Rose_Laura Silvestri, Cuneo

_Menzione Giuria quinta edizione Premio Energheia 1999.

 

E la musica andava, con la stessa sciolta linea svagata delle sere della giovinezza quando ancora era facile sognarsi l’America di strade larghe e fumose, e il ritmo sospeso e riafferrato infine dalla nera voce sembrava promettere abbracci e lenti accostamenti, brevi barlumi del velluto rosso sulle costole magre e acerbe della ragazza. E adesso ero lì, sprofondato entro le pieghe indurite del sedile, mentre il taxista rotolava lungo la sessantaquattresima alzando ancora il volume della radio ed era il solito rollio, quella straniata certezza di navigare tra flutti e molli sfondamenti quasi che ad ogni sbalzo dosso soprassalto, mentre le ruote scompaiono oltre le tonde linee della carrozzeria, ad ogni sbalzo grandi onde salate entrassero dalle guarnizioni, da fessure e finestrini, onde di mare acquattato tra le grate. Le strade di New York di notte sembrano ancora più larghe e piatte e lucide, da un marciapiede all’altro è quasi un ampio guado che disteso rifluisce e invita all’immersione, all’attraversamento, è proprio un’altra cosa, un altro mondo, di giorno avrai lo scatto teso del ginocchio e una fretta nervosa stringe la caviglia mentre tocchi lo scalino giusto all’incrocio delle vie, la notte invece nel buio accaldato di odori ti senti scivolare in sospensione liquefatta tra le sponde. E d’improvviso è un mare che t’inghiotte risalendoti nel petto al cuore, dalle molle sfondate dei sedili fino al cuore e alla gola sorpresa.

E a un nuovo soprassalto, mentre mi rigiravo tra le mani le piccole monete, fu a quel punto che urtai il ginocchio e il fianco sbandando sulla destra nello sforzo di mantenermi eretto e le monete dalle dita scivolarono, giù tra le cuciture e negli angoli già affollati tra i sedili, come sentivo frugando e rimestando, orecchini mozziconi incarti una penna, altro, polveroso e già scordato.

Veloce mi raddrizzo come un buon atleta che conosce i propri muscoli e la mano ancora rovista nel buio deposito, tra ciò che resta di corse, falliti appuntamenti, fughe, ma intanto mi è entrata dentro ai nervi e veloce si comunica maligna al corpo intero, ad ogni più piccolo segreto circuito, al più sottile tendine nascosto, la sensazione, anzi la certezza di quel ginocchio aguzzo ed affilato come una lancia tesa al duello, silenzioso messaggio, di guerra forse, di battaglia, filtrato come un suono acuto nel lento sciogliersi della marea che risaliva dall’asfalto. Perché era lì, accanto a me, lei, col cappellino con le rose di stoffa, rose di pallide striature, violetto, arancio, simili a piccoli fari piantati nella notte a illuminare l’aria avanti a sé, un cappellino tenero e ridicolo da festa delle debuttanti, da timido introdursi nella vita nascondendo lo sguardo, quasi a sperare di non essere visti.

Con quella roba addosso, pensai: Ma – dove andiamo? Stà dicendo lei, e le parole sembrano scendere come piccole gocce dagli occhi, o meglio dalle rose affacciate ai suoi occhi, e io adesso proprio non riesco a ricordare dove l’ho trovata una così, mentre l’ultima scossa della nave veloce ancora mi fa scivolare dalle mani i penny raggranellati e adesso ho un problema in più, dopo aver riascoltato la sua tiepida voce, come cucire un logico percorso, o almeno un comprensibile legame, tra quel ginocchio acuto e poi su, alla voce alle rose, e il tutto poi a questa notte chiusi nell’auto mentre il taxista finalmente ha scovato la sua giusta frequenza e nel mare dei sobbalzi entra di colpo il nuovo suono.

Eccoci sigillati e compressi, l’aria risucchiata d’improvviso fino a lasciarci galleggianti e sospesi, come piante acquatiche dai grandi occhi spalancati, e con la testa scoperchiata mentre a 150 bpm le scariche sonore mi rimbalzano addosso e come fiato caldo di desertiche tempeste mi s’incollano alla pelle, alle palpebre, alle narici aperte. Fuori, lettere luci e corpi si confondono, rimescolati e accelerati e quanto mai inavvicinabili, lontani, perché adesso questa piccola gialla biglia di metallo se ne va rotolando in un’ipnotica trance, e tra i suoni della giungla digitale, come rimbalzando da orienti nascosti dietro l’angolo o soffiati dalla larga strada che si è aperta nell’incrocio, s’insinuano voci arabe, respiri, tintinnii e mescolanze di improbabili mercati e caravanserragli.

In questo mantra inaspettato, artificiale eppure antico, da ritrovarci dentro, ed annusarci quasi, la polvere di oscuri templi, in questo respiro circolare che mi attraversa fino a risuonarmi dentro, il vecchio corpo un po’ si sperde, non sapendo se sia suo questo tempo e questo ritmo, e in quale fessura tra un battito e l’altro disporsi.

Eppure eravamo lì, in navigazione accelerata, noi dentro, piccoli ed esplosi in mille brani sensitivi e aguzzi, ed io per giunta in annebbiata dimenticanza, del come e del perché, quand’ecco una voce sonante si accende, come un guizzo lanciato nell’aria compressa, e stranamente acuta e definita quasi a tacitare per un attimo il guazzabuglio planetario, di terre e acque, che ci aveva sommerso.

– Ehi, vi piace, – diceva – questo viaggio astrale che vi regalo, quindici dollari tutto compreso, corsa a destinazione e sintonia col grande spirito lontano, mica male, eh?, un bel corso accelerato di meditazione attiva.

Ora quello che dovete fare è canalizzare l’energia, capite?, modificare, alterare, oltre il normale stato della nostra mente imprigionata, espandere le possibilità, allargare e osservare, ai lati, lungo i bordi e nello scatto più profondo. Ok? E’ come una vetta, diciamo, così forse mi capite meglio, voi due lì dietro, chissà che non vi serva a chiarirvi un po’ le idee, mi sembrate così confusi, cioè, siete un’immagine, come dire?, raddoppiata, di confusione. O forse di fraintendimento? Chissà… Comunque, una vetta, un picco, e la scintilla poi, quando ritrovi il tuo contatto, con l’universale voglio dire, con la tua origine divina, e quando l’hai trovata, bé, ‘fanculo i loro divieti e norme e direzioni stabilite e obblighi, amici, vi saluto, anzi vi sfido, non sono più dei vostri, sono approdato alla mia perenne illuminata rivoluzione e ci navigherò sereno, sui vostri incubi da fine millennio. Ehi, lì dietro, che ne dite?

Stupii, riemergendo dalla raffica di domande suggerimenti itinerari divini, che mi spiegassero piuttosto da dove venivo, intendo da che strada o città, non certo aspiravo a conoscere la mia parte nel cosmo e nell’universale corso delle cose. Anzi, un obiettivo più limitato, una direzione appena più precisa e una scadenza breve, vicina, quasi, diciamo: stai andando nella ventiquattresima, hai appuntamento con il tale, ancora pochi minuti e ti dirò quanto mi devi per la corsa, insomma spicciole informazioni da piccola umanità sperduta, ecco, mi sarebbero state più utili.

Dovetti guardarlo: quel candido, forse ignaro discendente di profeti arruffati e onde lisergiche svaporate al sole e al vento della California aveva ben poco del frequentatore di trance party in perenne rincorsa del nirvana, solo i capelli di un tenero argento rasati e quasi gentili e il minuscolo rubino nascosto tra le pieghe dell’orecchio potevano tradire la tribù d’origine e gli ingenui percorsi del suo desiderio. Eppure lì, per un attimo, nella sfera sonante che rimbalzava tra oriente ed occidente come su antiche vie della seta, quasi mi commossi, a quel frenetico lanciare appelli e profezie dai margini. Più che da rimasugli di mode psichedeliche sembrava ispirato da lontani racconti delle origini scivolati tra sabbie e rocce mediorientali. Come se sotto il pelo raso e sfavillante scorresse un antico sconcerto – io mi stupisco di trovarmi qui piuttosto che là, non essendoci nessuna ragione perché sia qui piuttosto che là, oggi piuttosto che domani – e come se dietro quell’apparente presunzione del sapere, di chi possiede dentro di sé una scintilla del dio inconoscibile e straniero, una nostalgica disperante ricerca si nascondesse, di un senso, di un’armonia col mondo ormai perduta. Ma forse esageravo salutando in lui un impensato fratello nella notte, e il senza patria, l’immedicabile fuggiasco disperso e frantumato ero io in realtà e me ne andavo un’altra volta ancora ignaro e stupefatto, dell’ordine, del perfetto incrociarsi ed ordinarsi di cammini, strade, astri. Me ne andavo ormai quasi più non chiedendo, come se un altrove o altri possedessero le chiavi del mio esistere e le ragioni, che a me restavano ancora incomprensibili, sfumate. Ebbene, di nuovo ci sei cascato, distratto nello stupore, dei perché, delle origini, del senso, e a far filosofia per mascherarti il semplice quesito, un nome ve ne prego, una strada sterrata e polverosa, dove avrò corso e incespicato sbucciandomi i ginocchi, un vecchio gioco, un abito, chiusi nel baule di un solaio.

Nulla. Così a quel punto guardo l’ora, per riportarmi al giallo del taxi, alle monete rotolate e alle piccole rose di stoffa. Le undici. L’ora almeno non m’inquietava, si può essere in un’auto in giro per la città alle undici di sera, e anche la strada la conoscevo, stavamo scendendo proprio verso la ventiquattresima, o almeno così poteva essere, il ragazzo alla guida se ne stava tranquillo, sperso nel suo viaggio siderale eppure vigile al vorticare intorno delle auto, mostrando di sé solo la nuca bellissima e giovane, e io sembravo così vizzo, sprofondato nel sedile, mobile come un sipario sospeso su quei resti di esistenza.

E lei, la timida di rose affacciate, chi avrebbe scelto, dovendo? Mi volto, all’improvviso sembrava ridestata e divertirsi premendo i tacchi al ritmo della modesta trance in stereofonia, ma ignara del tutto di quella nuca e della pietra rossa balenante. Come inconsapevole, del resto, pareva di me, benché quasi abbandonata in fiduciosa attesa.

Mi sporgo in quel momento e parlo all’orecchio guizzante, al giovane, perché si fermi. Siamo davanti a un locale, forse lo riconosco, forse ci sono già entrato ad ascoltare questo stesso musicista che ogni sera ripete il suo cammino, ballate e andirivieni malinconici, un po’ d’America polverosa e vasta, qualche ricordo d’Europa, accenti mescolati, imprecisi, ma proprio di quello va in cerca certa gente qui in città, rimescolare e confondere i tempi e le strade.

Insomma, adesso ero lì, seduto al bancone bevendo qualcosa, e gli altri intorno si stavano di certo chiedendo dove mai avessi rimorchiato una così e mentre ora la guardavo meglio mi accorsi che era giovane davvero, diciassette diciotto anni forse, tanto che negli occhi balenanti a tratti nel suo volgere intorno il capo vidi per certo, e ne fu trafitta l’amara, mia coscienza, vidi quel respiro di infinito, di futuro spalancato su percorsi illimitati, e il sereno placarsi, come galleggiando su acque amiche, che solo l’attesa può donare.

Chissà com’era iniziato, e da dove mi giungeva quel messaggio adorno, come in prezioso incarto di rose di stoffa e di morbide carni. Eppure, a guardarla, mi era così familiare quel piccolo polso arrotondato e il modo in cui stringeva il bicchiere rovesciando la gola. Quasi una piccola figlia che mi fosse cresciuta vicino negli anni trasformandosi ogni giorno con pacato andare fino a ritrovarci oggi, proprio qui, nella notte confusa, lei seduta accanto a turbarmi col suo strano odore, intreccio di infanzia ripulita, come dopo un lungo bagno delicato, e di un nuovo femminile aroma appena giunto ad affiancarsi inaspettato al primo. E restavo sospeso, come quando, ormai adulto, visitando una nuova città e percorrendo i grandi viali all’ingresso, toccando le umide pietre lungo il cerchio antico delle mura, e poi dentro, annusando agli angoli l’aria che corre tra i vicoli affollati, lentamente, vieni preso alla gola, e mentre siedi nel caffè all’aperto sotto i platani e il portale della chiesa alla tua destra ti bisbiglia soffi d’aria oscura che sa di legno e stoffe consumate, non sai, non puoi più dire se è sorpresa agrodolce o scoramento ciò che ferma la tua mano nel siglare la prima cartolina di saluti. Da dove? Perché quella che ti muove intorno non è una, ma molteplici città sovrapposte e speculari, tutte quelle che nel tuo peregrinare hai conosciuto, afose città di mare soffocate nel tumulto di arrivi e di partenze, gelidi porticati bassi e osterie per studenti in cerca di rivolta, piccole piazze alberate come trapezi fra pareti di pastello, percorsi di marmo consumato e rosa, insegne di caffè, fiumi che scorrono silenziosi tra i palazzi, forse anche qualche verso di una lontana poesia o i fotogrammi di un film un tempo amato. La mano è ferma sopra il foglio, al tavolo, vicino giovani uomini bevono da fresche coppe di un vino bianco e leggero, e tu ti affanni a ricercare un ordine in tanto ostinato sovrapporsi, e confondersi, e affollato accorrere di immagini, sì che ti basta infine rinvenire un lieve scarto, un angolo più acuto in una piazza, un più indolente andare delle donne nelle strade, un più lento venir meno della luce dietro a un colle, per ritrovare un po’ di pace e prepararti un giorno ad un altro viaggio, a una nuova ricerca.

Così anche lei mi era sconosciuta ma insieme intima e nota come per quotidiana dimestichezza e affetto tanto che per compensarla, di essere lì, una volta ancora, quasi piccolo genio familiare a mia, esclusiva, protezione, per un attimo fui preso da grande desiderio di una qualche ricompensa.

Le avrei donato perle e minuscole conchiglie, piccole cartoline acquerellate, e ancora una porta magica azzurra e violetta, una poltroncina solitaria che sogna in faccia a un grande cielo vuoto, la foto di un regista grande e grosso ma di voce sottile da bambino, mentre cammina su una spiaggia con la sua donna clown, una mattina d’inverno.

Sì, ma fu un attimo, di fantasticherie da invecchiamento malinconico, perché volgendomi a lei nell’assalto di quella mia gratitudine trovai una scena già mutata, indizi contrastanti, possibili segnali di svolta (o soluzione?). Appoggiata al bancone accanto a me, lei stava bevendo un cognac, per via delle rose forse, mi dissi; le gambe accavallate sull’alto sgabello, l’abito sottile e corto scivolato in su svelavano quasi per caso quella che all’inizio mi sembrò una giarrettiera, rudimentale e goffa, e quanto mai bizzarra poiché, come vidi, non portava calze, solo un piccolo abito, alti stivali alle ginocchia, e un lungo soprabito leggero. Guardai ancora. Era, solo, un elastico, spesso e scuro, stretto alla carne in una presa intima senz’altro, ma forse un po’ eccessiva. E poco più in là sedeva un ragazzo, entrato di certo durante il mio delirio di affetto senile, beveva qualcosa con movimenti accelerati delle mani e delle braccia così sottili da sembrare trasparenti, per nulla impressionato dalle rose affacciate, a quanto potevo vedere, ma forse bisognoso di parlare per lo stesso impulso di eccessivo moto che gli agitava gli arti e, probabilmente, anche i pensieri. E qualcosa, forse, si erano già detti, un accento, un tocco di voce e saluto, così mi sembrava dal leggero arco che lo sguardo di lui costruiva, all’apparenza distratto. Di colpo poi un nuovo scatto, che ci porta avanti e chini come per curiosità di minime reliquie, quelle fotografie che ci mostra con cautela sfogliandole di sotto ai nostri occhi, bambini nepalesi tondi e stupiti, nevi, cerchi generosi di denti, grandi labbra e capelli addrizzati attorno a lui che lampeggiava.

I bambini, non posso vedere altri volti, – dice – le mie uniche foto del viaggio sono queste facce impolverate, lisce, questi cori di sorrisi gentili, guarda questa, ma la piega della bocca ha il sapore di un’antica sanguinosa rappresentazione, e questa bambina, che nasconde il profilo tra i capelli, cercale l’occhio, porta incisi secoli di incantamenti e potenze ammaliate, è una strega in veste di piccola montanara, e mi osserva, ancora mi osserva. E questa poi, è la mia preferita, sono quasi cento ma questa mi aspetta nel mazzo come una voce leggera, un soffio, trasparente d’aria come i fiori della gonna gonfiata nel passo di danza, e la faccia sporca e ridente di uno spazzacamino che ondeggia. Tieni, te la regalo.

E lei la prende, quasi in naturale prosecuzione di un intreccio cominciato chissà quando, la prende e la piega con cura, fino a ridurla a un piccolo rettangolo che poi infila tra l’elastico e la carne, a rendere più forte la pressione e il gonfiore.

Però, vedi, c’è un problema, – sta continuando lui – è la vecchia, era aggrinzita e stizzosa per quei cerchi di stupore intorno, strisciava i piedi nella terra biascicando qualche formula di oltraggio, non le bado, che m’importa, se intorno ho i portatori del messaggio spalancato in occhi e mani, che m’importa, che crepi soffocata dal rigurgito dei suoi insulti. E me ne parto, poi, col mio tesoro che vale millenni di scalate e pellegrinaggi e torno qui convinto di avere con me tutto l’occorrente per sopravvivere ai dieci anni prossimi venturi. E ho tutto, eccome, tutto a strariparmi addosso, compresa quella vecchia, eccola qui, che mi ha seguito ghignando insospettita nell’angolo di questa immagine, entrata di soppiatto con la furia di un lemure frustrato e inacidito dall’assenza.

Così non sono salvo, è in mezzo agli angeli impolverati, mi aspetta, e ancora non basta, perché se esagero una sera con la codeina, per una qualche voglia di private allucinazioni, è lei che mi ritrovo seduta nell’angolo, tra la parete e il divano, e se ne sta per ore e ore intenta allo sgranarsi della calce sopra il muro, ignorandomi del tutto, padrona della stanza.

Pausa, occhi nascosti tra le rose, che fa, che pensa?, immobile, solo con rapido accento a tratti scostando appena l’elastico, come a verificare il procedere di qualche nascosta alchimia. Finisce che mi fisso anch’io su quel frammento di carne rigonfiata che per un attimo mi sembra più tollerabile visione, in fuga dal racconto non richiesto, dalla magrezza delle mani che raccolgono le foto, e per un freddo filo che, chiamando da qualche luogo oscuro della mente, dice non ascoltare, non voler sapere, di esiti e connessioni, del precipitoso discendere di effetti, lascia andare… In questa raggelata sospensione, muto come per sigillo a chiudere la bocca perché così si deve per un mistero che ancora non si svela, o forse solo per l’inatteso svolgimento di altrettanto vaghe derive e migrazioni, quella sua breve carne tormentata m’ipnotizza, come un possibile bastione da cui volgere le spalle alla pianura infestata di presagi.

È la sofferta traccia che le incide il corpo, quel suo privato modo di pungersi e tatuarsi dilatando nel tempo la ferita, è questo che mi accoglie quasi sostegno di una madre al figlio? E’ come se dicesse, vedi, che pesantezza nel mio corpo, che stabile frapporsi ostinato a questa legge che ci han dato del precario andare, del transito labile a fiancheggiare banchine e porti che ci ignorano e non ci invitano alla sosta. Ed io lo segno, questo corpo, mi sembra di sentirle confidare, perché si faccia resistente e fuorilegge.

Ma lei non dice niente in realtà e ancora le rose di stoffa ingannano gli astanti. Non lui però, non il ragazzo delle foto che ha visto di certo qualcosa negli occhi ed ora sconnesso incalza, e ciarla, di violenza la vecchia l’aggressione che continua e gli rimbalza addosso tendendogli finanche i più remoti filamenti, e che qualcuno un giorno gli pianterà un coltello nella pancia, giusto così, per aver forse urtato un polso perché, si sa, infine all’amore rinunciamo, chi l’ha inventata quella storia, una promessa un sogno di creatura più che umana da cui l’incanto si dipani e investa il mondo portandoci intanto con sé come frammenti indistinguibili della sua stessa carne, e se quel sogno non ci è dato, se è un inganno che qualcuno ci suggerì all’origine per farci sopportare questi giorni, che farne di quel fuoco che pure ci attraversa sbriciolandoci il cervello i pensieri fino a gonfiarci il cuore, e quest’ansia trattenuta, soffocata, per sempre inudibile, se non di bisbigli e piccole voci che picchiettano il cranio, bisognerà esplorarla infine, scomporla esploderla eruttarla, come un lontano fiume e…

– … adesso, per esempio, mi succede così, avrei bisogno, davvero, di picchiare, di colpire…

– Va bene. Io ci sto.

– Dove?

– Usciamo fuori.

Rose affacciate, rose abbacinanti per luce rovente che ci fiacca, rose di puerile insidia, del tenero prodigio che dà materia ai sogni, rose dell’improvvisa sottrazione, che fa, quale passaggio ho trascurato nel cammino degli equivoci, degli ammiccamenti? Distratto da più forti tracce e spostamenti, ho forse tralasciato la premura che si doveva a quel sottile trapelare di notizie entro il parlare coperto ed allusivo, come un lontano perturbante sibilo che attossica? A quale varco, a quale traversata ci guida la fanciulla, mostrandosi ora maestra del sottrarre e dell’eludere, del truffaldino entrare dentro il gioco già conoscendo i modi per schivare i colpi…

Li seguo, sempre in ritardo, sul comprendere come sul camminare, facendomi varco a fatica tra la gente, mentre i due invece scivolano come per asperse liquide pelli con cui scorrere indolori e veloci, sfuggendo a prese ed urti. Li inseguo, ancora di troppo, mentre affrettati vanno al loro rito, o forse non è inutile il mio arrancare disadorno e spaventato e vado ad esser quello che ha veduto e udito e ne potrà fornire un giorno indizio, come per un duello chiuso nella notte che reclama un pieno teatro, perché non vadano perduti quel balenare d’armi sotto il tagliente raggio della luna, quel ferrigno clangore.

Fuori, per un attimo temo di aver smarrito gli ignoti contendenti; sto, intorpidito dalle luci, di fronte al rotolare delle cose, le macchine, la gente, poi so e m’infilo nello stretto passaggio che mette nel breve spazio, disadorno e buio, dietro al locale.

I due sono di fronte, lei di poco più piccola e quasi sospesa in avanti come si guarda da un ciglio per curiosità e terrore. Lui dà un ultimo richiamo, perché ogni indugio sia sciolto, perché solleciti ci si ponga all’opera. E mena il primo colpo, preciso, a mano aperta, ad approdare rovinoso sulla piccola faccia di lei. Che stupisce, con un piegarsi lieve dei ginocchi, ma per risposta gli si fa vicina e ancor più protende il viso come a specchiare gli occhi abbacinati. Non mari a riflettersi, ma quasi un bisbigliare di preghiera. E se mi ferirai, mi sembra che racconti, e se mi batterai con i brucianti colpi nel punto esatto in cui viaggiava a te il mio sguardo, là, al tuo petto alla tua bocca, sarà per l’infelice tuo desiderare, per l’inconsunto mio picchiare ai cuori ed ascoltare il fondo oscuro, là dove forse custodiamo un male che ci è dato, perché tentandolo possiamo condannarci, e risalirne poi più chiari…

Guardo, aggrinzite le spalle al muro del cortile. Forse il bisbiglio è mia invenzione, forse non è gran cosa, solo una breve scaramuccia fra ragazzi in cerca di tremori. O forse anche a lui giunge il brusìo, ed è reale, tanto che ne barcolla appena, come ad un vero colpo ricevuto al ventre, quasi un’oscura potenza germinasse da quel fragile protrarsi svelando in lei un’anima di fuoco e guerra. Lui sente, e stupito dall’urto insospettato di un volere estremo, improvvido la provoca. Il bacio dopo, se vorrai… – le dice, stupidamente interpretando l’indugio delle labbra.

Allora lei risponde, battendolo sul volto, ma è un pugno incerto, non pieno, quasi a voler risparmiare un avversario opaco e tronfio, inconsapevole. E sembra davvero una piccola guerriera sorpresa fuori le mura della città in assedio, col suo cimiero aggraziato di rose anziché tigri armate, custode del suo codice d’onore. Ben strana lealtà, se vale solo a salvare il nemico, offrendosi poi senza parare ai nuovi colpi. Avanza lui, e la batte ancora, puntando a quella fronte cinta e difesa, e ne volano via le rose di stoffa e resta nuda, come per lacci rotti all’elmo.

Guardo, ancora ripetendomi che è solo un gioco estremo da ragazzi, eppure ha su di me l’effetto di uno spettacolo che attrae per ciò che terribile si mostra, oltre la superficie di gesti e movenze. E nel contrarre i muscoli del collo e della schiena ricordo, d’un tratto, e il tremito riaffiora da chissà quale vita, ricordo, sospeso restai sulla soglia come su sponda che dà il capogiro, la bara sembrava abbandonata nella stanza, nessuno si muoveva intorno e il vuoto ne sortiva ancora più contratto e opaco, inammissibile, per quella solitudine di un corpo disertato, privato anche di storia e di memoria se fuori, sul registro, solo due firme segnavano un passaggio, due soli cuori a respirare accanto per breve saluto. Doveva essere una donna, ma così prosciugata, svuotata di sé, che solo le mani si mostravano, intrecciate contratte e quasi grandi in quella sospensione, come su nebbia pesante, su un terreno che sia d’improvviso sprofondato in grandi crepe spalancate. Stavo sul ciglio, stavo su quel margine in bilico e come risucchiato, senza potermi saziare guardavo le secche giunture, le nocche indurite dai colpi di tutti gli anni e i venti freddi attraversati.

Un passo, e quel terreno franato, quella voragine di spaccature e croste, mi avrebbero riempito le orbite, un attimo e avrei visto, quello che c’era dietro. Fu un soffio, e mi portò lontano, oltre la stanza.

Ed ora, di fronte ai duellanti, lo stesso venir meno del respiro, lo stesso richiamo, per quel rituale, quell’oscuro balletto e intreccio, fumi di fiaccole riemerse da secoli lontani, battiti frenetici dei nuovi ipnotici suoni, flagellanti straccioni e sotterraneo percuotere d’inferocita metropoli, un urlar di materia, corpi appesi, infangati…

Nel delirio appena la intravidi, dopo un estremo colpo al viso, dopo un ultimo breve incespicare per gli alti tacchi o forse ancora per stupore di sé, china a raccogliere con calma il suo cimiero e poi lieve, come in un cammino rallentato, mentre con occhi lontani mi passava vicino, canticchiando uno strano ritornello, has anybody seen my baby, seen my baby, e per sempre se ne andava, nascosta nella folla della strada.

Anche lui con breve cenno poco dopo passò sfiorandomi, per rientrare, calmo e assente, nel locale. Io invece restavo ancora lì, aggrappato quasi alla parete.

Quando infine riuscii a distendere il corpo indurito e ritrovai il respiro, fu un’immagine breve, grigiazzurra, a balenare intorno una leggera, irragionevole luce. Un minuscolo totem lasciato a riposare nella sabbia della piccola duna su una larga spiaggia toccata dall’oceano, in un giorno di gran vento e nuvole potenti e scure. Il taciturno segno di un passaggio, fatto di ciò che il mare e l’aria possono concedere perché li si onori, come antenati luminosi: due grandi conchiglie rosate, l’una all’altra accostata a rammentarsi il richiamo, due piume, un bastoncino di legno, sottile e sbrecciato dal sale.

Nient’altro.