Rettilineo verso l’eterno_Alessandra Romano, Tremestieri Etneo(CT)

_Racconto finalista quinta edizione Premio Energheia 1999.

 

Un giorno forse riuscirà a mettere ordine fra le carte sparse per lo studio.

Aveva promesso che si sarebbe occupato della spesa… ma gli basta un foglio bianco e una stilo per continuare a sentirsi vivo. Povero vecchio!

Potessi entrare dentro quella mente malata ci troverei versi di Petrarca e gli occhi di Emma. Di mia madre. Oggi si è svegliato di buon mattino.

Crede che sia domenica. Invece è martedì. Non so se ha rallentato o accelerato i tempi, più probabilmente se n’è creati di nuovi, contando i giorni e gli anni da una lontana domenica del 1985. Forse se gli chiedo che anno è mi risponderà, pensandoci su con gli occhi di un bambino alla sua prima interrogazione: 14 p.E. Che non è un errore di stampa, ma il 14 post Emmam. Gli capita spesso di perdere la cognizione del tempo. Soprattutto qui. Da sua madre. Un villino immerso nel verde. C’è erba alta e alberi malati. Nessuno se ne prende più cura. Un tempo lo odiava questo posto, costretto com’era a rintanarsi nei campi avvolto da immensi pantaloni di fustagno, lui che grasso non è mai stato, mentre tutti andavano al mare a dilettarsi con la morosa. Poi venne il tempo dei quiz in TV, per chi come lui poteva permetterseli, non perché avesse la televisione, ma perché sapeva rispondere. Credo fu così che cominciò a trasformarsi lentamente in lupo solitario, quando incontrando una ragazza la invitava a cena, ma non per corteggiarla. In tanti si limitano a dire che ha un pessimo carattere. Da quando mamma se n’è andata è diventato solo molto peggio. Alcuni hanno saputo guadagnarci qualcosa da una storia come questa: non sentivano, ma diventavano i più grandi musicisti del secolo, oppure come Leonardo si mettevano di buona lena a fare la guerra con il Borgia. Mio padre niente.

Fa lo scrittore incompreso. Nel senso che nella letteratura è un tipo.

Come quando passa una ragazza non troppo carina e per non offenderla si dice che è un tipo. Del peggiore. Ma un tipo. Così mio padre. Cresciuto e poi invecchiato nella malinconia. Riesce a fargliela entrare da tutte le parti.

Credo fosse triste anche quando siamo nati io e Alberto. Ma forse quella volta non aveva tutti i torti. Leggo qualche pagina del suo nuovo avvincente romanzo. Con un mare di espressioni dialettali: ma forse non sa che Camilleri è già stato inventato e per ora uno ci basta ed avanza. Racconta quello che vorrebbe leggere. E che vorrebbe essere. Donne leggiadre ed eteree. Uomini innamorati che incontrano una e per ore stanno a guardarla senza dire niente e quando dopo pagine e pagine di silenzio tombale vorrebbero loro parlare ecco che lei scappa su un autobus. Eppure Ennio Terenzio, il medico che papà ha scelto per il nome finemente letterario, che se era Dante Petrarca forse era meglio, era anche speziale e di medicina ci capiva qualcosa, dice che scrivere gli fa bene. Lo libera. Il poeta doctorus, come lo chiamo io, non ha ancora capito che papà non ha un fico secco: la sua Emma sarebbe meglio di una dose da cavallo di Tavor. Eppure chissà dov’è mamma adesso! Me la immagino sempre giovane, e piena di vita, con quei suoi vestiti di seta svolazzanti al vento e occhiali di tartaruga con cui non vedeva a un palmo dal naso. Sempre attaccata ai ricordi, al passato, ricordava i morti che non erano suoi, i bisnonni di papà di cui anche papà se ne fregava. E inventava giochi e giochi sempre nuovi quando mi accompagnava a scuola con il 36, la linea degli operai e dei pendolari, fortuna che il vecchio non l’ha mai saputo, non l’avrebbe mai sopportato, lui che ci avrebbe volentieri fatti accompagnare da una governante. A volte guardavamo il mare, ma Emma s’intristiva e diceva che in quei momenti avrebbe voluto distruggere il registratore di pensieri che Allah ci aveva messo in testa. Era diversa da tutte le altre, mamma. Una creatura speciale, scriverebbe papà nel suo romanzo, di quelle che per il semplice fatto di essere se stesse impongono le loro idee, e vincono, sempre. Perché hanno una forza che viene dalle viscere: il coraggio di osare. Volere. Agire. Rischiare. Imporsi all’immobilismo di questa reggia di cristallo, tra lo sterco dei cavalli e gli alberi di limone. Perché non credono al passato e il futuro è solo ciò cui non riescono a dare un perché. Non è nulla. Loro vivono solo per il presente. Papà esce da se stesso per entrare nel tormento di qualcun altro. Bastardi che prima di toccare il fondo si riscoprono bambini e sono disposti a diventare più buoni. E in un modo o nell’altro scrivono la storia e in culo i poveracci che tentano di cambiare le cose. Perché non è mai merito loro se il deus ex-machina decide di intervenire. Sia che perdano sia che vincano alla fine perdono comunque. Credo sia per una frase come questa che mamma se ne sia andata. Ma va’, ma come, una famiglia, il 36, i giochi… sì, penso proprio sia andata così. Nulla la legava a noi, per quanto ad ogni costo abbia tentato di inventarsi un passato a lei negato, un autore che fosse suo, una canzone solo per lei, un santo da pregare, un ideale da inseguire. E mio padre, per la prima volta ha imposto la sua volontà. Se porto addosso questo stupido nome tanto simile a un rombo nel vento è per colpa sua, di Ramon Nonnato, pardon Bennato, anche il caso ci si è messo a complicare la faccenda. Una tradizione di famiglia legata alla triste storia di un suicidio. Nelle parole di Miguel De Unamuno la Spagna ai tempi di Garcìa Lorca. Che se a Porta Portese una mattina del ’34 mia nonna avesse comprato i fumetti di Topolino, oggi papà sarebbe Paperone e io Minni. Una nota di malinconica mestizia: forse è scritto da qualche parte che noi saremo gli ultimi Bennato, pagando con la vita la nostra accidia.

Mio fratello Alberto ci ha già pensato, prendendo un espresso per i pascoli del cielo. Nel senso che l’ha fatta finita sui binari della stazione. Imbottito di coca. Non cola. Alberto era limpido. Puro. Profondo. Tanto simile a papà che riteneva sciocchi i suoi versi che erano davvero di un poeta, altro che i suoi romanzi. Scappava da tutto. Anche da sé. Con quella curiosa passione di buttare tutto nero su bianco. “Cerco una bocca per il mio grido” diceva. E quelle parole appiccicate per caso non ti comunicavano immagini e colori.

Non raccontavano e non spiegavano. Erano pietre. “Il mare o il vento che le hanno disegnate, poco più che un’ipotesi” mormorava spiegandomele. Leggeva sempre. Camminando per strada, sull’autobus, in bagno, sotto le coperte. Leggeva Least Heat-Moon, uno che sul seminulla di un buco di America ci aveva scritto sopra un volumone così di settecento pagine che ti ritrovavi sempre tra i piedi, dato il profondo ordine mentale di Alberto. Avrebbe voluto scrivere come lui, come quell’indiano dal nome chilometrico. Ascoltare la terra fino a sentirne il respiro. E poi andare a raccontarlo in giro. Sai cosa ho fatto oggi? Ho aiutato una formica a portare una mollica del mio panino, senza che lei se ne accorgesse. Ovvio che uno così doveva farla finita. Non tanto con la vita di per sé, ma con la comunicazione. Se in inferno non ci sono marziani come lui, allora è fottuto davvero. Credo che tutto questo gli venisse da quelle lunghe chiacchierate con mamma in giardino, quando parlavano delle montagne del Kurdistan e di quei segreti affascinanti che forse mi permetterebbero di capire qualcosa di questa stupida lettera.

– Emma della malora, Emma! – grida il vecchio dall’altro lato della casa. Come al solito avrà versato il brandy sul tappeto, dopo averlo visto scivolare dalla bottiglia al bicchiere fino a traboccare. Forse adesso piange mentre impreca contro Emma di cui sente la fragorosa risata e che pure non lo raggiunge.

Io certo non ci sarò quando si precipiterà in terrazzo. Sono stanca dei suoi capricci. Quando d’improvviso senti di doverti fermare e ti accendi una sigaretta. E tamburelli sullo sterzo fermo al semaforo. Quando rivedi la vita al rallentatore. O di volata in pochi istanti. Quando tutti ti sembrano felici e tu solo stai male. Quando ti svegli e ti accorgi che non l’ami più, che quella casa non è la tua, che quel sogno non è più il vostro. Quando ti versi una birra nel cuore della notte senza sapere cosa farai domani. Quando apri una lettera e ti accorgi di avere rincorso un miraggio. Di non avere capito nulla con la tua boria da intellettuale saccente.

 

21 Marzo

 

Ramona cara,

non passa giorno che non pensi a te, ad Alberto, a papà, alla nostra casina lontana lontana che mai più, questo è certo, potrò rivedere. Pensare e ricordare e guardare la mia cella con gli occhi del cuore mi stanno facendo morire lentamente, e trovare anche un solo motivo per scrutare il cielo dal lurido finestrino sono le mie uniche occupazioni. Non c’è sera e non c’è mattina, né lotta, né speranza, né resistenza, né resa in questa spasmodica attesa della morte. Aspettare. Aspettare e invocare sottovoce la fine dimenticati dallo stato che qui stato non è.

 

Cosa scrivi Emma? Quali follie?

 

E’ Primavera, giusto? E sento oltre questa cortina di silenzio la vita riprendere a pulsare. Ma non per me. Anche qui arriva l’eco del mandorlo in fiore ed il profumo di gelsomino. Com’è simile la Turchia all’Italia!

I miei aguzzini parlano una lingua che ha lo stesso sapore della costa messinese, sono scuri in volto come i pescatori del porticciolo. Ricordi le nostre lunghe passeggiate a guardare le barche uscire, il profumo di salsedine? Ricordi? Adesso nulla è più come prima, nulla pare avere più un senso. E tremo la notte sulla brandina. Prima contavo le ferite. Ci passavo sopra la mano e sentivo che mi dolevano. Ora neanche questo.

Resto immobile per ore ed ore, a domandarmi perché.

 

Già, perché? Rinunciare ai propri affetti, abbandonare un povero vecchio pazzo e un figlio drogato e una Ramona sconsolata? Se dentro di me adesso il rettilineo verso l’eterno è la linea del 36 al termine della quale tu non ci sei? Mi sono rimasti solo brandelli di un ricordo che a ricomporlo non mi dà più neanche l’ombra di come eravamo!

 

Forse crederai anche tu che io sia una terrorista, così come piace credere a tuo padre. Lui che è sempre vissuto di parole, solo di parole. Parole.

Le parole si sono fatte pesanti. Sono pietre. Dice bene Alberto. Ma il silenzio uccide. Il silenzio è uguale a morte. Ma quando cantavo Guccini, allora no, non potevo capire.

Tuo padre in questi anni è vissuto senza lasciare una traccia di sé, inventandosi mondi lontani, le cozze del golfo del Messico, le case dai tetti bianchi della California, lasciandosi morire di immagini… Spegnendo il mio entusiasmo, il mio divampante ottimismo. Se me ne sono andata, Ramona cara, è stato per amore, solo per amore. Un ossimoro vivente, direbbe papà. Un sogno lontano, forse solo l’illusione di un mondo un po’ migliore di quello che è stato dato a me. Papà ha sempre cercato un mondo fittizio dove annegare, di quelli che possono esistere solo nei romanzi, dove alla fine il bene va oltre e vince sulle tenebre e il dolore. Io ho provato a costruirlo: e se ti scrivo da una cella significa che questo era il giusto prezzo da pagare. Non so se sia giusto o sbagliato combattere per la libertà di un popolo, perché svegliandosi al mattino non abbia a temere di dovere abbandonare i miseri villaggi in fiamme, perché abbia diritto alla propria identità, perché non debba annullarsi per il benessere economico di un popolo più forte e potente armato fino ai denti, perché non debba rinunciare al suo passato solo per il prezzo della propria terra. La vita è un gioco. Ed in questa partita io ho perso e nessuno ha vinto. Ho perso il mio ieri, forse anche il mio domani, mi hanno strappato il nome che mi avevano dato i miei genitori, perché era kurdo, e di me, della mia famiglia, del nostro villaggio, di quella serenità, è rimasta una croce e una firma su un visto. Evhi sembrava essere morta per sempre, con l’arrivo di Emma in Italia. Ma in questo forse Ramon ha ragione: le nostre anime non cambiano, l’anima del mondo non cambia e possiamo soffocarla per soffrire meno, ma rieccola, quella fiamma, alimentarsi fino a divenire un incendio. La brutalità di queste carceri mi inaridisce, trasformandomi lentamente da donna in bestia. Non ho più cura di me stessa, che senso avrebbe d’altra parte? Mi deridono e mi umiliano. Qui dove il senso della vita sembra dissolversi nella polvere tra gli squittii dei topi. Qui dove anche morire significa vivere. Un modo per partecipare alle sofferenze del mio popolo. O di una parte molto piccola di essa. Capirai cosa voglio dire.

 

E invece no, non capisco per nulla, Emma… per nulla. Per amore di chi, di cosa? Di una storia che non ti appartiene, cittadina del mondo straniera?

Mi scrivi in un giorno di festa, lo so anch’io che il 21 Marzo è il giorno di Nawroz, del tuo capodanno, il momento di fare gli auguri e gioire e ringraziarci di essere. Ma che senso ha andare a morire, così, carne da macello, senza un progetto, se non quello di una sofferenza gratuita?

E che fare adesso? Bussare ad ogni porta per averti indietro, arrivare nelle stanze dei bottoni per salvare almeno te o accettare per noi una misteriosa follia? Avrei potuto fermarti, forse sarebbe bastato capire il tuo disagio.

Il colpo di frusta di un’onda furiosa. Il galoppo del vento nella pianura.

Il rombo di un fuoco divorante. Un ricordo di infanzia o l’infatuazione per un guerrigliero ti hanno condannata alla pena capitale: senza che nessuno lo sapesse. La storia passa sopra le nostre teste senza che ce ne accorgiamo.

E quasi mai facciamo qualcosa per deviarne il corso e poi che senso avrebbe parlarne in un mondo di sei miliardi di esseri che concorrono per la sopravvivenza? Vorrei davvero che Allah staccasse per una volta il suo registratore di pensieri, io che in questo casino non ho la forza neanche di spegnere quel dannato cellulare che non la smette di squillare. Indossa un maglione di filo blu. Grandi occhiali scuri. Per nascondere le lacrime. Ma si vede che ha pianto. Molto. Il volto congestionato. Stride con l’età questa sua curiosa aria da cantante solitario cileno. E’ un momento di lucidità o di esasperata follia? Guardiamo il mare. Dal terrazzo.

Da lontano. In cartolina. E’ ora di fare i conti. Di chiudere il bilancio. Per lui almeno. Per me, non so.

– Allora, come stai? – mi chiede.

– Bene. Hai preso il Tavor?

– Non fa niente.

– Chi?

– Il Tavor.

– Ma Terenzio non ti ha raccomandato altro…

– Stronzate, sono sano come un pesce. Volete farmi rimbambire. Ma io sto benone. Chiedilo ad Emma. Emma, ‘n’è vero che sto bene? Eh, Emma! Vieni, lascia stare Alberto, c’è Marta qui!

– Papà…

– Il Milan ha perso 3 a 2 contro la Fiorentina.

– Ma che dici?

– Tu credi che io sia matto, eh? Allora ascolta: lo sono davvero. E questo mi piace. Giuro che d’ora in poi me ne starò buono, buono, e non ti darò più fastidi. Ma leggimi questa lettera, ti prego. Leggimela.

– Hai perso gli occhiali?

– Merda, fa niente. Mi presterai i tuoi occhi.

– Dannazione!

La lettera è dell’ottantacinque. Praticamente, papà non vuole portarsi questo tormento da Alberto.

 

My dear, dear, dear ‘na cifra,

quante serate abbiamo trascorso così, a parlare una lingua tutta nostra fatta di inglese, spagnolo e latino! A ridere di questa strana società pastorizzata in cartoni di plastica, inteflonata, inscatolata! Padre, fratello, compagno: mi hai accolto quando la culla mi ha rifiutata, quando non c’era posto per me che dovevo giustificare la mia esistenza, la mia presenza. I tanti anni che ci separano non sono mai stati un problema per me… e se vado via non è colpa tua. No. Ma non mi basti più. E neanche io basto più a me stessa. La tenerezza è peggio della pietà. Me lo hai detto una volta. E non l’ho dimenticato.

 

– Avrebbe potuto dirmelo in faccia: Ramon, basta, mi hai stufato, mi sai di vecchio, quando mi dormi accanto, mi infastidisci, odio le tue novelle, e le tue camicie color avorio… una parola, un insulto, un silenzio… qualcosa che mi insegnasse a detestarla, col tempo anche a dimenticarla.

 

In Kurdistan il massacro continua. E pochi certo si salveranno da quell’inferno o avranno la fortuna di incontrare uno come te. Prendersi cura di uno sconosciuto per sentirsi un po’ meno soli… dear Ramon! Non posso più andare avanti, lasciare che questo continui senza muovere un dito.

Tornerò a casa. Semplicemente tornerò a casa. Se ce ne sarà bisogno aiuterò i miei amici del PKK. L’ho fatto già una volta. Quando ho permesso che mio fratello venisse in Italia per trovare riparo: ma è tornato indietro, perché non sopporta di vivere braccato con quella nostra terra in mano agli sciacalli. Credo che seguirò il suo esempio. Ma non parto sola. Siamo in tre: con Sherko e nostro figlio. Sherko è un poeta, come te.

Un po’ diverso, perché è perseguitato perché non vuole scrivere in turco.

E per il resto ti somiglia. Parla nel sonno. Traccia figure nella polvere.

Sembri tu, tradotto in kurdo. Non siamo sovversivi, non chiediamo neanche l’indipendenza, solo un po’ di autonomia, un po’ com’è nella tua bellissima città natale… Bolzano, giusto? La violenza non si vince con la violenza, e questa rabbia non può soffocarsi nel sangue. Già starai cominciando ad agitarti, detesti che si parli di politica, per me è fondamentale.

Comunque. Dimentica Emma, Ramon. Come la sta dimenticando Evhi. Nella fuga mi aiutano gli amici di Milano di Azad, che se gli aggiungi una “ì” diventa libertà. Buffo, però: mi hai sposata per regalarmi la cittadinanza e ti sono rimasta accanto innamorata. E ora che non ho più alcun interesse da salvaguardare vado via. Comunque. Siamo stati bene insieme. La pace forse è un’utopia. Ma se ci fosse solo l’ombra di poterla realizzare sarà più di una speranza. Un rischio da correre. Vorrò esserci quando un giorno sarà proclamato il Kurdistan libero. E se potrò esserci sarà stato anche merito tuo. Addio, my dear ‘na cifra. Addio Ramon.

Evhi.

 

– E’ colpa mia capisci, colpa mia!

– No, babbo, no: andremo fin dal ministro se necessario, raccoglieremo firme, scriveremo ai giornali… Emma è pur sempre una cittadina italiana! E poi non la uccideranno, perché la Turchia non può rischiare per una donna l’ingresso in Europa o che so io…

– Ramona!

– Eh, papà?

– Stronzate. C’è un fax di là, in salotto.

Le brutte notizie arrivano sempre subito. Magari non sole.

In salone non c’è un fax. Ma un bambino. Mio fratello: suppongo che si possa dire così. Un ragazzino sveglio; parla tre lingue, molto diverso da me che per imparare l’italiano ci sono stata vent’anni e ancora non lo conosco. Non parla quasi mai, come a non volere dare fastidi. Studia, fa compagnia a papà… quando poi è caduto nel suo sonno eterno se ne è andato anche lui. Come zio Alberto. Così si è avverata forse una profezia e dei Bennato non rimane più nessuno se non questa bisbetica zitella che ha ereditato il vizio del padre. Emma avrebbe certo trovato qualcosa da fare… io proverò a cercare qualcosa di Sherko, se era un poeta ne leggerò i versi, se era un musico ne canterò le canzoni. Prima lo farò nell’intimo della mia stanzetta: e quando non mi sarà rimasto più un filo di umano sentimento, quando saprò di essere divenuta davvero una bestia incapace di amare e prendermi carico dell’altro denuncerò questo schifo che mi aggroviglia le budella a tutto il mondo, metterò in ginocchio i potenti, farò piangere con me ogni benpensante d’Europa. Racconterò delle torture nelle carceri turche, dell’uomo calpestato nel suo elementare diritto di vivere… farò vergognare ciascuno della propria condizione di uomo… e quando tutti avrete sperimentato la mia rabbia e il mio dolore, quando sentirete il petto squarciarsi allora cominceremo a costruire un mondo diverso. In Kurdistan, grazie anche alla mia vigliaccheria, il massacro continua. E con armi italiane. Non occorre essere degli eroi per capire che qualcosa comunque bisogna fare, che così non può continuare. Quando capisci che ciò che ti capita non è un evento singolare. Che la vita non è un mosaico di dolore di cui devi portare il peso. Che la tua voce è la bocca per il grido disperato di un altro uomo. Quando non ti tiri indietro e semplicemente racconti, e racconti di questo mondo che non va più bene senza per altro distruggerlo. Quando non ti chiedi più perché ma continui a lavorare con impegno. Allora sai che non finirà. Non potrà mai finire. Ed è questo che ci rende vivi. Che ci rende eterni.