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L'angolo dello scrittore

Se ‘esperire criticamente il reale’ non è più e affatto un valore condiviso – II parte

di Alberto Scarponi

L’effetto: l’egemonia dell’economico

Quanto all’Italia, facciamoci guidare da Giulio Ferroni (tramite un suo ultimo pamphlet, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Laterza, 2010) nel folto della calca orgiastica quale è oggi qui la vita culturale e in specie il mondo letterario. D’impatto l’incipit amarissimo, il primo capitolo (Il tempo dell’eccesso), ci spaventa trascinandoci nello spazio non-luogo del massimo evento in proposito, un evento di eventi: il Salone di Torino. Lì non si fanno storie, accadono eventi, ogni persona ogni libro un evento, «libri dappertutto, proliferanti, ammonticchiati, sparpagliati, in ordine geometrico o rizomatico, con tutte le possibilità di conoscenza, di esperienza, di contemplazione, di curiosità, di esaltazione, di esibizione, vitalità e scommesse dell’editoria». In questo kamasutra tutto fisico, – così lo si sarebbe inteso in una cosiddetta commedia all’italiana nei postbellici anni cinquanta, – in questo rave che oggi tenderemmo a titolare piuttosto Librificio Bungabunga, un critico cerca, scriteriato, la letteratura, e per trovarla Ferroni si cita Leopardi (Dimmi… a che vale… la vostra vita a voi?), Malerba (Me lo sogno o lo senti anche tu? Questo ronzio, questo ronzare?… Non è niente). Niente, non può, anche se ci fosse non la troverebbe.

Vorrebbe fuggire. Impossibile. È il tempo della quantità. Nulla da fare: «Senza questa quantità come potrebbero vivere le aziende editoriali?». Dappertutto infatti regna inesorabile il socio-economico, lì fuori c’è il Lingotto, la quantità delle macchine, dei metalmeccanici di ieri, dei giornali di oggi, della folla urbana che si addensa mentre sopra la testa le squilla gaudiosa, invitante, una voce femminile. A quel punto ecco la piazza, il palco, i tralicci, gli schermi, la bionda, il microfono tra le sue mani: mediaset days. Amici, i nuovi giovani, la selezione dei talenti, lo scorrevole nulla. Il critico ancora cita a se stesso: «Che sarà della neve, che sarà di noi?» (La Beltà, Zanzotto che cita Villon).

C’è un nesso? si chiede infine Ferroni. «C’è un legame tra l’eccesso dei libri e la comunicazione del vuoto, tra l’espansione illimitata della cultura e la sua evaporazione nell’illusione pubblicitaria, nell’insulsaggine spettacolare?» Il nostro parossistico zapping, la frenesia di vederci, più che sentirci, connecting people non è una paradossale lotta contro la coscienza critica? «La critica della comunicazione» – e in proposito ricorda gli ultimi interventi di Mario Perniola: Contro la comunicazione, Einaudi, 2004 e Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 – «non può non chiamare in causa le forme di un’economia che sta portando il mondo alla rovina.»

L’anno zero della cultura

Non può non chiamare in causa l’economia, come appunto alfabeta 2 nel suo n. 6 dimostra. Nella copertina (due copertine ma identiche nel formato piccolo e in quello grande, a spreco di spazio, quasi a dire: qui non si fa economia) sono registrati infatti coerentemente tre focus: la questione culturale (titolo: Cultura anno Zero), la questione teorica o ideologica che dir si voglia (titolo: Beni comuni) e terzo o primo l’arte surpolitica  di Michelangelo Pistoletto.

Tre approcci al tema della trasformazione in atto nella società contemporanea che convergono argomentativamente su un centro analitico: la cultura (in generale, come bene comune, come arte). Che è quanto sembra si stia perdendo perché il mondo è «andato in pezzi», come direbbe Elias Canetti, mentre il mondo va in pezzi proprio perché non c’è più la cultura a tenerlo insieme.

C’era una volta la politica, ma «Troia non c’è più» e d’altronde la politica profana che ora occorrerebbe non riesce a prendere piede. È Daniel Bensaïd, opportunamente proposto alla nostra riflessione, anche perché con il suo lavoro intendeva fra l’altro «liberare Marx dalle incrostazioni ideologiche di un secolo di interpretazioni positiviste e deterministe» (Cinzia Arruzza e Felice Mometti, che ne hanno curato qui, in Alfabeta 2, la pubblicazione). Bensaïd chiarisce come oggi, quando la comunità omerica non esiste più ormai da millenni e nel tempo in cui la cultura che tiene insieme la società non è più una religio trascendente, la politica deve diventare profana, deve cioè procurarsi una cultura che la renda «l’arte di… produrre un futuro libero dai decreti implacabili dell’anticolo oracolo», insomma un futuro non deciso dal passato. Quindi può funzionare soltanto una politica secolarizzata, non più garantita, ma neppure diminuita nella sua autonomia creativa, da quel che prometteva una qualche trascendente, e quindi, sacra, escatologia.

Nel transito dall’antico cosmo chiuso all’odierno pluriverso infinito, però, senza più il sacro alle spalle, la politica sta «scomparendo completamente dal mondo a favore di una gestione prosaica delle “necessità” economiche», sta divenendo governo della logica economica attraverso: le tecniche comunicative, la cattura passiva del consenso della massa benpensante e, al più, la Realpolitik. A compenso, quel che era religio culturale si svuota in cerimonia, spettacolo, culto, statico «culto dell’Arte, del Denaro, della Scienza, dello Stato, della Storia, del Mercato», e spesso appassisce addirittura a violento feticismo idolatra. Tutto è e resta istante, evento, zapping, improvviso, rivolta, parola-atto, non si dà durata, storia, oltre il contingente tutti noi svaporiamo nella Sehnsucht d’una culla, d’una omerica comunità bambina.

Perché questa impotenza? Perché – sembra voler spiegare Andrea Inglese nello scritto (Disordine capitalistico e popolo minore) che precede questo di Daniel Bensaïd – «le questioni ultime… sono tutte di natura economica».

Già, Marx.

Ma possibile che Marx teorico della prassi, cioè di un’azione soggettiva trasformatrice, secondo Lukács Marx filosofo di una ontologia fondata sul lavoro, ci abbia condotto a questo? Non sarà, ribadisco, che senza una teoria, se si vuole senza una concezione del mondo, una cultura, non possediamo la distanza critica per metterci al lavoro? (Ricordo a me stesso: il lavoro non è atto, azione istantanea, gesto, è processo: bisogno, complessità del bisogno, critica del bisogno, critica dei mezzi per soddisfare il bisogno, teleologia, complessità del fine, critica dello stato delle cose…)

Le questioni ultime sono tutte economiche, ma le prime e le seconde? Io direi che le prime sono culturali, le seconde politiche e, certamente, le ultime economiche. Se fosse come dice Andrea Inglese – che cita Joseph Stiglitz, Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, Einaudi, 2010: «Il 15 settembre 2008, data del tracollo di Lehman Brothers, sta al fondamentalismo di mercato (ovvero il concetto che i mercati, da soli e liberi da ogni vincolo, possano garantire la crescita e la prosperità economica) come l’abbattimento del muro di Berlino alla caduta del comunismo» – se fosse così, il suo sillogismo farebbe poche grinze: il capitalismo, almeno il suo fondamentalismo, non avrebbe alcuna «compatibilità con i princìpi di una società realmente democratica». Infatti «la pretesa dei cittadini comuni di partecipare alle decisioni d’interesse generale è ingenua e controproducente», perché le cose economiche abbisognano di «una gestione oligarchica, di minoranze specializzate».

La mia impressione è che tale premessa, maggiore o minore che sia, del sillogismo condurrebbe alla medesima conclusione, nella nostra contemporaneità, quale che fosse l’assetto sociale in ipotesi. Si avrà sempre una oligarchia specializzata in possesso degli strumenti culturali necessari per orientarsi su questioni di grande complessità conoscitiva. La cuoca di Lenin sarebbe stata in grado di amministrare la società comunista solo se il partito l’avesse preparata alla bisogna e poi coadiuvata a dovere. Altrimenti avrebbe fatto parte di quella massa (perché di questo si tratta, della società di massa o, se non piace la parola, moltitudinaria) che può dire solo o no, e questo sia per la complessità dei contenuti (che possono venir valutati solo nei loro effetti direttamente percepibili nella esperienza delle persone che valutano), sia per il complessificarsi delle tecniche decisionali in presenza dei grandi numeri.

E proprio questo è il senso, mi pare, della teoria del popolo minore costretto all’«autodifesa» dell’exit performativo (un atto, un gesto) in manifestazioni di piazza. In ogni società complessa il popolo è in stato di minorità fin dall’inizio, perché non conosce le cause ma solo gli effetti dei fenomeni economici generali e talora anche specifici; in seguito resta minore perché la comunicazione mediatica esperta è «il regno dell’eufemismo e dell’amnesia» e gli nega la verità; cosicché alla fine il popolo comprende che tutto dipende dal fondamentalismo capitalistico e che anche la attuale «Grande Recessione non è riconducibile a fatali e impersonali forze della natura», ma che «la deregulation dei mercati finanziari è stata conseguenza di una precisa scelta politica» con alcuni «responsabili. Gli esponenti della tecnofinanza – coloro che dal punto di vista epistemologico (detenevano i modelli interpretativi più efficaci), sociale (uscivano dalle scuole migliori) e ideologico (sostenitori del liberalismo occidentale) erano i più accreditati a far prosperare la democrazia, realizzando la felicità per il maggior numero» – e invece hanno sfasciato tutto. Così  «si difende… nell’unico e ultimo modo che gli è concesso: esercitando direttamente la sua sovranità», con il corpo, con un gesto, in manifestazioni di piazza.

Si difende quindi, parlando in termini strutturali, con un atto politico. Il che fa tornare il discorso al tema dell’impotenza di cui sopra. Impotenza, come detto, frutto di una condizione culturale. Una condizione che, quale sia in Italia, è stato chiarito mi sembra assai bene da Slavoj  Žižek in un’intervista ad Antonio Gnoli pubblicata nel precedente n. 4 di alfabeta2 sotto il titolo L’effetto Berlusconi.