Il tempo in cui si vive

_di Luca Rastello
Presidente giuria ventesima edizione Premio Energheia

paesaggiAbitare la casa che ci è data. Con dignità e facendo uso dei mezzi a disposizione, nel tentativo di capirne meglio la forma per renderla più abitabile. In fondo è soltanto di questo che si tratta. E la casa data è il tempo in cui si vive. Se i mezzi, poi, sono quelli della scrittura non si può fare a meno di pensare a Proust, convinto che “Il grande scrittore non è il più dotato della sua epoca, ma colui che sa farsene specchio”. Perché poi, quel minimo di comprensione che otteniamo – con l’ausilio di una buona narrazione – se ci sembra oscuro e insufficiente, può però essere destinato a germogliare in generazioni successive. Il lavoro non è poi molto diverso da quello dei copisti medioevali che in epoche violente raccolsero e trasmisero ai successori idee, immagini, forme e saperi che avrebbero schiuso – miracolo probabilmente irripetibile in quella proporzione – le ali all’avventura audace dell’umanesimo e del Rinascimento.
Non c’è bisogno di scomodare il concetto impegnativo di “realismo”: le crisi del secolo scorso sono illuminate altrettanto bene dai fari sghembi e dalle luci psichedeliche delle avanguardie di quanto non lo furono quelle del secolo precedente dal grande romanzo realista. Diciamo che da un confronto severo con quello che chiamiamo “realismo” non ci si può esimere, ma che l’esito del confronto può ben essere una forma di distacco, capace di non minore fertilità: “realismo” non è dunque che uno dei menzionati “mezzi a disposizione”. Ma è anche una specie di monito ad abitare, appunto, il nostro tempo, cercando la maggiore efficacia possibile. Un monito che la maggior parte dei testi presenti nell’antologia sa ascoltare, in primo luogo il racconto premiato nell’edizione 2014 che fa tra l’altro un uso sapiente e professionale dei registri del comico.
Essere realisti, oggi più che mai, significa puntare all’impossibile: cioè, magari, a un valore civile, etico – perché no: politico – dell’operazione di narrare. La narrativa attinge sempre all’esperienza profonda del soggetto che se ne fa autore, alle sue contraddizioni, ai suoi lati oscuri, che diventano risorse formidabili per una raffigurazione viva e non stilizzata. Non importa che si trasfiguri in fantasia o in quello che è uso dei critici un po’ all’antica chiamare “genere”: il materiale narrativo (a meno di scenari farlocchi, di cartapesta, buoni per il mercato più triviale) si sceglie sempre entro la propria esperienza. E l’esperienza incrocia fatalmente la sfera pubblica, il contesto storico, politico, sociale, degli anni attraversati dall’autore: una buona storia nasce sempre dall’esperienza diretta di chi scrive, e non importa che sia esperienza tradotta in vita vissuta o esperienza potenziale, magari repressa o addirittura osteggiata: il termometro è l’urgenza etica, la rilevanza che ha, per chi scrive, il potenziale critico che la storia a cui sta mettendo mano può avere nei confronti della vita reale.
Sono banalità, credo. Il problema sta nei mezzi, appunto: negli strumenti con cui si compie quest’operazione che si vorrebbe il più possibile onesta. Personalmente credo che ogni narrazione si confronti nientemeno che con il mito, inteso come un eterno presente, disponibile a tutti (indipendentemente da grado di istruzione eccetera), come serbatoio di storie archetipe che hanno dato vita alla grammatica con cui abbiamo costruito le nostre lingue per poter parlare del mondo e quindi per tentare di domarlo. E non, naturalmente, con il mito – quello caro ai nazionalisti – di un passato che viene rievocato soltanto per legittimare qualche potere del presente. Quel mito “genuino”, contrapposto a questo mito “tecnicizzato” (per usare la terminologia cara a Kerényi e Jesi) fornisce tracce narrative che puntano dritte come frecce al cuore dell’esperienza di chiunque, proprio perché puntano al cuore della sua grammatica. Ma fornisce anche altro: una sorta di passo di lato, un balcone sottratto per un istante dal flusso della Storia (quella con la maiuscola che ci travolge senza dare spiegazioni), e da cui è dato osservarla, la Storia, anziché subirla. Un osservatorio esterno e quindi critico, da cui è possibile distinguere meglio ciò che ci va e ciò che non ci va (per un istante fugace, certo, ma è proprio quell’istante che si trasforma in racconto), e sottrarsi al gran ballo delle retoriche e dei discorsi manipolatori che stordiscono le menti arruolando al consenso anche chi è convinto di militare dalla parte opposta a quella del potere (si provi a pensare con un po’ di coscienza analitica all’uso deobordante e falsato di concetti come “legalità” o “memoria”). Come dire che il mito tecnicizzato serve le retoriche del potere (qualunque potere), mentre il mito genuino fornisce un efficace strumento critico per decostruirle.
Ma il mito è materia incandescente: lo si maneggia soltanto con le armi della narrativa, diluendolo in un congegno romanzesco che, a sua volta, funziona se si costituisce con vite vissute, storia, etica, politica, con coordinate reali tratte dall’esistenza di chi si ostina a voler essere un soggetto libero, anche solo per quella libertà segreta che dà la scrittura.