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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2015 – Paolo di Barbara Carlin, Castel d’Ario(MN)

_Anno 2015 (I sette peccati capitali – L’Ira)

 

fumetti

Tutt’a un tratto si alzò e batté il pugno sul tavolo. Nella mano serrata sentiva il battito impazzito del suo cuore. Com’era possibile che fosse accaduto? Com’era possibile che lui non fosse stato là presente?

«No!» gridò, battendo ancora il pugno e il sangue gli fluì veloce al viso. Silvia sussultò nella penombra della stanza: soltanto un filo di luce vi entrava da una fessura della finestra. In silenzio lei piangeva da minuti, ormai, che sembravano interminabili: poi, fiaccamente, prese un fazzoletto e lo premette sulla bocca, mozzando le sue grida. Alberto sentì una morsa impetuosa afferrarlo allo stomaco: avrebbe voluto averlo davanti a sé, quel bastardo, per mettere le mani attorno al suo bel collo e poi stringere stringere stringere. Era furioso. Avrebbe voluto prendere il primo aereo e andare a cercarlo di persona, fino in capo al mondo, quel verme! Scaraventò a terra il tavolino e Silvia cacciò un urlo soffocato. Nel fascio sottile di luce che attraversava la stanza in diagonale, il pulviscolo vorticò precipitosamente e poi iniziò a rallentare, adagio. Strinse i denti. Cos’era più la sua vita senza Paolo? Chi era Silvia? Cos’erano il suo lavoro, l’infanzia passata a sognare di diventare giornalista? Un pezzo di lui se n’era andato.

Sentiva che avrebbe dovuto abbracciarla: quante volte l’aveva fatto con naturalezza, catturato dal suo profumo inconfondibile che gli rimaneva addosso per giorni, cercando di camuffarlo mentre andava al lavoro con Paolo. Quanti baci furtivi e sguardi e carezze… Ora, invece, provava quasi un senso di fastidio: guardava Silvia consumarsi e strapparsi i capelli e non provava niente. Non la desiderava. La vedeva come un’estranea, seduta al suo stesso tavolo, che ha appena appreso che il marito è morto, fucilato da un cecchino di chi sa che diavolo di partito, a migliaia di chilometri da lì, mentre svolgeva il suo lavoro di reporter sotto il sole africano.

Non doveva morire Paolo. L’amico sempre disponibile, una vita perfetta, una carriera in ascesa, una moglie invidiabile. Almeno fino alla scoperta. La mente di Alberto andò a un pomeriggio di due settimane prima. Vede Paolo che rincasa a un orario insolito, li scorge, si precipita verso di loro. La voce di Paolo freme d’ira e non può fermarsi: parole pesanti e spintoni. Il migliore amico e la moglie! Non è possibile. Alberto è la prima volta che vede Paolo così sconvolto, che batte il pugno forte sul tavolo ma vorrebbe tirarlo in faccia a lui, si capisce. Silvia piange, vuole spiegare ma lui se ne va, parte per l’Africa.

 

Alberto batté il pugno sul muro. Era indignato: e sapere che tutto era già successo, che Paolo se n’era andato senza che lui avesse potuto fare niente, lo divorava dentro, come un cancro feroce; o forse era più arrabbiato con se stesso. Ma che importa! Il suo migliore amico! Quel bastardo! Ed era lui, Alberto, il cecchino.