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Kaleidos, racconto fotografico

Pioggia e lacrime

fotoracconto vincitore Premio Kaleidos Africa’s Pictures 2012_di Alessandro Pio Gliaschera
sezione 18-19 anni

Un’ombra si fece strada lungo quei tetti bassi. Alzai lo sguardo: una nuvola avanzava lenta verso il sole, lo raggiunse, lo avvolse nella sua veste imponente. Quelle lamiere che prima riflettevano la luce, ora si spensero, private della loro unica energia. Anche l’asfalto di nuda terra ai margini dei fabbricati si fece più scuro. Dove sono? Mi guardai intorno, ma riconobbi quel posto solo dopo un attento esame. Era uno spiazzale sopraelevato, non troppo distante da casa mia, ma avvertivo qualcosa di diverso in quel luogo; qualcosa di spettrale. Il posto era deserto, come non lo era mai stato, e inverosimilmente silenzioso. Una folata di vento freddo tese le pareti di stracci che a stento offrivano un po’ d’intimità alle numerose famiglie che vi cercavano riparo. Eppure, quel soffio, non lambì la mia pelle scura, ma la ignorò come solo chi non sa, riesce. Nulla era cambiato in apparenza: il piccolo ruscello, i vicoli polverosi, gli ammassi di case… niente aveva mutato il suo naturale scorrere, eppure avvertivo un senso di assurda malinconia che giungeva dal profondo di quell’ammasso disordinato di baracche che si snodava oltre la mia vista. Mi avvicinai alla ringhiera, ma sotto i miei piedi nudi non riuscivo sentire la polvere rossa che ormai avevo imparato a riconoscere. Sollevai gli occhi verso la città. Kibera all’improvviso fu privata di qualcosa d’impercettibile e, come una ragazza ferita nell’orgoglio, si chiuse in sé, cercando di nascondere quel dolore lancinante. La sua abilità nel farlo ha del sorprendente: è così brava da ingannare chiunque, tranne un uomo che la conosce veramente…

Basta poco, un semplice sguardo nei suoi occhi neri e profondi, specchio dell’anima, per accorgersi del vuoto, per abbracciare lo stesso dolore, la stessa sofferenza che la lacera internamente. E’ inutile distoglierle lo sguardo… egli ha già capito tutto, ma tace… sa che ogni parola, anche di conforto, si può trasformare in una lama.

E così io non parlai. All’improvviso un particolare che prima non avevo notato, catturò la mia attenzione. Legata saldamente alla ringhiera arrugginita c’era una semplice collana. La riconobbi: era mia. Sul legno scuro, vidi che era stata incisa una scritta: ”Acqua che dai vita e morte riconduci quest’anima all’origine”. Mi allungai per prenderla ma, quando fui sul punto di toccarla, la mia mano attraversò il cuoio del laccio come se fosse fumo. Ritentai più volte, ma invano. Con un gesto lento, quasi schivo, rivolsi il palmo verso i miei occhi. Lo esaminai, niente mi sembrava diverso: le sue rughe, le sue pieghe, i suoi tagli profondi erano lì, dove sempre li avevo trovati.

Un presentimento mi fece voltare. In un angolo solitario della piazza, dove prima dominava il vuoto, si materializzò una donna. Il suo capo era coperto da un velo scuro come l’ombra che aveva stretto la città. Mi avvicinai spinto da una strana forza, finché non mi fermai a pochi passi da lei. I suoi occhi stanchi e lucidi, incrociavano i miei, ma non era lì che guardavano: oltre quella ringhiera alle mie spalle, oltre gli alti grattacieli in centro, oltre l’altopiano arido e riarso, scrutavano fissi ogni angolo dell’orizzonte grigio e tempestoso. Non ricordo quanto tempo passò: forse ore, forse un istante. Non  riuscivo a distogliere lo sguardo dagli occhi di quella donna che ancora restava ferma, attonita, in cerca di qualcosa che, forse, neanche lei sapeva. Una goccia cadde dal cielo, e si posò proprio lì, dove la gota incontra l’orbita. Rimase in equilibrio instabile, immobile e lucente contro la sua pelle scura. Fu solo allora che altra acqua si raccolse sotto suoi occhi formando un’altra piccola goccia. Cadde lenta finché non incontrò l’altra. Si unirono e continuarono insieme quella discesa sempre più ripida, fino al confine del volto. Rimase lì ferma un altro istante, poi, cadde al suolo, dove formò un’impercettibile macchia scura. Passò poco e le macchie divennero due, poi tre, quattro e così via finché tutto il terreno non assunse la stessa tonalità.

Chiusi gli occhi… riuscivo a sentire il mio cuore che batteva lento… sempre più lento. Ecco… si stabilizzò sulla stessa frequenza del battito del cielo, scandito dalla pioggia che, intanto, cadeva sulle case, sui teli e le lamiere di Kibera. Bagnava gli alberi, ingrossava il ruscello. Cadeva inesorabile, crudele, non curandosi di cosa andava a colpire o a fendere. Pioveva sopra il falso e il reale, sopra il bene, sopra il male. Pioveva dentro un cuore a pochi passi dal mio, ormai, spento da troppo tempo.

La pioggia è acqua. Le lacrime sono acqua. L’acqua è vita, l’acqua è morte e, ora, pioggia e lacrime sono io.

Madre, se tutta quest’acqua cade dal cielo, come pioggia, e scende copiosa dai tuoi occhi, come lacrime, perché, oggi, un uomo muore per sua mancanza?