Quando… di Achille Basile

Quando, quella mattina, Achille Basile aprì la posta elettronica ebbe un tuffo al cuore: dopo un Booking.it e un Trenitalia c’era un messaggio di Energheia. Il suo racconto era tra i finalisti e lo invitavano a partecipare alla cerimonia di premiazione il 15 settembre alle ore 20 nel giardino del Museo Ridoli a Matera, era gradito un cenno di adesione. Senza pensarci un attimo rispose che ci sarebbe sicuramente stato. Poi si abbandonò contro lo schienale della poltroncina e rimase ad assaporare l’emozione con un sorriso grande che era quasi una risata. Quella nomination era proprio quella che ci voleva per rafforzare la sua autostima e perseverare nella scrittura. Mai si sarebbe definito uno scrittore, aveva un lavoro appagante e molte passioni, la scrittura era una di queste e non avrebbe saputo fare una graduatoria. Le altre passioni tuttavia si valutavano da sole, le sue api un anno facevano un ottimo miele un altro non ne facevano affatto, un’immersione a 40 metri doveva piacere solo a lui. Per la scrittura era diverso. Diceva sempre che la fatica dello scrivere era un piacere in se stessa, amava quando il testo sembrava scriversi da solo e anche quando le parole si inceppavano e ci volevano ore per trovare quella giusta. Amava anche quando, facendo tutt’altro, un’ immagine, un volto, una frase gli suggerivano improvvisamente un mondo ed una storia, gli piaceva continuare a pensarci per giorni fino a scriverla nella sua mente. Ma si scrive per condividere e ad un certo punto non basta il giudizio poco credibile di amici e familiari ce ne vuole uno vero ed ora quello era arrivato e positivissimo per giunta. Essere uno dei cinque finalisti di un premio così importante valeva più di una pubblicazione, un libro può avere successo o meno per tanti motivi estranei alla scrittura, un premio come Energheia era tutto letterario i lettori e la giuria concentrati solo sul testo. Certo sperava di vincere ma sapeva che la vittoria se anche fosse venuta non gli avrebbe dato la gioia che provava in quel momento.

Bisognava però arrivarci a Matera, così lontana e senza TAV. Dopo aver cercato invano di far coincidere le coincidenze decise di attraversare l’Italia in macchina. Scendendo verso sud ritrovava l‘aria di casa, superata la sua città si inoltrò tra terre sempre più aspre e solitarie. Conosceva già il paesaggio lucano ma non se lo ricordava così evocativo. La perfetta superstrada scorreva tra colline e calanchi dalla luce irreale, niente stazioni di servizio, niente bar, nessun essere umano. Struggenti fattorie abbandonate dominavano dall’alto campi a tratti coltivati, più spesso incolti. Su tutto pace e silenzio.

Di Matera gli piacque tutto, i Sassi naturalmente e lo sbalordimento della gravina, ma più di tutto la Matera barocca, quel susseguirsi di palazzi e chiese in tufo chiaro che assorbe e rimanda una luce diversa col passare delle ore. Passeggiò a lungo, perdendosi volutamente tra scale e stradine ovunque notando la perfetta pulizia ed un silenzio di fondo interrotto da sole voci umane. Perché gente ce n’era: turisti tantissimi ma anche tanti abitanti, forse perché era sabato ma sembrava che tutti i materani fossero scesi in strada a godersi la loro bella città. Matera, pensò, è viva speriamo che non diventi mai una città museo.

Finalmente arrivarono le 20, raggiunse il giardino del Museo un po’ in ansia allergico come era alla mondanità ed alle cerimonie ufficiali. Subito si tranquillizzo, l’orario era puramente indicativo, gli invitati arrivavano con tutta calma, con tutta calma si fermavano a chiacchierare, con calma presero posto. La cerimonia conservò per tutta la durata la sobrietà e la spontaneità delle cose serie. Lo colpì la presenza di tanti giovani, le ragazze palesemente intimidite, i ragazzi ostentanti disinvoltura ed autoironia. Fu bello scoprire che anche loro, nativi digitali, erano affascinati dalle parole scritte su carta. Tutti i finalisti ricevettero in dono una ceramica di Matera: una donna affacciata alla finestra di una casa antica, metafora del Premio Energheia, le parole che nascono dalle nostre radici e vanno verso il mondo.

Poi, come si concludevano i temi alle elementari, Stanco me felice tornò a casa.