Quello strano fiore rosso János Lackfi, Budapest (Ungheria)

Menzione speciale della Giuria del Premio Energheia Europa 2001*
Traduzione di Júlia Sárközy

Il testo nelle due lingue edito da Carocci editore

 

Non dico bene. Mio padre perse la mano prima che mio fratello e mia sorella venissero al mondo. Non poteva più lavorare, passava il tempo ad arrotolare tabacco amaro e gironzolava intorno a mia madre. Di qui l’improvvisa nidiata. Io allora avevo già tredici-quattordici anni. Un ragazzo fatto. Niente indicava che potesse essere diverso, che potessi anche non andare avanti da solo. Niente infatti cambiò. Mio fratello, mia sorella semplicemente mi sono nati appresso. Ci siamo scambiati sì e no dieci parole in tutta la vita. Perché poi mi trovai in bottega. Fui io a proseguire il mestiere di marmista. Ero un ragazzo ossuto e segaligno. La pietra mi andava a genio e anch’io a lei. Un gioco a due. Se la pietra è rabbiosa, risponde colpo su colpo e si sbriciola, si spezza, si rovinano i pezzi migliori. È così anche nella limatura. Se devi rimediare, è andata: non sarà mai più la stessa. Devi ingraziartela, la pietra. A me ha sempre obbedito. Solo chiese in sacrificio la mano di mio padre. Poi fu tutto a posto. La pietra aveva avuto quello che voleva e mi dava quello che volevo.

Non dico bene. Avvenne dopo che mio fratello e sorella nascessero. Fino ad allora mio padre era stato un uomo allegro, mordace, doveva trattenersi per non far ridere i clienti o per non fissare le vedove negli occhi. Ricordo che mentre scolpiva cantava. Le signore che passavano in bicicletta disapprovavano facendosi il segno della croce. «Forse è contento perché gli vanno bene gli affari, muoiono in tanti…», dicevano. Un senzadio, senza la dignità del mestiere. Molti evitavano mio padre. Se avevano un morto, andavano da qualcun altro. Non era difficile, mezzo quartiere intorno a noi sembrava una cripta. I giardini erano pieni di intagli, sculture, lapidi. Come se i morti, dal cimitero di fronte, si recassero qui per ammobiliare casa. Tutti vivevamo dei morti.

Noi bambini giocavamo a nascondino tra le tombe, vestivamo da bambola gli angioletti di pietra e il Redentore staccato dalla croce. A quei tempi me ne stavo di solito seduto sulle grandi coperture di marmo delle tombe a sgranocchiare caramelle. Me lo sento ancora sotto le natiche quel freddo imperituro.

C’erano sempre abbastanza clienti. Quelli che temevano i marmisti tedeschi, grossi e rossi, di viso e di capelli, e quasi sordomuti. Loro sì che avevano una dignità. Emanavano dignità come gli altri odor di grappa. Usavano solo il soggetto e il verbo, se potevano, tralasciavano pure i suffissi. Non gli scappava però neanche un centesimo al saldo finale. Mio padre invece era un raccontatore. Con la sua voce da baritono offriva e lodava le pietre come fosse al mercato delle bestie. «Questo marmo, prego, è come il latte. Come il burro. Guardi quant’è duro e quanto diventa liscio con la limatura. Lo tocchi, lo accarezzi. Con il palmo… con il dorso…» Oppure: «Ci appoggi sopra un attimo la guancia. È come la pelle di un neonato». Domandava anche del defunto. Di che cosa era morto, quanti anni aveva, se era cagionevole. Non era né troppo impiccione né burocratico. Nemmeno che volesse entrare in confidenza. Semplice curiosità. La vita che è curiosa della morte.

Quelli là, i nostri vicini, erano invece i boia della morte, lavoravano per lei. Muti, goffi, sempre mezzi a lutto, mezzi già morti. Mio padre era vivo. Con le maniche della camicia tirate sù, le bretelle, un berretto a visiera e la matita dietro l’orecchio. D’inverno una giacchetta corta gettata sopra le spalle. Sempre aperta sul torace. Sotto gli brillava il bianco della camicia. Da questa sua vitalità siamo nati noi tre. «Aveva troppa vita», dicevano le signore dopo il fatto, «Dio non perdona, ha sfidato il destino».

«Non perdono neanch’io», pensavo quando le sentivo parlare così. Tiravo per terra un filo spinato: «Venite pure a pedalare da queste parti.» Scendevano di sella doloranti. Non sospettavano di niente, nell’erba c’erano tanti chiodi di ferro e pezzi di vetro. Ma divennero di umore cattivo. Le penetrò la bile. Come il pungiglione di un’ape. Non salutavano più passando accanto allo steccato, spingevano oltre la bicicletta con la gomma a terra sbuffando e con la testa affossata tra le spalle. Si chiusero dentro i loro scialli. Abbassarono la cresta.       Quel pomeriggio me lo ricordo. Sentimmo un ululato dal cortile di dietro, dove mio padre stava lavorando su un blocco di pietra grigia pesantissimo. Come la sirena dell’attacco aereo o il coro dei cani, che quando inizia non si sa mai perché. Aveva un che d’un rito macabro, da mettere i brividi. Quel suono si levò come un’aquila sui campi e girò, girò sopra di noi, tanto da farci raggelare. A mia madre cadde la pentola dalle mani. Dalle mie l’automobilina. Quel suono cominciò a strisciarci su per le vene come un fil di ferro o come il veleno di un serpente. Orribile. Vorticoso. Ci vollero minuti prima che ci riprendessimo per correre là dietro. L’avambraccio destro di mio padre era incastrato sotto il blocco. Il suo corpo giaceva contorto e rantolante per terra come quello di un ranocchio. Raccontò più tardi che la lastra si era sbilanciata, lui aveva pensato di riuscire a tenerla, ma quando aveva cominciato a cadere, s’era tirato via solo a metà. Per fortuna, non gli era rimasta sotto, la testa. Quando arrivammo noi, non cercava più neppure di liberarsi. Ululava in modo uniforme, a occhi chiusi, come dormendo. Con mia madre sollevammo a fatica la pietra, quel tanto da far sgusciar via la mano. Mia madre si prese uno strappo. Da allora si lamenta per la schiena. Quel fatto lasciò un segno su ciascuno di noi. Mio padre continuava a scalciare a terra, guaiva, nonostante che il suo braccio, viola, squarciato, spiaccicato, fosse ormai libero. Faceva pause solo per prendere aria. Gli scuotemmo le spalle. Cercammo di tappargli la bocca con le mani. Ci morse. L’ululato passò attraverso le nostre mani.

Fu dunque un pezzo di marmo da un quintale e mezzo a portarsi via la mano di mio padre. Anzi, non la portò via, la lasciò lì, bella pressata. Quell’enorme lastra prima si mise a barcollare, senza decidersi, come poggiando da un piede all’altro, poi pensò di stendersi un pochetto a dormire. Mio padre riuscì a malapena a tirar via la testa. Altrimenti sarebbe rimasta là come una frittata, una focaccia, e allora niente fratellini e niente bottega, che sarebbe stata squartata da quei morti di fame dei fratelli di mio padre. Il braccio invece venne tenuto stretto dalla pietra, che lo schiacciò ben bene, pronto per essere incollato sull’album scolastico dei fiori. Con tutto il disegno ramificato delle ossa e delle vene.

Mi fermavo spesso ad ammirarlo, per puro divertimento, quando non avevo ancora preso in mano la bottega. In verità, nessuno pensava di affidarla a me. Mi consideravano ancora un ragazzo, anche se i miei polsi, lunghi e ossuti, scappavano fuori ormai dalle maniche di tutte le camicie dell’anno precedente. Non facevano molto caso a me. Mia madre, quand’era andata via con l’ambulanza, si era ricordata di me al momento di chiudere il cancello, per dirmi di scaldarmi la cena e andarmene a letto senza aspettarla. Non ero tanto ragazzino da non riuscire a badare a me stesso, ma le mie parole contavano meno di niente. Io andavo lì in fondo al cortile, dove quella pietra era rimasta con sopra quel disegno rosso. Non l’avevano portata via, nessuno se ne curava. Mio padre era già tornato dall’ospedale, dove gli avevano tagliato il braccio in tronco, e oziava vendendo anche una dopo l’altra le pietre in mostra, dato che non poteva scolpirne nessuna nuova. Certo, avrebbe potuto assumere qualcuno, ma era troppo orgoglioso. Disprezzava francamente gli altri, né aveva intenzione di mettere a lavorare qualche ragazzotto svevo dalla faccia rossa e lentigginosa. Intanto la mano di mio padre, come un fiore pressato nell’album scolastico, rimaneva là dietro nel cortile. Mano famosa! Quante volte aveva usato il coltello a serramanico, aveva schiaffeggiato, aveva pomiciato da giovane e poi, dopo, quanto aveva scolpito, limato, dipinto! Io andavo lì e disegnavo quello strano fiore rosso su un foglio strappato dal quaderno di scuola. Non lo lavava via neanche la pioggia, eppure piovve non una volta sola. L’orma della mano rimaneva lì, rossa. Al tatto la pietra era cambiata, come se quel disegno vi fosse stato impresso a fuoco. Una volta che l’ebbi ricopiato abbastanza ed ebbi nelle dita ogni suo petalo sinuoso, ogni suo ramo bitorzoluto, misi l’occhio su un’altra lastra. Senza sapere bene cosa facessi, lo disegnai con la matita e poi, preso dalla rimessa lo scalpello più affilato di mio padre, cominciai a incidere. Mio padre se ne stava all’osteria mentre mia madre lavava le camicie bianche, alle quali il suo signor marito non era disposto a rinunciare, nonostante la misera vista di quella mezza manica ciondolante vuota, o stretta in un nodo. Gridò qualcosa, per il rumore dello scalpello, come: ma che stai facendo, poi sbuffò. A quei tempi sbuffavano sempre, quando si trattava di me. Erano occupati con se stessi, si sentiva di notte, da dietro il paravento, quando nel letto mi dimenavo, perché avevo molto caldo e non riuscivo ad addormentarmi.

Incisi quel fiore che si espandeva nodoso e nello stesso tempo carino, ci passai sopra più strati di rosso, lo levigai, poi lo dipinsi di nuovo, come avevo visto fare mio padre. Mio padre nel frattempo tornò a casa, gettò un’occhiata dalla soglia verso di me, sbuffò, mangiò qualcosa, cambiò camicia e partì per il suo giro pomeridiano. Non beveva molto, per mancanza di denaro, stava semplicemente seduto per ore davanti a una birra, gli serviva compagnia maschile. Al posto delle sue lastre funebri.

Fu sul tardi nel pomeriggio, la luce durava a lungo e io ero indaffarato con la pietra, con gli ultimi ritocchi, quando uno mi si fermò dietro. Il cancello era aperto, non lo chiudevamo mai per i clienti, era aperto anche in quel momento, poteva entrare. Mi chiese a quanto glielo davo. «Questa pietra?», domandai sorpreso, poi gli feci sapere che era il mio primo lavoro, per togliergli la voglia. «Bello», disse lui: allora, a quanto? Io i prezzi li conoscevo dai discorsi serali che si svolgevano sopra la mia testa, feci il conto a mente e dissi una somma. Me la consegnò subito insieme ad un pezzo di carta scritto a lettere maiuscole: signora Kalikó, nata Rosalia Hovanyecz, 92 anni, vivrà per sempre nei nostri cuori. Per l’indomani con la scritta in oro. Ci mettemmo d’accordo su quando poteva venirlo a prendere e, allorché il tipo, grosso e panciuto, se ne fu andato fumando una sigaretta (lasciandomi davanti i suoi occhi suini, la testa grigia e arruffata, le labbra penzolanti), entrai di corsa da mia madre che stava stirando una delle innumerevoli camicie. Trionfante gettai i soldi sul tavolo. Sbarrò i suoi occhioni rotondi, come del resto fece mio padre al ritorno a casa, misero via il denaro e il loro programma notturno si fece più lungo e rumoroso del solito.

La mia insonnia venne poi ricompensata. Mio padre la mattina non andò all’osteria, si adoperò ad aiutarmi nella scultura delle lettere, mi passò gli arnesi e si mise lui, con la punta della lingua fuori dalle labbra, a dipingere in oro, che è una vernice delicata, le lettere incise. Il tizio grosso, un tipo di poche parole, arrivò puntuale, ammirò l’opera, chiacchierò con mio padre e gli passò la mancia, che lui, sia detto a suo favore, consegnò a me, subito dopo che l’estraneo se ne fu andato. Se la sarebbe potuta spendere in birra, non mi sarei ribellato. Non c’era molto da ribellarsi, io capivo a malapena cosa stesse accadendo. L’estraneo fece portare via la pietra da due con la carriola.

Da allora non ebbi più pace. Con la mancia comprai il mio primo pacchetto di sigarette e, nonostante prima non fumassi, cominciai a vivere quasi esclusivamente di fumo. Mia madre, adorata, doveva farmi ingoiare con la forza le sue patate in padella, le salsicce, gli spinaci con l’uovo sodo. Comunque crescevo, mettevo su muscoli, notavo che anche mio padre ogni tanto faceva scivolare lo sguardo su di me con più rispetto. La nostra vita tuttavia non cambiò un gran che, mia madre si arrotondava, aspettava mio fratello e io non me ne curavo. Qualche volta, quando mi accarezzava la nuca mentre mangiavo, col gomito sentivo la sua pancia. Di notte dormivo meglio, anche perché loro si comportavano con più attenzione. Poi venne costruita una nuova rimessa per gli arnesi e quella vecchia mi fu data come camera, per non dover sentire gli strilli del fratellino.

La bottega intanto prendeva il volo. E niente si vendeva meglio di quello strano fiore da brivido. Il cliente vagava tra i soliti mille campioni, perché facevo anche croci, angeli, iscrizioni con lettere gotiche, ma poi si fermava davanti ai miei fiori. C’erano quelli rossi su base di marmo grigio, bianco o nero, quelli bianchi o celeste chiaro su pietra rossa. Di tutti i tipi insomma. La specialità andava, si diffuse la fama, un cliente tirava l’altro. Ogni tanto, per vanità, prendevo la giacca, l’annaffiatoio, qualche fiore e andavo al cimitero. Scoprivo con non poca soddisfazione qua e là i miei fiori. Onoravo ogni morto che giacesse sotto di loro, togliendomi il capello.

Me l’hanno già chiesto in tanti che disegno è. Una volta è venuta anche una classe dall’Accademia. Il professore mi dava pacche sulle spalle, mi chiedeva se avevo qualcos’altro di simile o se il resto era robetta, i ragazzi osservavano il fiore borbottando, lo guardavano, lo palpavano, avevano delle belle mani grandi, adatte alla pietra, con dita lunghe e callose. Gli dissi che era un motivo egiziano antico, l’avevo preso dalla tivù, ai più semplici raccontai di averlo copiato da un portale transilvano. Ma quella pietra giaceva ancora lì in fondo al cortile, lei sapeva la verità. I miei fratelli, concepiti da quella verità, correvano lì. Mio padre e mia madre non dicevano niente. Mio padre continuava a spennellare l’oro strizzando gli occhi. Lui che non fumava mi chiedeva sempre una sigaretta. E quando l’aveva finita, il lavoro era pronto. Cambiava camicia e andava dai suoi compagni.

Adesso sono rimasto solo, la bottega va avanti a malapena. Bevo sempre di più, non mi fermo ai due bicchieri di mio padre. I fiori sono sempre più confusi, i clienti li capiscono sempre di meno. Tiro sù una pietra, ma non mi va più di metterla dritta. Se la guardo, devo fare un passo indietro: è come barcollasse. Mi senti? La mano di mio padre piano piano mi lascia. Non mi regge più. Scivolo.

 

* Il racconto è stato pubblicato, con il testo originale a fronte, in Scrittori ungheresi allo specchio, a cura di Beatrice Töttössy, Roma, Carocci editore, 2003, pp. 248-259.