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L'angolo dello scrittore

Se ‘esperire criticamente il reale’ non è più e affatto un valore condiviso – III parte

di Alberto Scarponi

L’Italia, un esempio

Qui la situazione politico-culturale italiana viene descritta in termini per così dire, essenziali, tralasciando per quel che si può la specifica fenomenologia. Infatti la teoria di Žižek è che, per capire le cose, qui non bisogna attardarsi a contemplare le apparenze, ma cogliere la sostanza. La quale ci dice che nel capitalismo odierno la democrazia tende a farsi irrilevante (lo si osserva in Cina, naturalmente, e in Russia, ma poi in Italia e anche in Usa). Questo perché l’economia deve ormai affrontare questioni il cui campo d’applicazione è dislocato oltre i termini dei meccanismi democratici. I conflitti ecologici, le grandi migrazioni, gli inafferrabili movimenti finanziari, le stesse crisi regionali, la problematicità della proprietà intellettuale sembrano di fatto richiedere piuttosto il cosiddetto «governo degli esperti». A ciò aggiungerei il fatto epocale del fallimento del socialismo reale inteso come incapacità finora della politica, democratica o no, a governare e tanto più a trasformare l’economia.

Dentro tali dinamiche la politica, specie se impacciata dalle formalità democratiche, tende ad autodistruggersi. Così si articola in due processi collegati ma distinti: lo spettacolo mediatico, da un lato, e il decision making dall’altro. Il loro collegamento a sua volta è ideologicamente garantito e dinamizzato dal circuito populista: lo spettacolo mediatico (come mitopoiesi economicistica, esercitata con i mezzi dell’economia) funziona da validazione culturale di un governo che, assegnatosi per intero il compito politico del decision making, occupa integralmente lo spazio simbolico del potere, garantendosi quindi il voto di maggioranza populista, che torna a mettere in moto lo spettacolo mediatico, in cui le decisioni possono anche non essere decisioni reali, in quanto l’efficacia mitopoietica sta nell’annuncio, nella parola, nel fatto culturale, e non nell’implementazione. In tale assetto teatrale non c’è spazio per nessuna opposizione, perché non c’è spazio per la realtà e quindi per il pensiero critico. Staff only, il pensiero ammesso è solo quello strumentale, destinato a risolvere i problemi definiti tali dal decision making.

Visibile è soltanto il lato spettacolare del potere (aggiornato nelle tecniche e nelle modalità dello star system), il quale svolge il medesimo ufficio che al tempo delle monarchie era assegnato alle cerimonie e manifestazioni pubbliche, o riservate ma poi narrate, esso elabora cioè il carisma, mentre l’autoritarismo connesso all’esercizio invisibile del potere garantisce da parte sua l’esistenza privata del cittadino, ora intesa come corpo libertino, allo stesso modo in cui nella tradizione tedesca inizio novecento proteggeva l’interiorità, allora intesa come spirito, come Kultur, dell’impolitico Thomas Mann. È questa – come ricorda qui Andrea Cortellessa al termine del suo pezzo su Berlusconi (L’interessato) – l’operazione culturale contro cui protestò per tempo Franco Cordelli (con il romanzo Il duca di Mantova) in quanto, monopolizzando tutte le storie possibili tramite il monopolio dello spazio simbolico, questo neosovrano recitante impediva agli scrittori di scrivere i loro romanzi, impediva alla mitopoiesi artistica di produrre pensiero critico.

Il senso di quella protesta era dunque, se possibile, più vasto di una mera rivendicazione territoriale. Žižek avverte con cura  che questo capitalismo postdemocratico non solo risucchia dentro di sé tutta la politica, ma si maschera inoltre totalitariamente dell’intero volto culturale della società seguìta al sessantotto. Quali erano i tre grandi obiettivi di quella ribellione? Eliminare il posto di lavoro alienato, la scuola oppressiva con la sua cultura astratta, la famiglia autoritaria. Ebbene oggi abbiamo le «progettualità dinamiche» dei «gruppi di lavoro interattivi» della «produzione postmoderna» che affascinano e seducono quasi ogni psiche di giovane precario/a o inoccupato/a destinato a divenire inutile imprenditore di se stesso nel liquido, chiusura del cerchio magico, della «produzione postmoderna». Oggi poi, finalmente, la conoscenza non ha più nulla di ieratico, ma nemmeno di intimo, tanto meno di critico. Completamente assorbita nella «formazione permanente», commisurata alle esigenze puntuali dell’economia, quel tanto di critico che ne può sgattaiolare fuori verrà subito catturato sotto forma di «critica» verso Ubu Roi, che fa tanto ridere. («Una risata vi seppellirà», proclamava l’immaginazione avviandosi gaia al potere.) Quanto alla famiglia autoritaria, è stata distrutta, buttando il bambino con l’acqua sporca, oggi si tratta semplicemente di sesso, libero of course e privatissimo, checché fingano chiese e consiglieri del cuore e singles talora la sera, ne resta appena la formula (forma senza contenuto), con valenze cerimoniali e lobbistiche.

Se infine aggiungiamo i vari fenomeni proiettivi della società di massa –  quello del potere senza regalia (in maschera democratica) in cui l’uomo comune identifica il proprio futuro psichico o quello del potere come problem solving in cui l’uomo comune si riconosce homo faber o quello dell’immortale re Pescatore nel cui corpo apotropaico l’uomo comune scarica la propria ansia per il futuro materiale o quello del potere ubuizzato dove l’uomo comune trova infine espressa da incolpevole la propria banalità – la manipolazione, per tornare a Lukács, la sottrazione della sua personalità all’individuo oggi possibile, può considerarsi completata.

Il bisogno di politica culturale

A questo punto, leggo nel n. 4 di alfabeta2 il focus Cultura anno Zero.  Inizia addirittura con un Appello al capo dello Stato dell’archeologo Andrea Carandini, Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici (da cui poi si è dimesso, alla stessa stregua del Ministro Bondi, di cui ho già detto, e come hanno fatto anche altre personalità del mondo della cultura abbandonando i rispettivi incarichi, ma queste di Carandini mi sembrano dimissioni che raccontano un disastro culturale dell’Italia tutta, non solo per l’indiscutibile qualità della persona in questione, ma soprattutto perché qui la cosa si esplicita quasi allegoricamente come rottura del paese con il lavoro sulla propria identità storica). Continua poi con un elenco di disperanti descrizioni di storici dell’arte e critici, bibliotecari, manager di case editrici, autori cinematografici, esperti di teatro, critici musicali, filosofi in battaglia. Ne ricavo l’impressione come di un equivoco o almeno di una linea di ragionamento che al suo punto d’arrivo trova domande senza risposta. Al fondo di queste protesta c’è, mi pare, la convinzione che tutti, ma proprio tutti non possano non riconoscere il Primato della Cultura (dell’alta cultura) e che disinteressarsene sia solo insipienza, ignoranza, dunque incultura e non invece voluto disegno culturale. Le domande d’approdo, senza risposta, sono infatti, più o meno, queste: perché un politico dovrebbe essere interessato all’esistenza di un qualsiasi fatto culturale se non per la logica di ricavarne un incremento di risorse politiche (di potere o, in regime democratico, di consenso)? perché un imprenditore dovrebbe essere interessato all’esistenza di un qualsiasi fatto culturale se non per la logica di ricavarne un incremento di risorse economiche (profitti)?

Certo, ogni persona colta è oggi incline a vedere ovunque nei paesi dell’Occidente una egemonia della sottocultura. Anni fa in Italia abbiamo avuto il totalitarismo, il cui primo e forse unico principio era che tutto dovesse restare sottomesso con la forza alla politica, al potere politico. Ad esso è poi succeduta la democrazia liberale, che ha rifiutato il dominio della politica sull’intero articolarsi delle attività degli individui, singoli o associati,  ne ha ammesso soltanto l’egemonia. Ed egemonia della politica è stata fino a un certo momento. (Il cosiddetto fenomeno di «mani pulite»  segnalò il crollo dell’egemonia della politica.) Oggi, per l’evolversi delle cose, egemonica è divenuta invece l’economia. In ambedue i casi però si potrebbe dire, e ogni volta la forza egemonica del momento lo ha creduto, che la cultura vi sia subordinata, come un lusso o bene o gesto superfluo, appena tollerabile. In realtà la cultura è, insieme alla politica e all’economia, sfera costitutiva della società umana e dunque vi conduce una sua vita spontanea come cultura o totalitaria o liberale o economicistica o, come sarebbe auspicabile, semplicemente autonoma. Per esempio, la presente sottocultura egemone (con la sua fenomenologia: il gossip, lo star system, i bestseller, le lobby letterarie, il dominio dei curatori nell’attività artistica espositiva, e via dicendo) è chiaramente espressione di una cultura economicistica al comando.

L’equivoco allora è ritenere di dover chiedere alla politica e/o all’economia il diritto di esistere, quando è appunto autoevidente che senza cultura non esisterebbe nessuna politica e/o economia, perché non esisterebbe società. Oggi infatti, poiché la sottocultura non tiene, sentiamo che è la società tutta a traballare. Vero è che simultaneamente la cultura abbisogna per esistere e di una politica e di una economia culturali, ma il bisogno è reciproco. E questo nonostante che ciascuna delle sfere di cui si tratta abbia la tendenza interna a ritenere sé autosufficiente e le altre superflue. Non è così per nessuna. La crisi dunque che ha ora investito l’intero mondo occidentale è descrivibile anche come inaridirsi e incepparsi dell’economia per mancanza di apporti e interventi autonomi da parte della sfera politica e della sfera cultura. Allo stesso modo in cui nel 1989 crollò l’egemonia della politica nella formula del socialismo reale a causa dell’inefficienza dell’economia e cultura totalmente sottomesse. Illuminante fu poi l’inadeguatezza strutturale in cui la seconda venne a trovarsi, la povertà politica ed economica degli intellettuali a quel punto venne oltre tutto chiamata a reggere, in autonomia ma da sola e dunque con idee soltanto culturali, le sorti dei rispettivi paesi, improvvisamente privi di forze politiche ed economiche. In quel caso fu la cultura fuori posto, venne messa davanti a compiti non suoi.

Il bisogno di arte

Ma quali sono i compiti della cultura in una società? Non ho alcuna intenzione di essere didascalico: semplicemente compito della cultura è la produzione di pensiero critico, niente di più. Ma anche niente di meno. Trovo qui citata da Manuela Gandini una frase che mi aiuta a dire, è di Achille Bonito Oliva: «L’arte è l’unico àmbito che ci dà un’idea di complessità del mondo». L’unico, diciamo àmbito, che, se non lo facesse, non sarebbe arte e come effetto noi oggi avremmo una realtà sociale «narcotizzata», per un verso, dalla «semplificazione»  cui  tende la politica lasciata a se stessa (quindi sozreal oppure nella versione berlusconiana, a scelta) e, per un altro verso, dalla «telematica» dell’economia (capitalistica, se il la politica totalitaria non tollera la telematica, qui invece regnano le celebri «tre i»: impresa, inglese e informatica).

Naturalmente Bonito Oliva quando dice «arte» parla pro domo sua, mentre io qui intendo più in generale l’arte come nucleo energetico della cultura (che è conoscenza, filosofia, sensibilità, psiche e altro ancora). Quindi, in sintonia, userò un’altra pars pro toto: la letteratura, nella sua forma però materiale che oggi è prevalentemente il libro.

Per la liberazione del lettore è intitolato qui nel focus il contributo di Vincenzo Ostuni circa l’editoria. Ed è davvero liberatorio leggere quanto egli scrive, fuori dai denti: la qualità culturale («i classici, la migliore divulgazione scientifica, economica o storica, il meglio della poesia o della filosofia o della narrativa») è l’ultimo dei pensieri di un’editoria tutta dedita alla quantità, alla tiratura e insomma, giustamente, al fatturato. Ostuni rimanda quindi all’ultimo libro di André Schiffrin (Il denaro e le parole, Voland, 2010) in cui l’intellettuale ed editore ora americano suggerisce, per uscire dalla situazione, di rifiutare l’editoria normale e di avviarsi per una o per ambedue nuove vie: l’editoria no profit e gli aiuti pubblici. Dunque una imprenditoria di nuovo tipo (fondata su una nuova cultura economica) e una rinnovata politica culturale (fondata su una nuova cultura politica). Quest’ultima è, palesemente, il vero punto di svolta, anche perché una editoria no profit può prosperare solo come effetto combinato di una politica culturale.

Ostuni ha competenza e fantasia per tracciare un abbozzo persuasivo di intervento pubblico inteso a promuovere appunto la qualità e sa rispondere bene alle scontate obiezioni di lobbismo (a evitarlo basta «una commissione di esperti che deliberi a maggioranza qualificata, i cui membri non presentino imbarazzanti conflitti d’interessi e durino in carica per un tempo limitato. Tutto qui». Quanto però all’altra obiezione, più problematica e fondamentale, quella di chi vede nell’intervento pubblico comunque il dirigismo statalistico ideologico, la risposta rimane soft, da pensiero debole: «È più che sufficiente adottare una idea deflazionata, procedurale, composizionale di qualità letteraria, di valore editoriale». Perciò non c’è né intenzione né pericolo di indottrinamento. Poco prima però, ma parlando dei lettori e non degli autori, era stato più risoluto: «Paternalisticamente? Paternalisticamente. Le politiche pubbliche di promozione della lettura dovranno avere sempre di più il coraggio di essere politiche di promozione della buona lettura».

In realtà è come se dietro le spalle di chi esplicita questa necessità di politica culturale si temesse ancora di vedere l’ombra autoritaria d’un suo super-io, quella dello Stato etico che dà forma alla coscienza collettiva della nazione a scapito della libertà individuale. Una eco di tale discorso si può rintracciare magari ancora nella tesi, che non è di Ostuni, da cui era nata la iniziale collocazione del settore Antichità e Belle Arti all’interno del ministero della Pubblica Istruzione. Se ne parla con qualche nostalgia nel contributo, intitolato Il patrimonio, di Claudio Strinati (ex soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Roma). Il quale racconta anche come il nuovo ministero nacque nel 1974 per volontà e azione di Giovanni Spadolini, ma con il nome di ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Soltanto successivamente, nel 1998, – per fare come in Francia, dove a partire da un’altra tradizione culturale, quella, sempre azionista ma, derivante dall’illuminismo, si aveva il Ministero della Cultura, istituito negli anni sessanta appositamente per André Malraux, – la denominazione e l’indirizzo divennero quelli attuali: ministero per i Beni e le Attività culturali.

Soltanto di recente dunque ha preso corpo in Italia una istituzione centrale dedicata alla cultura in fieri. Meriterebbe soffermarsi a riflettere sugli importanti significati politici e culturali di tali cambiamenti di nome e di tali vicende. Un accenno appena. Con l’entrata in vigore del regime regionale nel 1970, si consolidò il dibattito intorno all’idea di affidare la politica culturale alle Regioni, sistema adottato anche in Germania dalla Bundesrepublik, ma forse fu proprio contro tale ipotesi che Spadolini si affrettò all’azione accentratrice, per diffidenza verso una moltiplicazione eccessiva delle fonti di autonomia culturale. Un diverso episodio interessante è stato – questa volta sul piano economico – negli anni Ottanta l’abolizione, tramite una impercettibile leggina lobbistica, dell’esistente dispositivo legislativo che prelevava una minima percentuale sul prezzo di copertina dei libri cosiddetti «fuori diritti», in sostanza i classici, al fine di autofinanziare le attività a promozione degli scrittori e della letteratura, secondo il principio di usare il passato per sostenere il presente e il futuro. D’altronde quel dispositivo era già stato reso inutile e risibile per via politico-burocratica, interpretando la norma come autorizzazione concessa – non a un apposito ente autonomo ma – allo Stato di effettuare il prelievo, Stato che poi sovranamente decideva quanto delle somme incassate destinare a chi e quando e come). Questi cenni vogliono semplicemente ricordare come, poiché una politica culturale di alto livello in Italia assumerebbe le caratteristiche di una vera e propria riforma di struttura, le resistenze non sarebbero soltanto culturali.

Prima di tutto si tratta di una difficoltà degli stessi addetti. Le egemonie del politico e dell’economico devono aver creato uno stato di sfiducia, per cui sembra quasi che si stenti a credere a un valore autonomo della cosa culturale (un eventuale buon romanzo che non venda resta un’opera di valore, per aver proposto più coscienza coscienza critica, anche se al momento inutilmente e anche se l’editore ritenga giustamente di aver fatto un cattivo affare e magari molti deputati pensino altrettanto giustamente che il suo eventuale estetismo anarchico non favorisca l’ordine pubblico e anzi nuoccia al futuro civile della nazione). Infatti ci si rivolge di continuo o a valori economici (tirature, prezzo del dipinto, audience, numero dei fans…) o a valori politici (carattere di una classe, della nazione, ideologia, morale, formazione del cittadino, difesa della tradizione, concezione del mondo…) i quali, condivisibili o no che siano nel rispettivo àmbito, solo indirettamente possono aver a che fare con la produzione di pensiero critico (la percezione della complessità del mondo). Così la conoscenza, poniamo, cambia di valore a seconda del contenuto (se dà grande abilità ha grande valore tecnico-economico, se dà molto potere, ha un alto valore socio-politico, ecc.), non ha alcun valore se si limita a fornire inutilmente di capacità critiche un individuo, facendone magari un importuno outsider. Ecco, diversamente da quel che usa, l’autonomia della sfera cultura richiederebbe che nel suo àmbito si misurassero le cose in base al valore artistico, in vetta, e comunque al valore culturale, che è la maggiore o minore capacità della cosa culturale o magari artistica di produrre nell’individuo la capacità di esperire criticamente il reale, cioè di esperirlo in quanto processo multiverso e storia infinita. Ed è quanto dice qui Michelangelo Pistoletto, che lavora a produrre arte perché questa crea «una situazione dinamica dove si pensa e parla diversamente dal solito». È una funzione surpolitica attribuita all’arte, nocciolo duro della cultura, funzione esattamente antinomica rispetto a quella ancillare che le hanno assegnato nella tradizione la politica (anche la religione in questo senso funzionale è un fare politica) e oggi l’economia. Pistoletto ha, in quanto cittadino della polis, una utopia o idea direttiva o aspirazione ideal-tipica che chiama Terzo Paradiso, possibile soltanto con «una economia di prossimità», cioè non competitiva, ma egli autonomamente e paritariamente lavora qui e oggi a una Cittadellarte e a opere artistiche destinate ad accendere «una comune coscienza culturale», allegorizzata nello specchio materiale dei suoi allestimenti. Laddove, dice, la scrittura è uno strumento simile allo specchio, un unico che «propone senza limiti ogni aspetto del possibile». 

A rassicurazione di politici e imprenditori o economisti e a lezione per l’uomo comune, sarà bene ricordare un chiarimento di Walter Benjamin, secondo il quale «la vera critica non procede contro il suo oggetto: è come una sostanza chimica che ne attacca un’altra solo nel senso che dissolvendola scopre la sua natura più interna, non la distrugge» (da Fabrizio Desideri in Apocalissi profana, postilla all’ultima edizione di Angelus Novus). Forse la politica e l’economia ne saranno contente.