Rewind_Brunella Santeramo, Matera

_Racconto finalista diciassettesima edizione Premio Energheia 2011.

 

Ho tanto freddo e sono nuda.

Tutto sembra lontano, ovattato, velato, annebbiato. I pensieri si fanno confusi. Il dentro ha più importanza del fuori.

Sento il mio cuore pulsare, nelle tempie, lento, ma regolare.

Piccole bolle dell’aria rompono il silenzio, esplodono nella testa, deflagrano come ordigni, alterando il naturale scorrere del tempo, che si ferma e poi d’impennata accelera. Tento di aprire le palpebre con uno sforzo disumano, ma sono sottacqua. Qui la realtà si deforma, si piega, si accartoccia, poi rimane un attimo sospesa ed inverte la rotta, si dilata, si espande, si dilegua. Vedo il mio viso nello specchio deformato dai riverberi azurrognoli e quasi non mi riconosco. Sembra una maschera d’orrore, di stupore, di sofferenza. La caravaggesca smorfia del ragazzo morso dal ramarro: il naso arricciato che sovrasta le labbra sensuali, i capelli scomposti, la mano che arretra appena, lasciando la candida spalla scoperta.

Dolore e sorpresa.

Sento l’acqua che scende copiosa, ma non capisco da dove arriva, né dove sono. Un peso, come un macigno sul petto, mi tiene a fondo. Trattengo il fiato, richiudo gli occhi e mi lascio sommergere da questo torpore. I polmoni mi esplodono e lo stomaco si attorciglia. Non riesco a muovermi. La testa mi pesa ed il buio avanza. Odo un rumore sordo, come di una porta che sbatte o di una grossa pietra che cade. Forse è la mia testa, forse qualcos’altro che mi appartiene. Un urlo straziante rompe il silenzio ovattato della notte, spezzandosi in affanno.

Rumori scomposti e veloci, poi tutto si cheta. Ho paura. Sento l’adrenalina scorrermi nelle vene. L’istinto di sopravvivenza mi spinge in superficie. Le orecchie mi esplodono. Mi manca l’aria. Tossisco forte e galleggio a pelo d’acqua, con la testa un po’ dentro ed un po’ fuori ed aspetto.

Aspetto. Aspetto. Aspetto.

Aspetto di nascere, di vivere, di crescere, di amare, di odiare, di sbagliare, di invecchiare ed infine di morire. Morire, sì morire, ma non così e non ora. Devo reagire. Pensare, guardare, invertire la rotta del tempo e ritornare. Ho ancora tante cose da fare e da vivere.

Ricordare, sì, posso ricordare, per ingannare l’attesa e rimanere vigile. Ricordare. Ricordare. Ricordare chi sono e da dove vengo. Ricordare dove sono. Le immagini riaffiorano, prima piano, poi si avvicendano veloci. Corrono all’indietro, come in un film al contrario. Rewind.

Mia madre che mi saluta, uscendo di casa, insieme a mio padre e mio fratello vestiti a festa. Il mio grande amore, che mi bacia appassionato, caldo, avvolgente, poi il suo volto si allontana, si annebbia ed i suoi lineamenti si confondono con quelli di un signore brizzolato. Ha occhi di ghiaccio che non lasciano trapelare i pensieri, il sorriso falso, accattivante, di chi non si fa scrupolo di niente. Sento delle mani, che mi frugano.

Sono le sue mani che stringono e spingono fino a farmi male. Mi sento sudicia e ferita. Fragile e nuda. Neanche tutta quest’acqua che mi circonda riesce a lavare la mia colpa. Mi sento sporca, squallida, oscena, impura nell’animo, per aver tradito, in un attimo di debolezza, ogni cosa. Ho scritto tutto in questa lettera che stringo ancora in pugno e che volevo consegnare al mio ragazzo questa sera, ma l’acqua sta lavando via le scritte e la mie ultime energie vanno via con l’inchiostro che cola. Sento un odore forte di tabacco. Provo a muovermi, per riavermi da questo torpore. La mano lenta risponde ai miei comandi, ma la testa mi duole, alla nuca, forte, come se avessi ricevuto un colpo di cannone. Apro appena gli occhi. Vedo un volto appannato, ma riconosco la sua fredda presenza. E’ l’uomo dagli occhi di ghiaccio. Sta lì a fissarmi, senza dire una parola. Cerco di aprire la bocca, per supplicare aiuto, ma non esce alcun suono. L’acqua mi penetra tra le labbra e mi finisce in gola. L’uomo mi afferra la mano. Per un attimo ho l’illusione che voglia trarmi in salvo, ma mi strappa la lettera di mano e mi riaffonda con violenza nell’acqua. Mi spinge forte sul viso, fino in fondo alla vasca e mi tiene così, finchè non chiudo gli occhi e mi lascio andare, molle. Mi fingo morta. I miei capelli neri ondeggiano come seta, coprendomi parzialmente il volto.

L’uomo mi guarda un’ultima volta, poi si gira e sparisce nei riflessi dell’acqua. Sento i suoi passi dirigersi altrove. So di essere in un incubo, dal quale non riesco ad uscire. Ed il film della vita ritorna ancora indietro. Rewind.

Ho tanto freddo e sono nuda.

Improvviso come un fulmine, un ricordo lentamente riaffiora.

Rumore di vetri infranti, passi di uomini veloci ed ancora quegli occhi di ghiaccio che mi saltano alla gola, la luce che si spegne ed il corpo che mi abbandona. Freddo, ancora freddo, dal più profondo dell’inferno. Volti di dannati che urlano e si disperano. Mani, tante, tantissime, che spuntano dalla terra, mi stringono, affondano le unghie nella carne nuda, si avvinghiano, mi incatenano. I piedi scivolano sul fondo melmoso, mi sporco di fango e di terra. Tra i capelli spuntano serpenti velenosi. Urlo, urlo, urlo senza tregua. Attorno solo una nebbia fredda, bianca, lattiginosa che avvolge ombre, sentimenti e sensazioni e tutto annienta. Non ricordo più il volto del mio amore. Non sento più la sua presenza e galleggio da sola in quest’acqua fetida. Ho sbagliato, lo ammetto, per ingenuità ed inesperienza. Mi sono fidata, dell’uomo più importante del paese e sono stata ingannata, ricattata, comprata, rivenduta, umiliata ed offesa. Il mio grande amore voleva lasciarmi ed io pensavo, sbagliando, che vedendomi accanto ad un uomo così importante, la gelosia gli avrebbe fatto cambiare idea.

Ho commesso l’errore di accettare di accompagnarlo ad una festa. C’era la creme-creme della società bene: politici e magistrati, imprenditori e faccendieri, ma anche attori e soubrette, cantanti e calciatori. Mi sentivo fuori luogo, tra i vestiti scintillanti e le sottovesti fruscianti in seta, ma ero di certo la più giovane e la più bella. I maschi mi ronzavano attorno come mosche impazzite, mentre le legittime consorti mi guardavano sospette, timorose che la mia improvvisa bellezza potesse, in qualche modo, adombrare la loro. Poi ho scorto il mio grande amore, tra la folla, seduto al tavolo con la sua famiglia. Indossava l’abito scuro e la camicia bianca.

Sembrava triste ed annoiato, ma si è subito riavuto appena mi ha messa a fuoco. Mi ha guardato sbalordito. Non si aspettava di vedermi lì, né mi aveva mai vista addobbata a quel modo.

Il tubino nero aderente di crepe in seta, mi cadeva morbido sulla nuda schiena, mentre un brillante s’incastrava fra i seni. Parevo un’altra, forse un po’ puttana. Si, perché quando hai la disgrazia di nascere femmina e bella al Sud per tutti sei puttana, a prescindere, per indole, per natura. Puoi solo appartenere a qualcuno, per fare eccezione. Solo le mamme e le sorelle si salvano dall’imputazione. Ed io, puttana, per tutti, lo ero a maggior ragione. Sfacciata e ribelle avevo osato sfidare il pregiudizio della gente, accompagnando l’avvocato dinanzi a tutto il paese. Mi ero esposta alla pubblica gogna, da sola. Nessuna mia coetanea avrebbe mai accettato di porsi così in mostra, neppure per una sera. Di nascosto, forse, si sarebbero anche vendute per qualche squallido favore, ma in pubblico era un’altra cosa. Io, invece, avevo accettato, per fare un dispetto, un estremo tentativo per recuperare il mio grande amore. Ma, nell’istante stesso in cui ho incrociato il suo sguardo, ho capito di aver commesso una sciocchezza, di averlo deluso ed umiliato al tempo stesso. Bella come non mai, l’etichetta di “puttana” sembrava lampeggiarmi sulla testa. Lo sguardo meravigliato del mio amore si è spostato velocemente sull’avvocato, che mi cingeva orgoglioso le spalle. Nei suoi begli occhi neri si è improvvisamente alzata la tempesta. Ho visto il suo volto divenire paonazzo ed i pugni serrarsi in una possente stretta. Era sul punto di esplodere, quando suo padre l’ha trattenuto per un braccio, per assicurarsi che non facesse sciocchezze, mentre sua madre, come una matrona, ha chinato il capo con disprezzo. Sono morta e rinata in quel preciso momento. L’uomo dagli occhi di ghiaccio, gentile, ma assente, mi ha preso sottobraccio e mi ha condotta al tavolo, tra i commenti esterrefatti della gente. Non ricordo molto altro di quella orribile sera. Solo frasi di circostanza e sorrisi indifferenti. Ho pregato l’avvocato di riaccompagnarmi a casa, presto. Ero stanca e di cattivo umore. Lui ha accettato senza fare una piega. Ci siamo recati nel parcheggio, lui avanti ed io, lenta e disillusa, dietro. Un uomo ci attendeva appoggiato alla sua berlina nera. Ha tratto vicino l’avvocato e gli ha sussurrato qualcosa all’orecchio, mentre lui assentiva con il capo. Uno sguardo a me fugace, l’avvocato ha fatto un cenno di non curanza con la mano. L’uomo dai biondi capelli si è allora allontanato. Mentre camminava svelto, verso l’uscita, si è voltato un attimo, quasi timoroso. L’ho guardato meglio, alla luce del lampione e l’ho riconosciuto, era il figlio del Dragone. Da bambini giocavamo assieme sull’arenile di sabbia e pietra, nei giorni d’estate. Lui era il figlio del pescatore che possedeva il primo e unico lido del paese. Suo padre era conosciuto con il nome del Dragone, per via di un tatuaggio che aveva sulla schiena. Brutta gente, delinquenti legati alla n’drangheta calabrese. Mia madre ci aveva allontanati in fretta, sempre così attenta, sin da bambina, alle mie frequentazioni.

Sull’onda del ricordo ho detto schietta all’avvocato: “… ma non è il figlio del Dragone?”, lui è sbiancato, mi ha guardato fisso negli occhi, poi ha risposto: “Sì, un buon cliente. Non meravigliarti, faccio l’avvocato!”

Non ho commentato. Ho abbassato lo sguardo ed ho glissato.

Non ho più detto una sola parola. Lui mi ha riaccompagnata a casa, rispettando il nostro patto: “Niente sesso, solo apparenza”. Mi ha lasciata davanti all’uscio di casa. E’ sceso, galante, mi ha aperto la portiera. Mi ha offerto il suo braccio, poi mi ha schioccato un bacio improvviso sulla bocca. Ha riso, divertito del mio ribrezzo, e subito rinsavito mi ha detto: “Cerca di dimenticarti in fretta di quello che hai visto questa sera o conoscerai il mio lato più oscuro!” poi, soppesando le parole ha aggiunto: “Stai ai patti e non ti succederà niente. Non una parola di noi due con nessuno”.

Mi ha puntato gli occhi, come pistole in volto e subito mi è gelato il sangue. Sapevo che non scherzava. Ho accennato un sì con la testa e sono andata verso casa, mentre lui sfrecciava veloce con la sua Mercedes nera. Rewind.

Ho tanto freddo e sono nuda, nuda come quando sono nata, nuda come la prima volta, nuda al cospetto di me stessa. “Ego te absolvo” recito da sola. Una preghiera detta a bassa voce ed improvvisamente capisco dove sono: nel bagno della mia casa, con la testa mezza fracassata. Galleggio a stento e chiedo aiuto, ma nessuno mi sente. E’ la notte di Natale ed il mondo è fuori a festeggiare. Anche io sarei dovuta essere lontano, con il mio grande amore. Mi è venuto a parlare ed abbiamo fatto pace, a modo nostro. Poi qualcosa ci ha interrotto e senza capire bene come sono finita in questo pozzo profondo. Ma lui dov’è, ora? Mi aggrappo con tutta la forza che posso al bordo della vasca. Le gambe non rispondono, ma le braccia ancora mi sorreggono. La testa mi gira come una giostra: il soffitto, il pavimento rosa, lo specchio appannato, il rubinetto aperto, un asciugamani per terra e di fianco, disteso, il mio grande amore. No, non può essere, devo aver visto male, è solo un’impressione, una svista, un incubo, un riflesso deformato, una suggestione. Con uno sforzo estremo mi affaccio ancora al bordo della vasca, cercando di mettere bene a fuoco. Un uomo giace riverso sul pavimento. Ha la bocca spalancata, le braccia distese, lo sguardo perso. Sembra un manichino, non può essere il mio amore, ma lo chiamo lo stesso, con un fil di voce. “Amore…amore…”

La mente ha capito ciò che il cuore non si rassegna a comprendere.

La verità è nelle piccole cose. L’uomo disteso per terra ha al collo una collana d’argento, con inciso il mio nome.

Il cuore ha un sobbalzo, la mente vacilla. Continuo a ripetere ossessivamente il suo nome, piano, sempre più piano, finché l’acqua non mi riavvolge ancora, con il freddo e le tenebre di un ultimo ricordo. Rewind.

Ho tanto freddo e sono nuda.

E’ notte fonda e sulla spiaggia non c’è nessuno, solo il vento di libeccio che alza nuvole di acqua, mi scompiglia i capelli e mi schiaffeggia il volto. Il mio amore mi guarda con occhi di fuoco, mentre io rimango immobile, nuda, al centro della scena. Volto le spalle al mare nero petrolio. Onde possenti mi lambiscono i piedi e sbuffano minacciose. Sto gelando, ma non m’importa, voglio che mi veda. Voglio i suoi occhi neri, dentro ai miei. Voglio che mi ricordi così per sempre. Turbini di sabbia soffiano tra le dune, disperdendo le orme del nostro amore. Esistiamo solo noi, mentre anneghiamo ed ansimiamo nella spuma lieve.

Stop. La pellicola del film si arresta. Il cuore smarrisce il ritmo ma ancora non si ferma, la pressione arteriosa s’impenna.

Una scarica di adrenalina raggiunge il cervello. I ricordi scompaiono. Il tempo accelera. Non ho più fiato da vivere, né passi da compiere.

Rimangono solo quegli occhi suoi, neri, per sempre nei miei occhi.