Gli atti dell’incontro con lo scrittore e poeta Davide Rondoni

_Gli atti dell’incontro con il poeta e scrittore Davide Rondoni a Matera nel settembre 2013 sul tema: Amore e Apocalisse. La vita di un poeta._

 

premio energheia 2013Stefania De Toma_Buonasera a tutti. È bello vedervi qui, numerosi per questo incontro, promosso dall’associazione Energheia nell’ambito della cerimonia di consegna del Premio omonimo. Abbiamo iniziato questa prima serata con la proiezione dei cortometraggi e ora, in questa magnifica Chiesa del Purgatorio che ci accoglie, continuiamo  con la poesia, ospitando il poeta e scrittore Davide Rondoni. Credo che pochi luoghi come Matera si prestino  in maniera speciale alla poesia. La sua derivazione greca: Poieios significa io faccio, io costruisco, io compongo – e credo che con la stessa grazia, la stessa forza e dolcezza con cui si scrivono poesie, allo stesso modo è sorta questa città. Voglio porre subito una domanda al nostro ospite. Tempo fa un giornalista sportivo mi scrisse una dedica su di un suo libro che ripeto a memoria:  Stefania se qualcuno ti dice che non fai poesie, rispondi non dire bugie, poetare significa essere felici e se nel corso degli anni leggerai questi versi, risparmiami disinganni, non li sentire questi versi, come ora e fammene come ora, ancora, ancora, ancora…  Davide, è vero che poetare significa essere felici?

Davide Rondoni- Buonasera e grazie per essere qui. Dico subito che la domanda sia stata posta in maniera erronea, perché fare poesia non è essere felici.  È un’arte che c’è sempre stata. Gli uomini da sempre, gli antropologi ci dicono che da quando esistono gli esseri viventi gli uomini fanno qualcosa denominata arte. Cosa indico per arte? È quel qualcosa che necessita di voce, di segni, di parole, e questo, fa parte integrante dell’uomo che sente, che vive. La mia risposta all’esser felici, scrivendo poesie, è una chimera. Sono più in linea con quello che diceva San Francesco. Lui parlava di letizia e non di felicità. La poesia è a mio avviso quest’arte di comporre parole. Il vero problema è: Perché gli uomini compongono parole, perché questa necessita? L’uomo l’ha sempre fatto. L’uomo primitivo come quello di oggi, se è vivo, è circondato da cose che lo colpiscono, lo feriscono, lo seducono. Ad esempio ieri mi ha molto colpito la luce che c’era ieri, tanto che mi faceva pensare più che alla Lucania alla luceania, dove luce e terra si confondono, sono un tutt’uno. Definisco questo luogo come la Città della luce. Ecco, partendo da questo esempio che capita a ciascuno di noi, quando qualcosa ci colpisce e che fa sì che non si riesca più a parlare; o ancora come quando si incontra una bella ragazza, non si dice solo ma che bella ragazza, ma si cominciano ad inventare delle parole, a cambiare le parole. La poesia è sempre nata così. Come il colpo della vita, che ci cambia le parole in bocca e non si riesce a parlare per lo stupore, a quel punto si cerca di manifestarlo con nuove parole. Quest’arte poetica per certi gradi l’abbiamo tutti, io racconto spesso di mio nonno. Una volta ero con lui, che aveva 86 anni e con mia nonna di 84, in ascensore, e mentre salivamo, lui accarezzo dietro la nuca mia nonna  e in dialetto romagnolo disse: el mi gallett. Un dialetto molto colorito, quello di mio nonno, dove il galletto voleva rappresentare il padrone del pollaio. Da qui, ripensandoci più volte a quello che mi diceva ho compreso la poesia, ovvero l’arte del soprannominare, del dare un sopranome alle cose. Ho pensato: ma guarda quest’uomo che si lascia ancora colpire dalla presenza di questa donna, che naturalmente non era una grande novità per lui. Lui era pieno di energia nei confronti della realtà, era accogliente; era così libero ed energico che lasciandosi colpire dalla presenza di questa donna normale, le dà un nome, deve inventarsi un nome. Attenzione, non è più il nome di battesimo di questa donna, ma se ne inventa un altro:  El mi gallett. Questo è quello che facciamo noi. Quando qualcuno s’innamora difficilmente usa i nomi di battesimo della persona amata. Certo può dire: Giovannina quanto ti amo; ma poi dopo iniziano a sopraggiungere i soprannomi, Ciccina mia, fiorellino mio e così via. E tutti siamo passati da qui. Perché quest’arte del soprannominare le cose l’abbiamo dentro di noi. Ecco, definirei la poesia come arte che dà il soprannome al mondo. E tornando a quel che diceva mio nonno, in quel momento per lui, dire che el il mi gallet, era voler dire la verità di quella presenza, un modo per mettere a fuoco quella presenza, era la sua realtà.

rondoniLa poesia è fatta di parole, un po’ strane, articolate e ritmate in modo particolare che hanno un solo scopo. L’arte non serve a niente per nessuno, nemmeno per diventare migliori. Anche Hitler scriveva poesia, ma sappiamo cosa sia stato. L’arte di per sé non serve se non ci sono altre cose. L’unica cosa dell’arte è che mette a fuoco la vita, la presenza delle cose attraverso i nomi. Comprende la realtà attraverso i nomi.  Perché nominando quella persona, quella cosa o quel fenomeno – ad esempio la luce -, cerchi di tenerla di più a te, di comprenderla di più. Nelle esperienze visive, quando si viene colpiti da una cosa, si riguarda quella cosa nella propria mente, mentre si scrive. Dante diceva: Usi le parole per dire quello che non sai. Usi le parole non per spiegare, qualcosa che hai capito, ma cerchi con le parole di conoscere quello che hai visto e allora ti inventi i soprannomi, inventi parole, e qui nasce la poesia che, ripeto, non rende felici. E quindi è bello leggere le poesie, scriverle no.

Stefania De Toma_Allora da dove nasce la poesia?

Davide Rondoni_In genere si pensa che noi poeti siamo lì nella nostra stanza, soli, a pensare di scrivere; che elaboriamo e facciamo uscire delle cose meravigliose da dentro noi stessi. Non è mai così. Non a caso nel Leopardi c’è sempre lo sguardo. Nelle sue poesie scrive sempre i termini:  vede, mira. È sempre lo sguardo che fa nascere la poesia. Non è mai un guardarsi il proprio ombelico. Il poeta non ha nulla in più rispetto agli altri, è solo qualcuno che raccoglie cose che ci sono in giro. Le ridice, le dà un nome e allora scopri altre cose. Quando io vedo i film, non mi commuovo per il film, ma perché la storia che vedo mi fa sentire il film della mia vita, rivedo quello che leggo nella mia vita, nelle persone che mi sono vicine. Spesso si dice. Guarda, questo film sta parlando di me. Quando Dante dice che Beatrice è un miracolo, sta parlando del mio amore, non del suo. Quindi, noi poeti non estrapoliamo qualità che abbiamo solo noi e gli altri no. Fanno parlare la vita di tutti i giorni, così  rendono riconoscibile quella nostra. Non a caso Ungaretti diceva che la poesia è unanime e quindi riguarda tutti noi. Io ho un fratello più grande di me, stessi genitori, medesima educazione, però io scrivo poesie, lui no. È difficile spiegare perché io scrivo poesie e lui no. Per una serie di concomitanze qualcuno dice che le parole accomunano tutti. Il poeta evidenzia la vita. Poi se tu sei morto dentro, sei indifferente a tutto questo e a quello che ti circonda. Se invece sei vivo, comprendi quelle parole e capisci cose che fino all’altro giorno non consideravi e ti sfuggivano.

premio energheia 2013Ecco che quindi l’arte non è emozionarsi. Una persona si può emozionare per tutto. Molta gente fa confusione tra arte e intrattenimento. Quest’ultimo anzi, deve emozionare per forza. Non a caso si dice oggi: Un film emozionante. Nella vita sono tante le cose che ti emozionano. Analoga cosa accade con l’aggettivo poetico: Un film poetico, un gol poetico, lo scopo dell’arte non è quello di emozionare, ma quello di conoscere il mondo, la vita. Il segreto del mondo. L’arte della poetica, la capacità poetica è l’arte di lavorare, non è quella di far emozionare un altro. La capacità poetica è un lavoro che ha a che fare con un lavoro sulla lingua, sulla sua diversità, l’arte per essere arte non deve essere sempre verità.  Al contrario. Non è spontanea. Se salgo in autobus e qualcuno mi pesta il piede, spontaneamente mi vien voglia di dargli un pugno. Ma nella società mediata di oggi, poiché sono educato, mi sposto ed evito lo scontro. La spontaneità non si crea. La spontaneità non fa parte dell’arte, corrisponde ad una zona superficiale della nostra natura e non ad altro. Nello sport, quando si parla di punizione spontanea, innata è falso, perché l’atleta si è allenato otto ore per fare quel gesto. Ma il fatto che l’arte non sia spontanea,   non significa che sia innaturale. La naturalezza è il frutto del lavoro negli anni. Il balletto non è naturale, ma c’è del lavoro dietro a quei gesti, ripetuti più volte.

Stefania De Toma_Stamattina hai presentato un video su di una chiesa rupestre: La  cripta del peccato originale. I Sassi, le chiese, la natura hanno fatto da sfondo alla voce della poesia. Come hai vissuto il tuo essere poeta in una città come Matera.

Davide Rondoni_In un posto del genere ogni parola sarebbe retorica. Ho cercato di inserire dentro queste grotte la poesia. Lì dove la luce entra nella terra, dove pietra e cielo si uniscono.  Credo che questa particolare dimensione di Matera continuerà a ispirare gli scrittori. T.S. Elliott diceva che la nostra è un’epoca senza dei.  Si sbagliava. Uno degli dei più venerati oggi, è la fortuna. Ovunque, si gioca e si scommette.  Noterete la pubblicità di lotterie, di come sia facile diventare milionari e così via. Non si parla di altro. Il problema di oggi sembra che sia solo la fortuna. Poi si parla di vita. Si parla solo dei fortunati e quindi, nel paradosso è un’epoca molto religiosa, legata alla fortuna.

 

Stefania De Toma_Perché, in quest’epoca scrivere ancora poesie o dedicarsi alla lettura?

premio energheia 2013Davide Rondoni_Dante scrive: Amor che mi detta dentro. Non dice che scrivo perché sono innamorato, ma quella cosa che muove tutto il mondo, l’energia che fa muovere il mondo, mi colpisce, mi parla e quindi io devo ascoltare, obbedire. Cezanne, andava tutti i giorni a vedere la stessa statua. L’ha quasi interiorizzata e poi l’ha riprodotta fedelmente, più volte, nel suo dipingere. Un artista vuol riprodurre la realtà e ascoltare il mondo, per poi trascrivere con un gesto, un ritratto, un verso, la cosa. Perché solo riascoltando questo verso, ascoltando i versi o vedendo l’immagine, io comprenda la realtà.

Stefania De Toma_Perché non si sa ancora insegnare la poesia, visto che oggi viene posta quasi ai margini della nostra scuola?

Davide Rondoni_La letteratura è un rischio per la persona. Il motivo per cui un adulto legge, si interessa di letteratura è perché sa che la sua vita è a rischio. Sa di essere qualcosa di nullo. È a rischio lui. Se non sente il rischio, non sente il significato della letteratura. Gli adulti non si sentono a rischio in questa epoca moderna perché tutto è facile e quindi non consigliano ai ragazzi i libri, la letteratura. Le altre motivazioni che vengono addotte per il basso livello di lettura sono relative, prezzi dei libri alti,  stipendi bassi, la scuola che viene depotenziata. La verità e che si è perso il senso della vita come rischio. Oggi si rischia al massimo di non arrivare alla pensione, di essere investiti, o d non diventare famosi. La poesia, la letteratura viene considerata come qualcosa di nicchia, per i più effeminati, che hanno tempo da perdere. Però ti capita che se ti innamori ti interessa sapere perché Manzoni fa dire a Lucia alcune parole;  o se ti capita qualche malanno del secolo, se la donna che conosci non è più con te, ti lascia o muore, ti salva solo la letteratura. Quando qualcuno dice al ragazzo, guarda che il rischio che ho corso io lo puoi correre anche tu, gli dice che forse, leggere quelle poesie può servirgli. Oggi c’è molta disponibilità di libri, ce ne sono molti, ma non c’è il motivo che ci spinge a leggerli perché non si sente la propria vita a rischio. Ognun di noi può trovare le ragioni, le risposte della vita dentro la letteratura, perché qualcuno ci ha svelato qualcosa.
Stefania De Toma_ Hai pubblicato ultimamente La storia di Gesù in una nuova forma di romanzo. Perché questa idea?

Davide Rondoni_ Perché è una bella storia da raccontare. Spesso le sue vicende sono ridotte a brevi morali o a racconti banali. Questo serve perché occorre raccontare qualcosa di grande all’uomo moderno che tende a confondere la propria interiorità con Dio, perché in quell’opera di andare via via sempre più in fondo a se stessi, in questo scavo interiore, si attribuiscono a Dio le proprie cose, le proprie amenità e questo non è vero. Perché alla fine, in quest’opera di elaborazione non c’è sempre lui e si confonde spesso il proprio dito con la luna.