Quel terzo che ti cammina accanto_Dario Fani, Roma

_Miglior racconto da sceneggiare decima edizione Premio Energheia 2004.

 

Chiusa nella sua giacca di pelle nera tornò ancora una volta in quella stanza. Non riusciva a starne lontana. Aveva paura di dimenticare qualcosa pur avendo deciso di lasciare tutto.

Passò davanti allo specchio. Erano secoli che non si vedeva struccata: il sudore le appiattiva i capelli sulla testa, aveva le labbra smunte e il volto pallido. La camicetta da gialla in alcune zone s’era fatta arancione, tanto era sudata e attillata alla pelle. Era tesa e sentiva il corpo passato da brividi di freddo e vampate di calore.

Si chiese se, una volta andata via, avrebbe resistito alla nostalgia di quelle stanze chiassose e vivaci con un viavai di gente e feste annunciate in continuazione. È vero, a volte c’erano anche persone che facevano paura, ma nessuna davvero pericolosa, non per lei, perché Isabella era lì, sempre pronta a proteggerla. Isabella.

Certo, non voleva andarsene senza rivedere Isa. Ma doveva andare: adesso, perché in un altro momento non avrebbe più trovato il coraggio. Su un foglio di carta, scrisse: “Vado via. Grazie di tutto. Di tutto quanto. Non dimenticarmi. Monica. E che tu possa crepare, Strega!” Rise. Infilò il biglietto in una busta bianca e sistemò la busta chiusa sulla cornice dello specchio d’ingresso. Ora doveva andare. Presto sarebbe arrivato l’unico uomo che Isabella accettava in casa e lei non voleva incontrarlo. Temeva di trovarsi di fronte il suo sorriso scaltro, d’uomo vissuto e infido. Queste erano le contraddizioni di Isabella, le sue follie. Lei non avrebbe fatto sedere il più caro e dolce degli uomini al suo stesso tavolo, neppure per un saluto, e poi la notte si faceva sbattere da quello lì, che aveva due cicatrici profonde che s’aprivano sul petto, era sporco e puzzava. Era un controsenso vederlo accostato a Isabella: lei possedeva una bellezza e un’eleganza inquietanti, da mettere in imbarazzo.

Uscì sul pianerottolo e chiamò l’ascensore. Tremava. Controllò se nella borsa sportiva, nera e viola, avesse messo ogni cosa. Era la stessa con la quale s’era infilata in quella casa cinque anni prima. C’era il cardigan blu, il primo regalo di Isabella e il suo peluche. Nella ricerca contò anche gli slip e gli assorbenti. Incartata in una busta del pane aveva messo una brioche, in quei giorni sentiva costante il bisogno di masticare qualcosa.

Udì un rumore dall’androne, rapida salì al piano superiore. Temeva fosse quell’uomo. Le parve di sentirne l’odore.

L’ascensore arrivò, era vuoto. Guardò lungo le scale e riconobbe il signor Savoca, il padrone di tutto lo stabile. Lo vide infilarsi dentro casa, al secondo piano, e si ricordò della volta in cui, nell’ascensore, quel maiale le aveva messo una mano sul petto e le aveva sussurrato qualcosa nell’orecchio. Erano solo sei giorni che si era sistemata da Isa, ancora non capiva.

D’istinto gli aveva mollato un ceffone e lui gliel’aveva ridato, poi per fortuna si erano aperte le porte dell’ascensore ed era fuggita via. Isa aveva riso di cuore quando lei, ancora scossa e stupita, gliel’aveva raccontato. Il giorno seguente l’aveva portata dal signor Savoca e aveva chiarito ogni cosa, come solo lei sapeva fare. E dopo quel giorno le aveva chiarito tutte le altre cose.

Rapida s’infilò dentro l’ascensore e premette il pulsante di terra. Scendendo pensò che se davvero Isa fosse stata di buon cuore quel primo giorno l’avrebbe rispedita a casa, subito.

Senza nemmeno farle varcare la soglia di quell’appartamento.

Le avrebbe chiuso la porta in faccia e l’avrebbe rimandata indietro con intatta la sua ingenuità. Le sembrò incredibile quanto tempo avesse messo ad ammettere la verità a se stessa.

Cinque anni: un’eternità! E poi era ancora se stessa?

Dopo quel pensiero aprì con forza il portone, tirandolo a sé. Attese, ferma sulla striscia di marmo bianco dell’androne e le parve di dover fare un tuffo sott’acqua. Inspirò a fondo, poi si gettò nella semioscurità della strada. Provò l’autostop e poi rinunciò. Camminò fino alla fermata, fermò il primo autobus che passava e vi salì.

Guardava le luci della città scorrere lungo il vetro. La colse la paura di allontanarsi troppo, ma troppo da dove?

Sarebbe arrivata fino alla stazione e lì avrebbe preso un treno che l’avrebbe riportata a Vibo Valentia, dalla sua famiglia.

Quale famiglia? Cinque anni prima non era scappata via da quell’orribile luogo che era la sua famiglia?… ma a cosa stava pensando?!

Fu presa da un senso di nausea. Via Cortina D’Ampezzo era una strada tutta curve e in salita. Sentì il bisogno di andare in centro, dove c’era movimento e gente. Aveva bisogno di confondersi fra gente normale, coppie, signore, ragazze e ragazzi da bar.

Piazza Navona faceva al caso suo. Uno spazio grande, col rumore dell’acqua nelle fontane e i piedi di marmo giganti delle statue, rassicuranti: stabili.

Il cielo era scuro e tirava vento. Arrivò a Largo di Torre Argentina, la camicetta sudata le si appiccicava sulla schiena e la riempiva di brividi di freddo. Di fronte all’ingresso del teatro stavano alcune signore avvolte in pellicce grandi e calde, con gli ombrelli aperti, anche se ancora non pioveva.

Attraversò Corso Vittorio senza badare all’indicazione del semaforo e qualcuno le suonò dietro. Si afferrò alla balaustra di ferro e guardò i ruderi chiusi nel quadrato del giardino sotto di lei. Marmi millenari. Strinse le mani sulla ringhiera e per un momento ebbe il timore di vomitare. Deglutì.

Dall’altra parte il caotico, circolare degli autobus e le luci colorate della libreria Feltrinelli. Per un momento pensò di entrare lì e aspettare; ma non sapeva cosa, forse l’ora di chiusura.

Poi attraversò di nuovo la strada, incurante del traffico. Altri insulti, col vento che scuoteva i lembi dei manifesti scollati dai muri. Svoltò nel primo vicolo lasciando il viavai frenetico di Largo Argentina.

Aveva di nuovo freddo. Si incamminò, decisa, verso la piazza, per quanto non sapesse minimamente da che parte fosse.

Sapeva però che era quella la sua destinazione, anche se non era più certa di volere confondersi con la calca della gente.

Non era più certa di niente. Le girava la testa e aveva un dolore fitto ai reni; aveva bisogno di una farmacia e di un dottore, un buon dottore che le prescrivesse del Toradol o del Contramal.

Ma non c’erano farmacie in quella zona e neppure dottori.

Forse le bastava trovare qualcuno che fosse buono con lei. Uno chiunque, uomo o donna non aveva importanza ora.

Anzi fosse stato un uomo sarebbe stato meglio. Dopo cinque anni aveva voglia di trovare un uomo gentile con lei, capace di esserle vicino senza chiedere altro.

Continuò a camminare. Aveva paura. Il vicolo era più buio della strada e dal fondo vide avanzare qualcosa. Era un cane, aveva il pelo rado e nero, le arrivò vicino con la coda bassa fra le gambe e la testa china. Il muso era schiacciato, strano. S’intuiva che era affamato. L’aspetto era deprimente, ma vinta la prima diffidenza Monica gli passò una mano sul dorso. Poi cominciò a grattargli sotto il mento: la bestia prese a scodinzolare. Lei s’inginocchiò e fissò gli occhi del cane.

Tutt’intorno il bulbo era rosso e striato e la pupilla era opaca come ci avessero steso sopra un velo di colla o di cera. Era cieco ma ce la faceva da solo. La cosa la rincuorò. Rovistò nella borsa e tirò fuori la brioche, la spezzò e ne gettò a terra una metà. Il cane, dopo averla annusata, la ingoiò. Era affamato. Monica lanciò in terra anche l’altra metà e si allontanò. Il cane la seguì. Le sembrava assurdo che quella bestia la seguisse, ma un po’ le faceva piacere.

Continuò a muoversi fra i vicoli stretti del centro cercando di capire da che parte fosse la piazza, arrivò a via del Governo Vecchio, proseguì fino al busto di Pasquino, poi svoltò per Santa Maria dell’Anima e alla fine, passando per via di Santa Agnese, sfociò nella piazza.

Rimase stordita dall’improvvisa esplosione di suoni e rumori, restò nascosta nell’ombra del vicolo; poi cominciò a camminare. Andava via con passo veloce, quasi avesse fretta di attraversarla tutta. Per fare cosa poi? Non lo sapeva, questo davvero non lo sapeva. Accelerò il passo e finì per scontrarsi con una donna: le fece cadere la borsa in terra insieme ad altri fogli. “Ehi!” disse l’uomo che l’accompagnava e si precipitò ad aiutarla a raccogliere le cose che dalla borsa erano scivolate sull’asfalto. Lei non disse nulla. C’era anche una bambina con loro, una graziosa bambina che stringeva una borsetta di plastica rossa. Le diedero l’idea di un’immagine serena e provò l’impulso di riempirli di insulti e parolacce, ma la bambina continuava a fissarla; la fissava con occhi grandi e sinceri, tanto da metterla in imbarazzo e allora, senza dire nulla, indietreggiando, si allontanò.

“Va tutto bene” si ripeteva, mentre pensava che insieme alla notte sarebbe sceso un freddo ancora più intenso e lei non sapeva dove andare a dormire, e di certo non aveva soldi per l’albergo. “Va tutto bene”, mentre pensava che non sarebbe mai riuscita a vivere senza Isa che le dicesse cosa fare e cosa non fare, quale mascara mettere e che profumo comprare.

Aveva anche l’impressione di essere seguita, ma non voleva voltarsi, temeva di ritrovare gli occhi di quella bambina e di non riuscire a sfuggirli più. O, peggio, il volto bello e rassicurante di Isabella che le diceva che era arrivato il momento di finirla con quel capriccio e tornare a casa e non sarebbe riuscita a dirle di no. La sensazione però era così forte che alla fine si fermò e si voltò: il cagnaccio nero a tre metri da lei scodinzolava. “Idiota! Sei tu!” gridò “Perché mi segui?!”

Lo fissò. “Che altro vuoi da me?” Il cane s’accucciò a terra e strisciando le si avvicinò. Quando fu, a meno d’un metro le offrì la pancia. “Vuoi altre carezze? No… tu vuoi un collare col nome. Questo vuoi?… be’ io non so dartelo un nome… vattene via!”

Si sentì stupida a parlare con un cane randagio, nel mezzo della piazza. Riprese a camminare e si trovò di fronte a un muro di persone: seguivano lo spettacolo d’un mimo. Anche lei si fermò. Un uomo l’avvicinò, lei neppure lo guardò. Era attratta dai movimenti agili ed eleganti del mimo. C’era anche una musica dolce che sembrava nascere da quel corpo in movimento e si diffondeva nella piazza. Le dava serenità. Ma poi la musica s’interruppe e venne un rullio di tamburi. Fitto e angosciante. Lei fu presa da un’improvvisa ansia. Vide l’omino chinare la schiena per infilare la testa nelle immaginarie fauci di una belva e un brivido l’attraversò. Il rullio aumentò e lei corse via. Aveva paura che qualcosa di terribile potesse accadere, temeva che la belva potesse staccare la testa al mimo.

L’uomo che era al suo fianco la seguì.

“Ragazza! Ehi ragazza!”

Lei si voltò.

“Queste sono venute via dalla tua borsa”.

Erano un paio di mutandine bianche di pizzo. Monica le guardò e rise.

Lui non sembrò in imbarazzo. “Lo prende un caffè?”

Lei annuì.

“Andiamo” disse l’uomo e le prese la borsa dalla spalla “ho l’auto parcheggiata qui vicino”.

Lei lo seguì contenta che qualcuno le avesse tolto il peso della borsa di dosso. Prima di lasciare la piazza, da lontano, avvertì rauco l’urlo feroce di un ruggito: ebbe un sobbalzo, lui rise. Salirono in macchina e cominciarono a parlare. Nella macchina l’ambiente era caldo e il sedile morbido. Sarebbe rimasta volentieri tutta la notte lì. Lui ogni tanto le faceva qualche domanda e lei raccontava ogni sorta di bugia che poteva farle comodo in quella situazione.

“Abito a dieci minuti da qui” disse alla fine lui. Lei annuì, sapeva rispolverare anche l’ingenuità dal profondo del suo animo, quando le tornava utile.

Fuori aveva iniziato a cadere una pioggia leggera e fitta.

Lei guardò attraverso il vetro bagnato. Il cagnaccio nero era ancora lì.

Entrò nell’appartamento senza indugio: era una soluzione per quella notte. Aveva bisogno di un bagno caldo o una doccia.

Lui andò a prepararlo. Lei s’infilò nella camera, si sentiva i piedi gonfi e pesanti. Tolse le scarpe e poi la camicetta. S’abbandonò sul letto stanca e con movimenti lievi cominciò a sciogliere i nervi del collo. Sognava le mani vellutate e morbide di Isabella che le massaggiavano le spalle. Chiuse gli occhi.

Non ebbe neppure il tempo di riaprirli che se lo ritrovò sopra, pure lui mezzo nudo e ansimante. Idiota!, pensò e non sapeva se era detto a lui, a se stessa o a tutt’e due insieme. Idiota, pensò e lo lasciò fare.

Si voltò piena di angoscia e nella penombra della stanza lo fissò. Era il solito schifoso uomo avido di sesso, pronto ad approfittare di lei e della situazione e poi russare. Esistevano le creature dei suoi sogni? quelle capaci di toglierti ogni confusione, quelle capaci di darti calore e affetto? Gli angeli che ti preparano un cioccolato caldo, ti rimboccano le lenzuola e ti raccontano una favola, una di quelle norvegesi piene di fiori, elfi e fate. Quelli che ti lasciano addormentare con un sorriso.

Dov’erano? Niente, solo un maschio che ti salta sopra mezzo nudo e ansimante. Ecco! che ti vuoi aspettare da un maschio? le avrebbe detto Isabella ridendo. Isabella.

Continuò a fissarlo mentre dormiva. Per un momento pensò che avrebbe potuto piantargli la lama di un coltello da cucina nel petto e andare via. O aprire il rubinetto del gas e far esplodere l’appartamento, o chissà che altro… nessuno sarebbe mai arrivato a lei. Insomma poteva farlo crepare in qualunque modo restando impunita. L’idea l’affascinò per qualche istante. Ma non aveva mai ucciso nessuno, né pensava di farlo: anche fosse un maschio. Rise. Era stanca, molto stanca e ancora spaventata. Doveva dormire. Domani avrebbe preso qualche decisione sensata. Tirò la coperta sopra la testa e per un attimo le venne da piangere. Pensò a Isabella. Cosa stava facendo Isabella ora?

Si accovacciò, con le gambe raccolte sul petto; aveva freddo ma iniziò a sudare. Avrebbe voluto voltarsi e trovare la pelle morbida di Isa vicino a lei, sentirne l’odore, avrebbe infilato la testa nel suo seno e atteso qualche carezza… no, doveva convincersi che era tutto finito. Isabella era come uno di quei marmi del giardino. Non erano trascorse dodici ore da quando aveva lasciato quella casa, ma mille anni. Mille anni fa aveva vissuto insieme a Isabella. E nella testa non aveva più ricordi di quei giorni, ma ruderi. Marmi millenari.

Si sforzò di non pensare più a niente e si addormentò.

La svegliarono i raggi che filtravano dalle persiane. Aveva la bocca pastosa e asciutta. Tanta sete. Sul tavolo della cucina trovò un biglietto profumato. “Sei stata una coppa di champagne, nel deserto della mia vita. Aspettami torno presto. Tuo Marco”. Lo lesse due volte, rise. Sopra c’era segnato anche un numero di cellulare. Prese una biro, rigirò il foglio e ci scrisse sopra: “Un briciolo d’umanità t’è uscita. Addio, Bastardo”.

Fece colazione e un bagno caldo. Mise un paio di asciugami nella sua borsa sportiva e un momento prima d’andare via tornò in cucina, prese il foglietto dal tavolo e se lo infilò nella tasca della giacca.

Scese le scale rapidamente, aprì il portone e guardò in cielo: c’era un bel sole.

Lo vide, accucciato vicino ai cassonetti dell’immondizia.

Era il cagnaccio spelacchiato e nero di quella notte. Si alzò di scatto e le andò incontro scodinzolando.

“Brutto idiota che non sei altro!” gridò lei. “Ma non ce l’avevi un posto migliore per andare a dormire?!”. Si inginocchiò e lo carezzò sotto il collo e sulle orecchie. Il cane starnutì. Sembrava ancora più magro e malandato del giorno prima. Lei entrò nel primo bar, comprò tre brioche e le gettò in terra. La bestia ci si avventò sopra. Lei gli diede un’ultima pacca sulla testa e si allontanò.

Cominciò a camminare. Camminò a lungo, poi presa da un sospetto si voltò. La bestia ancora la seguiva. “Che vuoi? Che altro vuoi!?” gridò divertita. “Ho finito le brioche. Maschio opportunista!”, rise. Riprese a camminare, col cane dietro, seguendo il corso del Tevere.

Si sentiva rinfrancata dalla doccia e dalla colazione. Prima di attraversare il lungotevere si rivolse di nuovo alla bestia: “Perché mi segui idiota?! Non l’hai capito?!”

Il cane si bloccò e chinò il capo timoroso. “Vuoi un nome?! È questo che vuoi?! Ma io non sarò mai capace di darti un nome! Vicino a me resterai sempre un bastardo randagio senza nome”. Detto questo traversò la strada, certa che il cane non sarebbe stato in grado di oltrepassare quella barriera di smog e lamiere. Alla Mole Adriana svoltò per via della Conciliazione. Maestosa, in fondo alla via, c’era la Basilica di San Pietro. Si fermò e la guardò. Era splendida e decise che sarebbe salita su quella cupola perché in cinque anni che era a Roma non l’aveva mai fatto. Camminò sui marciapiedi larghi e bianchi della via e le parve quasi che fosse la Basilica a venire incontro a lei.

Arrivata al centro della piazza andò a bere ad una delle fontanelle e si sciacquò il viso. Ricordò di aver letto dell’esistenza di un punto in cui tutto il colonnato spariva alla vista, dietro la prima fila di colonne, come per via d’un colpo magico di bacchetta. Forse era una leggenda, ma si mise ugualmente a cercare. Quando trovò il cerchio blu sul selciato ci mise con attenzione i piedi sopra e prima di alzare la testa si fece una promessa: era una promessa importante e difficile. Qualcosa le diceva che sarebbe riuscita a mantenerla se quella leggenda si fosse dimostrata reale. Ma nell’intimo avvertiva che non poteva esser reale. Alzò lo sguardo verso l’abbraccio del colonnato.

Rise. L’allineamento perfetto era vero.

Continuò a guardare eccitata davanti a sé: l’infinita distesa di colonne era sparita, scomparsa dietro la prima colonna di ogni fila. Alzò lo sguardo al cielo: il sole faceva brillare la croce sopra la cupola. Si sentì piena di energie e forte, forte e serena come non lo era mai stata prima. Udì guaire alle sue spalle. Si voltò incredula. Quella meravigliosa creatura l’aveva attesa per una notte intera sotto la pioggia e il vento, aveva attraversato un incubo di lamiere e smog e fiduciosa ancora la seguiva. Scosse la testa. Quel cagnaccio cieco, bastardo e randagio era lì. Le venne quasi da piangere.

“Andiamo Angelo”, disse rivolta alla bestia.