Regalo di Natale, Erica Massa_Firenze

_Racconto finalista ventitreesima edizione Premio Enerrgheia_2017
Miglior racconto da sceneggiare

 

1.

Interno borghese con ospiti

– Hei! Ma tu sei zio Foffo, non sei Babbo Natale!!

Angelica saltò giù dalle gambe di Alfredo, portando con sé la barba bianca posticcia con una luce ironica nello sguardo eccessiva per lo scricciolo di bambina che era.

La scoperta suscitò lo stupore degli altri bambini e lo sconcerto degli adulti: nel grande salone dove era riunita la famiglia Turini – padre, madre e figli con rispettive mogli e bambini – per trascorrere la vigilia di Natale, calò il silenzio. Ma solo per un attimo, il tempo che Alfredo riprendesse il solito tono scanzonato e alzasse le braccia in segno di resa, rivolgendosi ai bambini con un gran sorriso: – Va bene, va bene, lo ammetto, mi avete scoperto! Prima ero qui fuori sulla porta ed ho sentito dei campanelli… E indovinate chi era? Era Babbo Natale con renne e slitta!! Però era molto preoccupato, perché doveva consegnare i regali a tutti i bambini del mondo ed era in ritardo. E così io gli ho detto che potevo aiutarlo, travestendomi da lui per darvi i regali al suo posto… – Poi Alfredo assunse un’espressione triste: – Adesso però voi mi avete scoperto e Babbo Natale mi sgriderà per non essere stato abbastanza bravo e non mi farà più fare l’aiutante…

Restò in silenzio, i bambini, seduti a semicerchio con Angelica ancora in piedi nel mezzo, lo guardavano con bocche e occhi spalancati, finché Angelica gli restituì la barba: – Tieni zio Foffo, rimettiti la barba, noi possiamo fare finta che non lo sappiamo che sei tu, è vero? – Si girò verso gli altri bambini che annuirono contemporaneamente, ancora con le bocche spalancate. Poi scoppiarono tutti in una risata quando Alfredo ricominciò con un ‘Oh! Oh! Oh!’ a distribuire i regali; dopo pochi minuti la sala era piena di carta da regalo stracciata e giocattoli nuovi.

Diana si allontanò dal salone, con ancora il sorriso sul viso per la buffa scena del cognato con i bambini ed entrò in cucina, prese i vassoi con gli antipasti, che se ne stavano in attesa sull’isola. Li aveva preparati Lina, la ragazza che aiutava a tenere in ordine la villa a due piani che lei e Michele avevano comprato quando era nata Bea, la loro terza figlia, e l’appartamento in città era diventato decisamente stretto.

Andare a vivere in campagna era la scelta migliore che avevano fatto da quando erano sposati. Diana lavorava soprattutto in casa: era una traduttrice e a parte rari viaggi di lavoro, poi poteva lavorare nel luogo che più di ogni altro amava, il suo studio.

Prese il vassoio con il salmone e quello con l’insalata di mare e tornò nel salone, pieno di gridolini gioiose e chiacchiere:- Forza a tavola!! Bambini a sedere subito, altrimenti Babbo Natale si riporta via i giocattoli!!

La serata trascorse tra le portate, il buon vino, le risate di Alfredo, i litigi e i giochi dei bambini.

Alle due di notte la casa era finalmente piombata nel silenzio. Gli ospiti erano andati via tutti insieme e Bea dormiva già da diverso tempo sul divano.

Diana la prese e la portò a letto, poi mise i pigiamini ai due bambini più grandi che nonostante fossero eccitati dalla giornata, si addormentarono non appena misero la testa sul cuscino.

Scese le scale e si rintanò nello studio; avevano scelto quella casa quasi esclusivamente perché era stata folgorata dalla meravigliosa bow window che si trovava in quella stanza. Quando ci entrò la prima volta capì che lei e quel posto si appartenevano e così, mentre Michele e sua madre seguivano i lavori di tutta la casa, lei si era concentrata su quell’angolo, in cui sapeva che avrebbe passato gran parte delle sue giornate.

Si sedette sotto la finestra, sulla panca in legno che aveva disegnato da sola e poi aveva fatto fare su misura dal falegname. L’aveva rivestita con un una stoffa che aveva portato da un viaggio in Giappone: quando l’aveva presa non sapeva bene cosa ne avrebbe fatto, ma era rimasta affascinata dai colori che le ricordavano l’Onda di Hokusai e tornò da quel viaggio con una stampa della Grande onda di Kanagawa e quella stoffa. Ripose entrambe in un baule in attesa che venisse il momento di usarle e adesso erano nel suo studio: l’Onda appesa di fianco alla scrivania, la stoffa a rivestire il suo angolo preferito.

Si appoggiò ai cuscini, con la fronte al vetro della finestra e poi tirò su le gambe, ci intrecciò le mani intorno e poggiò il mento sulle ginocchia.

Se ne rimase così, in quella posizione raccolta e fetale, a contemplare il buio e il silenzio che ammantavano la campagna. Diana la conosceva a memoria e poteva ricostruirla nei flebili contorni bruni che concedeva la notte.

Entrò Michele che si sedette in silenzio accanto a lei, le prese i piedi, li mise sulle sue gambe e glieli massaggiò.

– Meno male che c’è Alfredo, con i bambini. Altrimenti avremmo dovuto chiamare una baby sitter per tenerli buoni stasera…-

– Eh già… – Michele quella sera gli sembrava più distratto del solito, ma stava bene?

– Certo, cara. Anzi… Buon Natale, amore mio.

Le porse un astuccio dal colore inconfondibile, tirato fuori da chissà dove. Diana lo aprì e rimase incantata di fronte alla catena con il cuore Tiffany, il bracciale che aveva sempre desiderato.

Rimase senza parole, perché Michele era così, riusciva sempre a toglierle il fiato, anche quando le regalava un semplice braccialetto. Lui l’aiutò a mettere il bracciale e poi si baciarono, appoggiati alla finestra. Rimasero così a lungo, finché Diana non si assopì tra le braccia di Michele, che continuò ad accarezzarle distrattamente i capelli, poi la scosse leggermente e le disse che era ora di andare a dormire.

Diana si stiracchiò, prese l’astuccio del bracciale e si trascinò per le scale. 

2.

Qualche ora prima, la mattina dello stesso giorno

Non ce l’avrebbe mai fatta: concludere tutte quelle grane e partire per dieci giorni con la famiglia. Era stato un pazzo a promettere a Diana una cosa simile: dieci giorni e lo studio senza di lui sarebbe sicuramente andato in malora.

Prese un respiro più profondo degli altri, come faceva sempre quando da lontano scorgeva l’ansia pronta a tagliargli in due il fiato, si allargò il colletto e il nodo della cravatta, poi chiamò la segretaria e le disse che era pronto per la riunione.

Il Turini & Soci era il più famoso studio penale della città, grazie al padre di Michele che vent’anni prima aveva fatto scarcerare – con un cavillo scovato in extremis – un banchiere accusato di aver ucciso la moglie e praticamente già con un piede nel carcere a vita.

Ma Michele era più bravo ancora di suo padre, per lui il lavoro era qualcosa di più di un semplice mezzo per vivere; era passione, adrenalina, endorfine. In fin dei conti l’unica cosa che lo facesse sentire davvero vivo.

I suoi collaboratori entrarono e presero posto intorno al tavolo per le riunioni: nessuno aveva digerito quella riunione di 24 dicembre alle otto del mattino e così tutti si misero a sedere di malavoglia.

Ma Michele non se ne accorse e per le successive due ore passò il tempo a dare dettagli minuziosi di quello che avrebbero dovuto fare gli altri in sua assenza: quali cause seguire meglio, cosa lasciargli per il ritorno, come comportarsi in caso di necessità. Quando la riunione finì, trattenne Roberta, la sua segretaria: c’erano ancora troppe cose da fare e lui non aveva ancora neanche comprato il regalo per la moglie. Ci avrebbe potuto pensare lei? Poteva prendere la carta di credito dello studio e spendere quanto riteneva necessario, concluse prendendo un respiro più profondo degli altri e allargandosi il colletto. Roberta sorrise e gli disse che poteva stare tranquillo.

Michele si lasciò risucchiare dal turbinio di cose da fare e le ore presero a danzare veloci sull’orologio da muro che aveva di fronte alla scrivania. Staccò gli occhi dalle carte solo per rispondere al saluto e agli auguri di qualche collega che andava via.

Durante la mattina lo chiamò anche Diana: aveva intenzione di rientrare ad un orario decente, visto che la sera ci sarebbe stata la cena di Natale con tutta la sua famiglia, oppure sarebbe sparito come al solito?

Michele fece un respiro profondo e si allargò il nodo della cravatta. Sarebbe tornato presto: era una promessa.

Guardò le carte che aveva sulla tavola che dovevano sparire alla fine di quella giornata e di nuovo fece un respiro profondo, poi le ore ricominciarono a danzare veloci senza che lui se ne accorgesse.

Quando rialzò gli occhi dalla scrivania, le carte erano tutte sistemate e l’orario di pranzo era passato già da un pezzo.

L’ultimo socio era passato a salutarlo due ore prima: nello studio era calato il silenzio prefestivo.

Sbuffò e pressò la mano sugli occhi, come faceva da bambino per vedere il buio diventare rosso e fare le stelline. Poi chiamò Roberta:

– Ti ho fatto fare tardi, dovrai tornare a casa…

– No, non ti preoccupare, è venuta mia madre dal paese. Ci sta pensando lei alla cena e ai bambini. E poi io aspetto mio marito che mi passa a prendere, quando finisce di lavorare…

– Già. come va il lavoro nuovo?

Roberta si sedette di fronte alla scrivania e posò l’astuccio color Tiffany sulla scrivania di fronte a lei. Guardò Michele, si tolse gli occhiali e dopo qualche secondo disse: – Bene. Per il momento – Roberta lo guardò – Speriamo che questa volta funzioni, però. Ah, guarda: per tua moglie ho preso un bracciale di Tiffany: è favoloso, la catena con il cuore. Sarà felicissima, vedrai. Se lo regalassero a me, farei i salti di gioia.

Il sorriso tirato le rovinò la limpidezza del viso. Ma Michele era di spalle e non se ne accorse. Stava di fronte al mobile da cui tirò fuori una bottiglia di vin santo e dei cantuccini, regalo di un cliente. Mise due bicchierini di carta sulla scrivania, uno a un capo e uno all’altro dell’astuccio di Tiffany, e si mise a sedere sulla poltrona a fianco a Roberta.

Quanti anni era che era la sua segretaria? Cinque? Sei? Roberta era arrivata con un disperato bisogno di lavorare, aveva tre figli e un marito che non riusciva a tenersi un lavoro. Da subito il suo miglior pregio era stato capire Michele al volo, senza neanche dargli modo di chiederle ciò di cui aveva bisogno.

Mentre bevevano e sgranocchiavano biscotti chiacchierando della famiglia, l’aria divenne elettrica ed entrambi smisero di colpo di parlare e si guardarono per un attimo. Ma subito abbassarono lo sguardo, perché capirono che si guardavano così per la prima volta.

La linea del collo, i capelli raccolti nello chignon morbido, gli occhi stanchi ma limpidi e grandi, le piccole rughe intorno agli occhi; Michele posò il bicchierino sulla scrivania e deglutì un eccesso di saliva.

E poi fu come se si stesse guardando dall’esterno: fu da fuori che vide la sua mano tendersi fino al piccolo pettine in osso che teneva su i capelli di Roberta e toglierlo.

Fu come se stesse osservando la scena da fuori che si vide alzarsi, prenderla per mano e portarla fino al divano, farla sedere di fronte a lui e iniziare a baciarla affondando le mani e il naso nei capelli morbidi che emanavano un lieve profumo di agrumi.

Si vide spogliare Roberta un po’ alla volta e la sentì fremere sotto le sue carezze. Poi tutto si confuse e fu un mescolio di baci, sensazioni, corpi, sentì l’abbraccio umido del sesso di Roberta, ne assaporò i capezzoli piccoli e la pelle trasparente e vide se stesso spingere dentro di lei sempre più forte, fino a quando l’orgasmo, che rese tutto confuso, arrivò esattamente quando lei gli infilò le unghie nella carne e inarcò la schiena consentendogli di entrare fin dove non credeva che sarebbe potuto arrivare.

Rimasero in silenzio per un tempo che sembrò infinito, poi Roberta si staccò dall’abbraccio, si rivestì silenziosamente, camminò scalza fino alla borsa e prese il cellulare.

– Devo andare, Fabio sta arrivando – La voce le uscì un po’ tremula – Buon Natale, Michele.

Uscì dall’ufficio senza voltarsi indietro. Michele restò ancora un attimo sul divano, poi ricominciò a vestirsi e quando si fece il nodo alla cravatta, notò con un sorriso di non avere bisogno di respirare profondamente per prendere ossigeno.

Prima di chiudersi la porta alle spalle spense la luce e tutto rimase al buio, ma solo per qualche secondo, poi Michele rientrò a prendere il pacchetto di Tiffany che aveva lasciato sulla scrivania. 

3.

Quarant’anni dopo, più o meno

Il giardino in autunno è un incanto: le foglie di centinaia di sfumature d’ocra si uniscono in un tappeto sontuoso e gli alberi si dividono in spogli e quelli che invece prendono le sfumature rosso brune tipiche della vegetazione invernale.

Diana passeggia lentamente e il crepitio delle foglie al contatto delle suole delle sue scarpe è l’unico rumore che rompe la quiete del giardino. Si siede su una panchina e si toglie gli occhiali da sole. Le rughe del viso tradiscono la sua età, ma a vederla da lontano sembra ancora una giovane donna.

Tira fuori dalla borsa un libro e inizia a leggere. Di tanto in tanto si distrae e guarda il loggiato rinascimentale di fronte a lei e – subito dietro – il grande Tepidarium, un imponente miscuglio architettonico di ferro e vetro: aveva sempre amato quella struttura solida e nello stesso tempo fragile che le ricordava se stessa.

Dà uno sguardo veloce all’orologio: tra poco si dovrà alzare per andare al nido a prendere Olivia, la sua nipotina più piccola.

Riprende a leggere qualche altra pagina del romanzo che ha portato con sè: lo aveva già letto decenni prima, ma da qualche tempo le era venuta la voglia di rileggere i libri che aveva amato di più. Lo aveva deciso quando si era resa conto che non ricordava più perché i suoi scrittori preferiti lo erano diventati. Ricordava vagamente la trama dei libri, ma non perché era stata affabulata dalle pagine, perché le ore si erano perse dentro la carta e così aveva deciso di ricominciare a leggere la sua biblioteca del passato: e scoprì che non era cambiato niente.

Le pagine le ricostruivano intorno le stesse cose che le avevano costruito quarant’anni prima e lei ritrovava le stesse emozioni che la rimettevano in contatto con quella che era stata.

Chiude il libro e guarda passare un runner in tuta nera con le strisce fosforescenti e pensa a quando era lei a correre in quello stesso giardino, prima che si trasferissero nella grande casa in campagna.

Si rimette gli occhiali da sole e guarda in su, verso il cielo, inspirando a fondo tutta l’aria possibile: come faceva sempre Michele.

Aveva sempre pensato che avrebbero trascorso la vecchiaia insieme, viaggiando, scambiandosi i libri da leggere, andando a teatro. Lo pensava anche il giorno che passeggiavano insieme sul Lago Trasimeno, sette anni prima. Erano andati un fine settimana in vacanza in Umbria, avevano ascoltato qualche concerto jazz, girato i paesini caratteristici e passeggiato per le campagne umbre.

Poi Michele aveva insistito per andare sul Trasimeno e fare una gita sull’isola di Polvese. Era in pensione – ci era riuscita a convincerlo – ma gli era rimasto il pallino dei casi irrisolti o poco chiari ed uno dei suoi preferiti era quello del mostro di Firenze e della morte misteriosa del medico umbro ritrovato al largo del Trasimeno. La sua morte era stata collegata alla vicenda del mostro di Firenze, ma mai spiegata. Era sempre stato affascinato, Michele, da ciò che la legge non riusciva a risolvere.

La mattina della gita non si sentiva bene, mal di testa le aveva detto, ma Diana non ci aveva fatto caso, gli aveva chiesto se voleva evitare di stancarsi, ma Michele era testardo e così andarono lo stesso sul lago.

Non aveva pensato che avrebbe dovuto salutarlo per sempre, Michele, neanche quando le si era accasciato accanto con il viso stravolto dall’ictus. Neanche quando i soccorsi non arrivavano.

Neanche quando era rimasta sola nella sala gelida del pronto soccorso.

Non se n’era resa conto neanche quando le si era avvicinato il medico e l’aveva sorretta per il braccio, e i figli.

Ma quando erano arrivati? Quanto tempo era passato? Chi li aveva avvertiti? le si erano stretti attorno.

Non se ne era resa conto durante il funerale laico, che si tenne nella cappella di famiglia.

E non se ne rese conto nei giorni seguenti.

La mancanza arrivò silenziosamente. Nei gesti di ogni giorno che prevedevano anche l’altro e che non c’erano più.

Nel bere insieme il caffè a mezza mattina.

Nel guardare la televisione l’uno accanto all’altra e nello stendere i piedi sulle sue gambe.

Nella conca del letto vuota.

E così a Michele si sostituì l’assenza. E Diana continuò a vivere la sua vita, facendo tutto ciò che avrebbe fatto se lui le fosse stato accanto, come se lui non se ne fosse mai andato via.

Guardò di nuovo l’orologio: era ora di andare a prendere Olivia a scuola, le sarebbe corsa incontro e le avrebbe chiesto la schiacciatina, faceva appena in tempo a passare al forno a prenderla.

Abbassò il braccio dell’orologio e il ciondolo di Tiffany fece rumore sul vetro del quadrante, Diana lo prese tra l’indice e il pollice e lo tenne così, tra le mani, accarezzandolo delicatamente: la catena con il cuore di Tiffany, il più bel regalo che Michele le avesse mai fatto.