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I racconti del Premio Energheia Africa Teller

Saulo Paul_Gilbert Harrison Muyumbu, Nairobi(Kenya)

_Racconto vincitore della sesta edizione del premio “Energheia Africa Teller” 2007.

 Traduzione di Angela Lorusso

Per Freddy, ragazzo inquieto.

Il suo compito nel mondo era semplice. Andare da qualcuno e convincerlo a comprare questo o quel prodotto. Lo faceva con talento, abilità e piacere e lo pagavano bene.

Quando aveva finito, correva sempre dai suoi amici falliti, dediti alle chiacchiere ed alle feste a base di birra.

Saltava sull’automobile di uno di loro ed insieme, andavano in qualche luogo a bere, ad ubriacarsi, a gozzovigliare ed a comprare tutta la felicità che pensavano di poter ottenere.

Tutto ciò andò avanti per anni, mentre Saulo diventava sempre più grasso e lustro tanto da sembrare un uomo a proprio agio in questo mondo imprevedibile.

Finché un giorno accadde qualcosa che lo scosse bruscamente e lo spinse a fare un bilancio della propria vita.

Come al solito erano saliti su una delle loro automobili ed avevano guidato a tutta velocità, con la gola secca come granturco.

Saulo aveva fretta di liberarsi del ricordo di un cliente particolarmente difficile che gli era capitato quel giorno.

“Quell’uomo somigliava ad un eschimese”, disse ai suoi amici comprensivi, “ed il capo voleva che gli vendessi un frigorifero”.

Essi risero sguaiatamente a questa vecchissima storiella.

A questo punto Saulo, che stava guidando, dimenticò le allegre chiacchiere che la storia aveva provocato tra i suoi compagni rilassati, cambiò direzione ed abbandonò l’autostrada ben illuminata.

Morendo dalla voglia di arrivare quanto prima alla loro bettola preferita, svoltò in una strada buia, squallida, piena di buche e dall’aspetto minaccioso, tagliando proprio attraverso la squallida Nairobi delle baracche.

“Che cosa stai facendo?”. I suoi grassi amici si rizzarono sui sedili allarmati, lasciando a metà chiacchiere e storielle.

“Prendo una scorciatoia”, disse, attento ad evitare le buche.

“Ma è pericoloso!”

Prima che potesse ripetere la parola scorciatoia, avvenne ciò che ci si poteva aspettare.

Due brutali abitanti della Nairobi sottosviluppata si precipitarono verso di loro come api cattive, vitali, vicine ed offensive.

Troppo tardi! Il guidatore in preda al panico cercò di riparare all’errore causato dalla sua sventatezza.

Ahimé! L’errore divenne pesante, spaventoso, tragico.

I due intrusi lessero le intenzioni dell’autista e senza pensarci scaricarono una raffica di colpi che provocarono conseguenze.

Mancarono il conducente, ma colpirono il passeggero seduto al suo fianco che si accasciò pesantemente con un orribile gemito sul terrorizzato Saulo, mentre l’automobile s’arrestava violentemente con il conducente e le gomme praticamente a terra.

Poi cominciò l’ordalia. Dei cinque uomini provenienti dalla Nairobi civile solo Saulo fu lasciato in vita. La ragione fu che uno dei due malvagi criminali, sebbene crudele, aveva il suo orgoglio e credeva in un qualche Dio che poneva dei limiti.

Pertanto, non colpiva mai il bersaglio una seconda volta e se qualcuno sopravviveva al primo colpo, pensava che quella fosse la volontà divina.

Se era così, chi era lui, criminale duro, violento, muscoloso, sdentato e coperto di cicatrici, per interferire con quel piano divino di salvezza?

Perciò, sebbene spogliato degli abiti e di ogni cosa, Saulo fu lasciato in vita a condizione che schizzasse come un proiettile fuori da quel luogo infernale e non guardasse indietro.

Un calcio brutale nella schiena mentre indugiava confuso ed impaurito lo spinse in quella direzione e verso una nuova prospettiva di vita.

Corse come una preda inseguita, anche se il respiro gli veniva fuori con sbuffi di protesta.

Scoprì allora d’essere grasso, fatto che non gli era venuto in mente prima e che forse non aveva avuto occasione di manifestarsi fino ad allora.

Respirando con fatica, ma senza restare mai a corto di fiato, con il cuore che gli batteva e le orecchie che gli rimbombavano ancora dei forti colpi fatali e che ancora sentivano il passo pesante dei criminali, Saulo pensò di sentirli mentre gli gridavano, persino allora, di dire le sue ultime preghiere.

Aumentò il passo, ormai quasi senza fiato. Il suo corpo si lamentava: gli organi funzionavano, come se fossero stati in guerra l’uno con l’altro, ma egli non diminuiva il ritmo della sua fuga dal luogo del crimine.

Il corpo gli obbediva volentieri, specialmente quando la mente andava alla deriva nella visione della terrificante alternativa da cui era fuggito, una larga ferita sanguinante com’era accaduto ai suoi quattro compagni morti.

Era una visione che lo turbava. Una visione infernale d’esecuzioni sommarie, omicidi a sangue freddo, che lo gelava e lo pietrificava al pensiero di come ciò testimoniasse lo scarso valore attribuito alla vita.

Corse via, deciso a fuggire, dando più forza alle gambe che non protestavano, portandolo sempre più verso una strada mai percorsa prima, che poi si rivelò la via per Damasco.

Una settimana dopo Saulo depresso si ritrovò seduto di fronte ad uno psichiatra.

“Chiamami Anania”. Lo psichiatra tentava di mettere il paziente a suo agio. Ma gli unici pensieri nella mente di Saulo rimanevano il valore e lo scopo della vita, anche se cercava l’aiuto psichiatrico.

“Se è così semplice morire”, si chiedeva a voce alta “che cos’è la vita allora?”

Lo psichiatra Anania lo vide come un paziente non difficile, con tutte le manifestazioni di paranoia e fobia dovute alle circostanze del suo recente passato.

Egli dette risposte alla confusione di Saulo adoperando tutta la sua professionalità, dicendogli che un’ordalia così dolorosa avrebbe continuato ad ossessionare la sua mente per qualche tempo e gli avrebbe consentito di accettarla blah, blah, blah…

Saulo, però, cercava una risposta sul vero valore della vita che forse era, al di là della professione e della formazione del buon psichiatra Anania.

Saulo dimenticò Anania e si lasciò trasportare sempre più verso qualcosa di simile ad un quesito religioso che riguardava il senso della vita.

Gli amici che gli erano rimasti, inevitabilmente, furono sconcertati dal comportamento di Paul.

“Il suo modo di mangiare e di vestire è cambiato”, dicevano spettegolando alle sue spalle con i loro accenti artefatti “Il negro sta diventando una specie di fanatico religioso, ragazzi!”, bisbigliavano ansiosi.

Poi lo lasciarono stare. Pensavano che tutto ciò fosse naturale per uno che era appena stato attratto e ghermito dalle fauci della Morte per poi essere lasciato solo a fare l’inventario della propria vita ed a rappacificarsi con l’Onnipotente Essere che l’aveva salvato.

Pensavano che fosse una fase passeggera, che alla fine sarebbe terminata.

Da parte sua Saulo era troppo impegnato per accorgersi dei loro pettegolezzi; la sua attenzione era completamente dedicata ad altro.

Infatti, li evitava quando notava il loro interesse nei suoi confronti, cercando di fuggire da loro e dalla loro fatuità consumistica e di investire la sua vita in modo da darle un significato più profondo.

Ora scopriva che il loro modo di parlare gli era inadeguato, poiché la vita per loro non andava mai al di là della sfera epicurea fatta di birra, pettegolezzi eccitanti, sesso, feste e nyama choma; un’esistenza che ora Saulo vedeva come un castigo della vita.

Cambiò persino il soprannome che gli era stato imposto, Saulo, casuale, spensierato, fortunato, ritenendo che quello fosse inadatto alla sua nuova identità.

“Come ti si attaccano i nomignoli!” sospirava, mentre decideva di dire a chiunque fosse interessato, che i suoi due veri nomi erano Paul Mmaisha e che Saulo era una corruzione del suo vero nome che lui si impegnava a chiarire e correggere.

Come mai prima d’ora Paul Mmaisha meditava, contemplava, digiunava, poneva domande, pregava, si meravigliava di ciò che era la vita.

“Se solo un pezzo di metallo” egli pensava, “ha potuto sottrarre esistenza, bellezza e benessere ai miei quattro amici al suono di un semplice colpo, che cosa è veramente la vita?”

Poneva questa domanda a tutti. Le risposte che riceveva lo lasciavano sempre più smarrito.

Egli ricordava sempre con un soprassalto i feroci criminali che gli urlavano mentre si inginocchiava sottomesso durante l’ordalia: “Confessati! Dici le tue ultime preghiere!”

Paul aveva tremato, incapace di ricordare qualcosa di quanto aveva fatto che potesse essere motivo d’orgoglio sulla soglia della morte. Ora, però, sapeva. Non era solo la paura dei criminali che gli aveva svuotato la mente – oh no!

Lontano dai criminali e dall’ordalia era consapevole che non c’era nient’altro che il vuoto. Egli esisteva soltanto, come un animale, traendo dalla terra nutrimento per il suo corpo e nient’altro.

Nulla veniva restituito alla terra.

Egli era solo un parassita della generosità di quella, che frantumava e rosicchiava quanto era prezioso e buono, la vita ed il tempo senza alcuno scopo.

“Se dovessi morire oggi” gli aveva chiesto una volta un religioso, “che cosa diresti di aver lasciato qui sulla terra?”

Egli aveva visto solo montagne d’escrementi, fiumi d’urina schiumosa di birra, profilattici usati, vestiti, ore che diventavano giorni, mesi, anni di vuoti pettegolezzi e sguardi vacui sul mondo, senza null’altro che potesse veramente definire il suo lascito alla terra.

Tuttavia abitava quella terra, respirava la stessa aria e mangiava gli stessi frutti di Nelson Mandela, Alexander Bells, madre Teresa, Whole Soyinkas. Grandi abitanti che la stessa Terra poteva schierare in qualsiasi folla del pianeta, gonfiando d’orgoglio il petto e vantandosi: “Ecco i miei figli e figlie che hanno un valore!”

In questo scenario mentale autopunitivo, Paul divenne allora un uomo alla ricerca di uno scopo nella vita.

Era inevitabile che si dovesse imbattere nella giustizia, nell’equità, nella comprensione, nella gentilezza, nel diritto, nell’uguaglianza; concetti e parole che trovava costantemente nei libri che gli capitava di leggere mentre cercava uno scopo.

Tutti i grandi libri della vita gli presentavano quelle parole.

Arrivò a credere che fossero la chiave della vita, poiché riempivano tutti i libri. Le assunse e se le pose in bocca per vomitarle verso tutti, ad ogni minima occasione. Paul si allontanò sempre più dai fatui amici del passato a causa di queste parole.

Tanto che quando un amico, per amore dei vecchi tempi, lo sollecitava: “Saulo, andiamo a berne una? Offro io!”, Paul con calma rifiutava l’offerta, rispondendo con una domanda solenne: “Che diritto ho di far baldoria bevendo birra, quando qualche povera anima, da qualche parte, non può permettersi un pasto che costa meno di quella birra?”. “E allora?”, sbottava seccato il fatuo amico sparendo prima che Paul sciogliesse la lingua ulteriormente per vomitare altre cose che potessero disturbare il vuoto della sua testa.

Un giorno, però, le conseguenze delle nuove abitudini di Paul lo intrappolarono.

Vomitò parole nella circostanza sbagliata. Il suo capo aveva indetto una riunione nel suo ufficio per un aggiornamento sulle attività della ditta.

Invitato a dire qualcosa Paul si lasciò andare ad una raffica di parole completamente non pertinenti ed avulse dall’ordine del giorno.

“Che cosa?”, disse il suo capo restando sbalordito e a bocca aperta per la sorpresa.

“Giustizia, equità, uguaglianza, diritto, scopo”, Paul ripeteva con crescente agitazione.

“Ti sei iscritto al sindacato”, concluse il paranoico capo.

Fu organizzata in fretta una riunione mentre Paul veniva messo in quarantena dagli altri compagni di lavoro come un lebbroso infetto nel passato.

Prima di mezzogiorno i servizi di Paul nella ditta furono dichiarati non desiderati in una lettera ufficiale a lui indirizzata.

Questo divenne il suo semplice compito nel mondo, prepararsi a molto di più.