tuttavia bisogna pur notare che lo stesso capitalismo ne risente sia dove il fenomeno attacca la possibilità della sua crescita (investimenti con incremento di cose, beni, consumi generalizzati, etc.) e della sua stessa accumulazione di plusvalore, sia dove indebolisce la sopravvivenza dell’ordine liberal-democratico che lo sostiene con l’insieme delle forme maturate nei regimi della maggioranza rappresentativa e delle organizzazioni collaterali e di sistema.

L’attivazione di instabilità variamente predatorie orchestrate, e lasciate a lievitare conflittualità e azzardi disgreganti l’economia e una convivenza tollerabile (anche se c’è sempre qualcuno che non gode appieno dei benefici: il Sud del mondo, per esempio), inoltre, paventano via via stagnazione e recessione, bloccando parallelamente l’emancipazione sociale e la stessa partecipazione politica del consenso (con-trattato e tanto battagliata da diverse posizioni di pensiero e di azione collettive inserite nel macchinismo ufficiale).

Tant’è che la borghesia affaristica giura di ricorrere ai ripari prendendo misure contro la corruzione e la speculazione per tenere sotto controllo i processi d’instabilità – minacciosi per la sua stessa vita –, ma le cui cause stanno nello stesso modello che già ha utilizzato e che, purtroppo, ripropone per ripercorrere le stesse vie espropriative utili alla minoranza dominante.

E per trovare una via d’uscita e di riequilibrio gli stessi protagonisti dello sfascio oggi scendono dalla soffitta persino la “bibbia” di Karl Marx per consultarla e salvare il capitalismo. Le profetiche analisi di Marx sulla crisi – che individuano i punti deboli o forti del meccanismo – sono utili anche ai suoi avversari e nemici.

Ma, e per inciso,  – scrive Alberto Burgio su “Alfabeta2” – ripescare il pensiero di Marx, anche da parte di chi oggi ripropone l’orizzonte dell’“comunismo” per avviare un discorso e una azione di recupero della democrazia liberale e di emancipazione, non è sufficiente l’idea stessa di emancipazione e di liberazione senza uno sguardo distaccato e maturo di riflessioni critiche. Sarebbe come un gioco al ribasso: “Ironico destino, quello toccato all’idea di comunismo. Rinata in epoca moderna in antitesi alla democrazia (istituto venerabile, ma già due secoli fa appannaggio della borghesia trionfante), in questi tempi di crisi essa tende a ridursi alla sua fotoco­pia. Per qualche filosofo maudit il comunismo è una faccenda di emancipazione, di inclusione nella cittadinanza e di democrazia radicale o diretta. In tempi di crisi lo si capisce. La democra­zia è talmente mal messa, che restituirla a una funzione di garanzia dei diritti fondamentali sembra già un obiettivo ambizioso. Ma il comu­nismo è altra cosa e ridurlo al protagonismo delle moltitudini o alla demercificazione dei co­siddetti beni comuni è un compromesso al ribas­so. Se non ci se ne rende conto, è perché si sono interiorizzate le categorie dominanti, come av­viene nelle sconfitte storiche”[vii]. Infatti tra le questioni del potere, del conflitto, del politico e del lavoro, ogni forma sociale deve fare i conti con le “difficoltà del vivere” – consapevolezza della morte e difficoltà del senso di fronte al caso e all’insicurezza – , e nessun può fare a meno di rapportarvisi e di coltivare insostenibili fantasie di perfezione assoluta una volta liberati dal dominio e dallo sfruttamento capitalistico.

Così, il cammino verso il comunismo è lungo e la lotta contro lo “stato di minorità”, che avversari e nemici coltivano con cura come una nuova “enclusure”, non è finita, e dall’altro lato invece è al rialzo il valore delle truffe legalizzate, la santificazione della criminalità speculativa che in Europa, fino ad oggi, fra i suoi primati conta diciotto (18) milioni di disoccupati  e un indice di borsa al rialzo per le rapine legalizzate delle banche. Una sporca storia di estorsioni e racket organizzata con il supporto di chi, pagato con milioni di dollari a stipendio, ha creato, per esempio, i “derivati” della finanza creativa con raffinati modelli di matematica finanziaria, e poi sostenuti dagli avalli giuridico-politici di una classe esecutiva di untori al potere, i quali hanno svenduto il bene pubblico e il “comune” al profitto e alla rendita della privatizzazione.

Le vendite de “Il Capitale” – annota Andrea Fumagalli – intanto sono aumentate. “Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e il ministro delle finanze tedesco, Peer Steinbrueck, hanno dichiarato di averne letto recentemente delle parti per meglio comprendere la crisi economica. Il 22 ottobre 2008, con un ampio articolo di analisi, il Times di Londra, tempio dell’opinione pubblica conservatrice britannica, affronta un sospetto […]: l’attuale crisi finanziaria globale conferma forse le analisi di Karl Marx? Non sarà, si chiede l’analista Philip Collins sul giornale, che l’attuale crisi è una prova della ciclica e anarchica instabilità del capitale globale, come sostenuto da Marx?” [viii].

Letture e  misure d’austerità però non toccano, se così si può dire, né i signori della finanza né il cuore del capitale. La logica della proprietà privata, del valore di scambio, del profitto, delle crisi ricorrenti e della rivoluzione delle forze produttive e dei rapporti di produzione – per riorganizzare la riaccumulazione capitalistica e il proprio dominio, non è stata cambiata nella sostanza. Il signore, per ricordare la dialettica hegeliana, continua a dominare il servo e il perdente.

I provvedimenti presi per i paesi fortemente in crisi e indebitati così, come Grecia, Irlanda e Portogallo (e quelli in corso nell’Italia del 2011 con le varie manovre e leggi finanziarie), mostrano come a pagare le crisi siano i derubati, gli oppressi di sempre e chi nella corsa (individuo, popolo, Stato) non è riuscito a tagliare il traguardo. I ricchi (speculatori o altro) e i padroni del potere non ne sono minimamente toccati.