Schiavi_Monica Cillerai, Borgosesia(VC)

_Miglior racconto da sceneggiare_ ex aequo_sedicesima edizione Premio Energheia 2010.

 

Fissavo la vegetazione che mi sfrecciava accanto, così vicina, eppure così lontana, separata solo da quel sottile finestrino di vetro che il mio alito aveva reso caldo e mezzo appannato.

Alberi, montagne, cittadine e paesini si susseguivano in un circolo infinito, rincorrendosi sul bordo di quella maledetta strada su cui viaggiavamo incessanti.

Ma i miei occhi guardavano senza vedere, le mie orecchie avevano smesso di sentire quel cupo rombare del motore che occupava il silenzio e faceva vibrare l’intero pulmino. Non pensavo a dove stavo andando, no, non ci volevo pensare.

Preferivo sognare e ricordarmi di ciò che stavo lasciando, farmi inondare dal dolce profumo di casa mia, dalla visione della mia famiglia, delle risate dei miei amici, che per così tanto tempo non avrei più sentito…

Sospirai. Ma perché il sonno non arrivava? Non avrei chiesto niente di meglio che cadere tra le braccia di Morfeo, niente di meglio dell’incoscienza assoluta, del buio più profondo, di addormentarmi per non pensare a ciò che stavo facendo.

Era un giorno intero che viaggiavamo, e quell’ammasso di ferro e bulloni si era già mangiato centinaia di chilometri, ma continuava a correre, instancabile.

Ma perché non si rompeva? Un piccolo guasto, e avrei guadagnato almeno un paio d’ore. Un paio d’ore per decidere se continuare o tornarmene a casa.

Ma dovevo continuare, lo sapevo. Non avevo altra scelta.

La Polonia non offre grandi opportunità di lavoro, e io avevo bisogno di lavorare. Avevo bisogno di soldi.

Ricordo ancora le parole con cui quella bionda dagli occhi di ghiaccio mi aveva convinto ad andare laggiù. “È un ottimo lavoro, davvero, e si guadagna bene! In pochi mesi potrà tornare”. Ma sapevo che raccogliere pomodori non era un  “ottimo lavoro” . E non avevo altra scelta. I soldi erano un Dio crudele, e senza di loro non avrei mai potuto proseguire il mio sogno, e studiare…

All’improvviso il sonno arrivò, e mi lasciai inondare da quell’oscurità che avanzava come un esercito liberatore, quel nero profondo che intorpidiva i sensi e che mi fece precipitare nell’oblio.

Con un’ultima, vibrante nota di motore il pullman si fermò.

Finalmente.

Non vedevo l’ora di sgranchirmi le gambe, di respirare aria pulita, di iniziare quel dannato lavoro per finirlo più in fretta.

In una lenta e silenziosa processione io e gli altri cinquanta polacchi, che come me si erano imbarcati in quella non voluta avventura scendemmo a terra.

Era quasi il tramonto, e la Terra di Puglia si apriva in tutta la sua magnificenza; i campi coltivati si estendevano per chilometri, infiniti e bellissimi, e parevano riflettere gli ultimi raggi di quel sole rosso sangue.

Qua e là puntini neri si muovevano tra le alte piante, piano, molto piano, parevano quasi fermi, al rallentatore.

Sentii un rumore sordo, qualcosa che sbatteva contro la fiancata del nostro mezzo, forse per richiamare attenzione. Mi girai. Un uomo, dritto e impettito nei suoi vestiti eleganti ci guardava con sufficienza, e il suo sguardo indugiava sui nostri corpi, sui nostri muscoli, come a giudicare quanto avremmo resistito laggiù.

Come se lui fosse un armadio.

“Avanti, veloci!!… seguitemi”. Fu il primo e ultimo italiano che incontrai tra quei monti coltivati; la sua parlata era veloce e difficile da capire, e io persi gran parte del discorso proferito con quel suo strano accento incomprensibile. Ci incamminammo su una stradina sassosa, dirigendoci verso l’unica costruzione umana nel raggio di chilometri. Era un grosso casolare, vecchio e in parte ristrutturato; l’italiano biascicò ancora qualcosa e poi indicò un altro uomo che ci attendeva all’esterno della casa. Era alto, muscoloso. La pelle chiara che risaltava sulla maglietta e i pantaloni neri. Non so se fu l’espressione di disprezzo o gli occhi freddi come il ghiaccio, ma iniziai ad odiarlo. Lo odiai prima ancora che aprisse bocca. E successivamente ne avrei avuto il pieno diritto.

“D’ora in poi siete braccianti; anzi, siete i miei braccianti. Io sono il vostro caporale, e qualsiasi cosa farete ne risponderete a me. Chiaro?” Alcuni annuirono. “La sveglia è alle quattro, alle quattro e un quarto si inizia il lavoro, alle 18 finisce. Verrete pagati tre euro a cassetta. Qui è dove mangerete, cagherete e dormirete. Niente giorni di malattia, ferie o stronzate simili; chi lavora viene pagato, chi non lavora se la vedrà con me. E ora andate a trovarvi un buco per la notte. Ah, dimenticavo. Benvenuti in Puglia”.

Sprazzi di luce.

Dolore, fatica.

Lampi di sole fra le foglie.

Il sudore mi bagnava il viso, scorreva libero sul corpo, e come una strana colla salata mi appiccicava gli occhi, e i vestiti si attaccavano alla pelle.

Non aveva un buon sapore, in bocca.

Cercai di sputare, ma il corpo non rispondeva, traditore.

Urlava pietà, chiedeva invano una pausa, cercava riposo dai crudeli raggi del pomeriggio.

Eppure non potevo fermarmi. Non potevo.

Dovevo finire la mia zona, dovevo raccogliere più pomodori possibile, o sarebbe stato tutto inutile andare laggiù, tutto inutile…

La schiena tremava a ogni passo, e i muscoli bruciavano come non mai, mentre mi allungavo a prendere l’ennesimo frutto ancora acerbo, staccandolo troppo presto dalla sua materna pianta verdastra.

Non c’era bisogno di pensare. Era tutto meccanico.

La mia mente era annebbiata, i miei occhi vedevano solo il passo successivo da compiere, le mie orecchie non udivano più nulla, se non il pianto inascoltato dei muscoli troppo sfruttati.

Dovevo resistere.

Per la mia famiglia, per assicurarle un futuro, per darmi un futuro…

Eppure il mio corpo cedeva, il mio ginocchio affondò nella terra dura e secca senza preavviso, senza nessun avvertimento…

“Alzati”, mi imposi, “ce la devo fare, alzati!”. Con uno sforzo immenso mi tirai nuovamente in piedi, cercando di trovare la forza per continuare.

Un altro passo.

Il mio piede incespicò in qualcosa, ma i miei occhi non distinguevano, e la terra si avvicinò troppo velocemente, mentre le forze mi abbandonavano e il mio corpo stringeva amicizia col suolo.

“Alzati”, mi dissi, di nuovo. Senza più speranza, senza crederci neanche io.

“Alzati”. Ma il mio corpo non mi apparteneva più.

Le tenebre arrivarono, e mi strapparono alla dura realtà, trascinandomi dolcemente nell’incoscienza assoluta.

Trenta euro mi costò, quella furbata.

Quattro giornate lavorative, più o meno sessanta ore di lavoro a spaccarsi la schiena.

Trenta euro per essermi “addormentato sul lavoro”.

Più le bastonate del caporale. Quelle gratuite.

Finalmente era notte.

L’unico momento in cui nella baracca riuscivi a sentire i tuoi pensieri, senza doverti subire le discussioni e i litigi degli altri, le scommesse e le botte, rese più cattive dalle ingiustizie patite e dall’intera, schifosamente assurda, situazione. Il materasso su cui stavo puzzava da paura, come tutto, là dentro.

Regnavano la muffa e lo sporco, il fango e il marcio; l’acqua corrente mancava, e solo nelle ore più buie ci era concessa una piccola luce esterna, che attirava gli uomini come falene, per fargli ricordare cos’era la civiltà.

Eravamo più di settanta in quel capannone. Settanta disperati senza nulla da perdere, che chiedevano, solo, di lavorare.

Ma quello non era lavoro.

Quella era schiavitù.

Alla paga mi venivano sottratti il vitto e l’alloggio, e perfino la luce ci toccava pagare. A me non restava praticamente niente.

Mi veniva da piangere; avevo lasciato tutto, tutto, credendo di poter tornare un giorno con i soldi necessari alla mia famiglia, in Polonia. Non volevo più che soffrisse la fame.

E invece, ero schiavo di un capo che neanche conoscevo, suddito di un re senza corona che nessuno aveva eletto, bracciante di un sistema marcio che tutti conoscevano, ma che nessuno voleva combattere.

La notte ignorò le lacrime silenziose che mi bagnavano il viso, e maledissi tutti coloro che si trovavano in una situazione agiata e non facevano nulla per aiutarmi. Avevo solo 21 anni, maledizione! Una vita davanti, un avvenire incerto e pieno di dubbi che mi attendeva. Ora guardavo il futuro con paura; non c’era più speranza, attesa. Solo rassegnazione a qualcosa che sapevo di non poter cambiare.

Un movimento alla mia destra, e una figura si mise a sedere sul materasso a fianco del mio; mi asciugai le lacrime con rabbia: non potevi mostrarti debole, là dentro. O ti avrebbero tolto anche quel poco che avevi.

“Tuto bene?”, chiese una voce in un sussurro, con un italiano sgrammaticato.

Cercai di guardare meglio il mio interlocutore, ma la sua pelle nera si confondeva con l’oscurità. “Si, yankee”, lo ringraziai sospettoso.

Una pausa.

“Non è molto che tu qua, vero?”, domandò di nuovo con il suo strano accento africano. “Due settimane”, risposi. Avevo contato ogni ora, ogni istante, ogni singolo momento che passavo in quell’inferno. Mancavano più di cinque mesi al ritorno. Se fossi sopravvissuto.

“Io due mesi”, sospirò l’uomo, sistemandosi meglio sul materasso rotto. I suoi occhi erano neri come la notte, eppure parevano risplendere nell’oscurità, come due fari scuri in un buio ancora più immenso.

Lo guardai curiosamente; i miei occhi azzurri e ghiacciati si specchiavano in quelli neri africani.

“Come tu resistito?”, gli chiesi in un sussurro, esprimendo il mio sconforto in quelle poche parole, cercando di comunicare con il mio scadente italiano scolastico. Non ce la facevo più, non ce la facevo più…

Nella notte, mi parve di vederlo sorridere, una smorfia piuttosto, ma mi bastò a tirarmi un pò su.

“In mio paese c’è la guerra. Qua non vedo morti ogni giorno, non rischio la vita. Ma in Afghanistan c’è mia famiglia. Qua sono solo. Vorrei tornare”. Il suo dolore era come il mio.

Una lancia che perfora l’anima e colpisce il cuore, una freccia scoccata quando lasci la Patria per cercare fortuna, una spada che ti uccide, se non sei abbastanza bravo a resisterle.

Fu così che decidemmo di scappare.

Jamal, questo era il suo nome, era lì da mesi e non l’avevano mai pagato. Era inutile restare. Il giorno seguente raccogliemmo pomodori insieme, fianco a fianco; io parlavo, un pò in italiano ma per la maggior parte in polacco, e gli raccontavo la mia vita, i miei sogni distrutti, la mia speranza infranta di aiuto in un paese che mi aveva non solo respinto, ma sfruttato e quasi spezzato.

Lui ascoltava, e anche se le parole non le comprendeva sapevo che avrebbe capito, perché il mio dolore era il suo, il mio grido disperato di rabbia era identico. Mi sfogai con una persona di cui sapevo solo il nome, ma che non cercò di interrompermi per dare inutili consigli, semplicemente ascoltò. Probabilmente mi salvò dal baratro di disperazione in cui stavo precipitando.

Poi iniziò a parlare lui.

Mi raccontò della sua vita in Afghanistan, della sua infanzia che si confondeva con il suono delle bombe, della perdita di suo padre e della sua famiglia che rischiava di morire di fame. Aveva affrontato il lungo viaggio con la speranza di una vita migliore, di lavorare e avere i soldi per far venire in Italia sua madre e sua sorella, ma la vita non è giusta, ed era finito a vagabondare per le strade della Puglia. Mi parlò della delusione e del dolore provato, vedendo lo sguardo di paura e disprezzo riflesso negli occhi di quella gente che non era la sua, ma che lo vedeva solo come un invasore, delle persone che cambiavano strada quando lo incrociavano di sera da soli, delle parole sussurrate con spregio dai ragazzini di quartiere.

E aveva solo diciannove anni.

Il suo sguardo era quello di un uomo, il suo cuore troppo vecchio per la sua età. Doveva andare via, o sarebbe morto solo e senza niente in quel campo.

Dovevamo fuggire.

La notte scese troppo in fretta, e il corpo come sempre gridò di protesta quando mi distesi sul materasso. Quel lavoro mi stava consumando.

Guardai Jamal; i suoi occhi rilucevano nell’oscurità, e mi dicevano di aspettare. Aspettai.

E ancora. E ancora.

Ogni secondo mi sembrava infinito, non vedevo l’ora di correre lontano senza guardarmi più indietro, di gridare al cielo la mia tanto desiderata libertà.

Un movimento impercettibile, e Jamal si alzò. Un ragazzo bianco e uno nero si mossero all’unisono, in quel delirio di corpi ammucchiati come animali a terra, i cuori che battevano all’impazzata nel terrore che qualcuno si svegliasse.

Poi eravamo fuori.

Ora veniva la parte più difficile; la strada era sorvegliata da un sentinella, la parete dietro la baracca pure. L’unica via erano i tanto odiati campi. La luna brillava stupenda sopra i nostri occhi, ma la Terra di Puglia ora mi appariva in un modo molto diverso. Ovunque guardassi brutti ricordi mi occupavano la mente, il caporale che mi picchiava, il dolore il primo giorno di lavoro, i muscoli che si laceravano a trasportare le cassette…

Ci lanciammo nel basso fogliame senza una parola di addio, senza un ultimo sguardo, lasciandoci tutto alle spalle, con l’unica certezza che qualsiasi cosa ci aspettasse, qualsiasi cosa avessimo dovuto affrontare, sarebbe stata migliore di quella che stavamo lasciando.