Perdonami se non ti dico la verità_Jaume Figueras

Menzione Premio Energheia Spagna 2018

Traduzione a cura di Laura Durando

Guardando gli alberi che c’erano al lato dei binari del treno ricordò come giocava da piccolo nel bosco vicino a casa. Riusciva a immaginare i pini alti, con la cima rotonda, e ad annusare l’umidità del muschio e della primavera. Erano stati tempi di godimento e spensieratezza: mentre i suoi fratelli studiavano per gli esami dell’università lui giocava da solo, fantasticando sul proprio mondo, i suoi nemici, orchi, elfi e nani. I suoi genitori riposavano dal lavoro usuale il fine settimana e non si incupivano quando lui usciva correndo subito dopo aver fatto colazione.

I giochi nel bosco, tuttavia, scomparvero quando il telefono vibrò nella tasca dei jeans. Sorrise a Victor, suo figlio, che correva da una porta all’altra del treno, felice di passare quella domenica con suo padre e andare in escursione in montagna. Era da tempo che non uscivano insieme. Il licenziamento di alcuni colleghi aveva incrementato la mole di lavoro, il che lo aveva obbligato a passare più ore, sabato compreso, in ufficio. Gli erano venuti gli attacchi d’ansia e riusciva a riposare solo la domenica, senza uscire di casa o facendo una passeggiata per il parco che si trovava a due isolati. Organizzato tutto il lavoro, era riuscito a salvarsi da un sabato lavorativo e aveva promesso a Victor che sarebbero andati in escursione quella stessa domenica. Anche Gema se ne era rallegrata quando aveva sentito la promessa. Si ricordò del sorriso di Gema, di quanto avesse patito a causa sua, ma il suo volto svanì non appena sbloccato il telefono. Vide la posta elettronica sul salvaschermo del cellulare. Non voleva aprirla ma lo fece, in un riflesso del pollice. Posò l’impronta digitale sulla parte bassa dello schermo e si sbloccò, aprendo direttamente l’email. Altro lavoro. Victor continuava a correre. Gli chiedevano le fatture del mese prima per il controllo delle tasse. Si sistemò su una sbarra verticale, sudando, mentre le porte si aprivano. Aveva due giorni per consegnare tutto, gli diceva Alberto nella posta. Victor continuava a correre su e giù. Cercò le fatture nelle email. Suonò il campanello, avviso che si sarebbe chiusa. Perché Alberto gli chiedeva le fatture se era lui a occuparsi della contabilità? Victor correva veloce. Dov’erano le fatture? Si chiusero le porte. Dov’era Victor?

  • È uscito di corsa! – disse una donna seduta vicino alla porta.

Il treno ripartì. Victor era scappato proprio quando si stavano chiudendo le porte. Si avventò verso la finestra e vide suo figlio correre sul marciapiede, senza guardare dietro. Gridò colpendo il vetro mentre tutti i passeggeri guardavano sbalorditi, ora verso di lui, ora la traccia di Victor. Come poteva essergli scappato il bambino? Nel vagone si formò un tribunale, lo avrebbero giudicato tra una stazione e l’altra e i testimoni non avrebbero avuto compassione. Dentro di lui crebbe il senso di fallimento paterno, una frustrazione glaciale nonostante il sudore che gli cadeva dalla fronte, un solletico che gli ricordava i momenti di infedeltà. Quei passeggeri della domenica lo guardavano come avessero saputo la verità, con occhi di serpente lo avevano visto scopare con Marta sul tavolo dell’ufficio un sabato sì e un altro pure; lo avrebbero smascherato, lo avrebbero detto a Gema. Arrossì, sentì il caldo sul suo viso, il sudore evaporava e la stazione e il bosco non si vedevano più. Aveva perso di vista suo figlio di undici anni.

  • Gema mi ucciderà – disse inginocchiandosi di fronte alla porta e coprendosi il volto con il telefono in mano -. Gema mi ucciderà. Mi sta per uccidere.

I testimoni continuavano a non dire parola, analizzavano, giudicavano. Sapeva di essere colpevole.

  • Quanto manca alla prossima fermata? – chiese alla donna seduta vicino alla porta.
  • Non sono di qui, non ne ho idea – disse lei, ancora alterata.
  • Tre minuti – disse una ragazza che, in piedi, guardava dalla finestra, come stesse passando al setaccio il passato.
  • Mamma mia, mamma mia – disse lui -. Cosa faccio?
  • Stia calmo – disse la ragazza.
  • Come faccio a stare calmo!
  • Senta! Non recupererà suo figlio strillando. – La ragazza assomigliava a Marta -. Sto cercando di aiutarla. – Aveva i suoi tratti, i suoi capelli rossi -. Scenda alla prossima stazione e prenda il treno che va in città. – Sì, erano le labbra carnose di Marta.
  • Aiutami, Marta.
  • Ma che cazzo dici? Io non mi chiamo Marta.

Lui cercò di accarezzarla ancora inginocchiato, come aveva fatto il sabato primo, ma la ragazza lo schiaffeggiò.

  • Imbecille! – disse lei -. Ma che ha in testa?

La ragazza se ne andò e gli altri passeggeri protestarono, alcuni lasciarono i loro posti, la discussione si scaldava e il giudice batté il martello sul tavolo. Nessuno stava ad ascoltare, tutti gli gridavano addosso. Era iniziata una rivolta e ci vollero diversi colpi per calmare la situazione. Colpì e risuonarono gli echi per tutto il vagone, la rabbia era ormai incontrollabile, le grida venivano dall’interno stesso della montagna. Non ci sarebbe più stata l’escursione col figlio. Con il cellulare già distrutto in mano il silenzio fu imperante, i testimoni lo osservavano con le sopracciglia alte, inarcate verso il tetto del treno con gli occhi come tunnel senza fine: il bianco era il cielo che avvolgeva la montagna, la pupilla era l’oscurità, densa, un pozzo d’ansia e senza ritorno. Entrò in ciascuno di quegli occhi, nella più nera disperazione. Ebbe paura. Si sedette per terra, prendendosi le ginocchia e la testa fra di esse per introdursi nel silenzio.

Passati tre minuti, uscì dal treno mentre sentiva i suoni del suo telefono, che non erano altri se non quelli della porta. Deambulò per il marciapiede della stazione e vide il tabellone che annunciava il treno seguente diretto in città: dieci minuti.

Dieci minuti. Che preziosa elasticità possiede il tempo quando si guarda l’orologio con attenzione. Osservare lo sgocciolio dei secondi, quella pausa che risuona come la tastiera di un piano, come la corda al suo interno che va e viene all’inizio di una canzone, un movimento fragile e simile al tatto della pelle sollevata, con piccoli monti e morbidi peli. Sessanta monti, sessanta note lente, la lancetta dei minuti sembra retrocedere, ma è l’impulso in trampolino che trasferisce l’ago con un’orbita di sessanta secondi verso l’acqua della piscina al minuto seguente. Eppure, la stazione era in quel momento una tormenta e un naufragio nell’oceano e si sentiva perso nella sabbia di un orologio. I secondi avevano perso il ritmo, la macchina del tempo si frammentò in andate e ritorni per il marciapiede, il primo minuto distrusse il passato, il secondo erano lamenti di futuro e il terzo non diede ragioni per comprenderlo. Non portava l’orologio, usava sempre il telefono per sapere l’ora, anche se nel guardarlo dava un’occhiata alla casella della posta in arrivo, i messaggi di testo e quando bloccava il telefono ormai non si ricordava più che ora era.

L’orologio della stazione era un esempio unico, era di vapore, e poteva vederne gli ingranaggi dentro i vetri e tra le quattro torri alte di acciaio nero che reggevano la struttura. Quando rintoccarono le undici in punto suonò una musica di vapore, una partitura di note tranquille soffiate dai quattro camini. La lancetta dei minuti si mosse ancora due volte prima che arrivasse il treno con un ritardo di due minuti. Aveva ancora il telefono distrutto in mano quando entrò nel treno.

Il vagone era silenzioso, non c’erano testimoni né processo, era una strada all’alba. Rimase in piedi di fronte alla porta, senza guardare dalla finestra. Vedeva la giuntura delle due porte, quei pezzi di gomma che proteggono l’udito dal rumore metallico. I primi treni avranno avuto porte simili? A quei tempi ci sarà stato un suono che annunciasse la chiusura dei portelli. I bambini scappavano dai loro genitori?

  • Dove sei, Victor? – disse alla porta, lontana quanto Gema, così vicina come le labbra di Marta.

Volle baciare la congiuntura dei pezzi di gomma ma si separarono, in silenzio, come l’avanzare di una barca a vela sul lago. Il sole lo accecò, si corpo gli occhi con la mano e vide che aveva una chiamata in entrata. Il telefono funzionava ancora.

  • Scende? – gli disse un uomo dietro di lui.
  • Eh?
  • Se non vuole scendere, almeno lasci uscire gli altri. Forza, si muova.

Guardò il telefono e rispose.

  • Sì? – disse lui, scendendo dal treno.
  • Ciao, tesoro. – Era Gema -. Siete già arrivati? Ti avevo detto di avvisarmi quando arrivavate su. Come sta Victor?

Senza rispondere, mise il telefono in tasca dei jeans. Fu quando mise via il cellulare che vide di nuovo il bosco, una marea verde che ondeggiava dal bisbiglio del vento. Il bosco si muoveva, si avvicinava, e lui prese un sentiero stretto, pieno di radici e con tanto fango per via del disgelo primaverile. Toccò con le dita le foglie e i fiori che riusciva a raggiungere, morbidi al tatto, una sensazione molto diversa da quella che offrivano i telefoni e il cemento che lo circondavano ogni giorno, che gli avevano spaccato la pelle e l’anima. Stava accarezzando dei frutti quando si udirono dei cigolii, arrivavano da più avanti e procedette lentamente, senza far rumore, calpestando del fango che si fondeva e si abbracciava sotto i suoi piedi. Dopo alcuni passi, intravide una figura che giocava tra gli alberi, un bambino che costruiva una capanna tra gli alberi, prendendo rami grandi di pino per le pareti e il tetto e altri piccoli per gli spazi restanti. Volle avvicinarsi un po’ di più, passo dopo passo, ormai aveva il bambino molto vicino. Arrivato lì, tuttavia, si accorse che il bambino era lui, che giocava da solo, che era sempre stato solo, ma che il bosco lo rendeva felice, che non aveva bisogno di niente di più delle sue storie fantastiche.

Il bambino si girò e si guardarono negli occhi. Il sorriso fece scomparire il bosco, la marea verde tornò a scendere e si ritrovò di nuovo in stazione.

Tolse il telefono dalla tasca, lo stavano chiamando di nuovo. Rispose.

  • Marta, vedo Victor.

Sáhara