Cosa è vivo e cosa è morto del pensiero di George Orwell

  Roberto VACCA

Aveva invertito le ultime 2 cifre dell’anno in cui scriveva (1948) ottenendo 1984: l’anno in cui proiettava con 36 anni di anticipo la sua visione di un mondo soffocato dalla dittatura. Si chiamava Eric Blair e scriveva col nome di George Orwell. Morì il 23 gennaio del 1950. Dopo settant’anni che cosa resta vivo del pensiero di questo combattente per la libertà? Io sostengo che sono vivi e attuali i suoi insegnamenti di democrazia e di comunicazione. Invece per fortuna le sue fantasie pessimiste si sono avverate solo in  parte. Ne sarebbe stato contento perchè le aveva scritte come “self-defeating”, cioè formulate proprio per rendere meno probabile che si avverassero.

Orwell scrisse che era contento di aver combattuto contro Franco in Spagna nelle file degli anarchici invece che con la Brigata Internazionale, dove erano troppi gli stalinisti. La sua visione della società dominata dal Grande Fratello era una extrapolazione di quelle nazifasciste e staliniste. Il “Newspeak” (neolingua) e il “Doublethink” (duplopensiero) erano esasperazioni delle violenze fatte in Italia, in Germania e in URSS per imprimere nella mente della gente realtà fittizie mirate a convincerla che il mondo è semplice, che il dittatore è buono e che oppositori e nemici sono il male – o il “tempio dell’odio” come taluno ancora si esprime.

Orwell ha avuto il merito (o la fortuna) di creare clichè che possono aiutare tutti a pensare meglio, ma le sue fantasie erano in parte fuorvianti. I sudditi di Oceania venivano controllati minuto per minuto nelle loro case da televisioni a circuito chiuso. Anche nei boschi i loro discorsi erano registrati da microfoni nascosti. Ma questo sarebbe stato possibile solo impiegando un esercito di spioni e controllori numeroso quanto la stessa popolazione che veniva spiata. Certo questo modo iperbolico di raffigurare l’oppressione della dittatura aveva radici nella passione libertaria di Orwell. Possiamo immaginare che oggi avrebbe aggiunto alle armi del dittatore anche i computer e le reti telematiche e avrebbe, forse, combattuto per difendere la nostra privacy. Non è una battaglia così importante. Io credo che la dittatura vinca non perchè usa armi tecnologiche e perchè controlla le telecomunicazioni. Credo, invece, che la libertà perde quando troppe persone si censurano da sole, non hanno pensieri indipendenti, obbediscono alle mode correnti. Parlano di calcio, di riforme istituzionali, di astrazioni (come sussidarietà, flessibilità, solidarietà) – e non parlano dei modi in cui imparare, delle risorse da usare in imprese innovative. Non cercano di reperire e diffondere idee e nozioni interessanti (ovunque siano state generate).

L’altro romanzo-favola “La fattoria degli animali” ci fa irridere i maiali (“tutti gli animali sono uguali, ma i maiali sono più uguali degli altri”) – ma non ci insegna molto. Perchè la libertà non continui a essere soffocata da convenzioni e mode, faremo bene a rileggere i saggi di Orwell. Il saggio del 1946 “La politica e la lingua inglese” ci insegna come non pensare (e anche come scrivere). Le similitudini che siamo abituati a vedere stampate non vanno evitate solo perchè sono inefficaci, ma perchè incanalano il nostro pensiero nei moduli della insulsa saggezza convenzionale e a farci generare messaggi vuoti. Primo Levi scrisse un saggio contro lo scrivere oscuro che andrebbe scolpito su tutte le scuole d’Italia. Rileggiamo Orwell per ri-imparare che fa male a se e agli altri chi parla senza dire niente, chi non pensa (e ripete giaculatorie, pensieri e parole trite di altri), chi divorzia dalla realtà, chi non aiuta i meno fortunati a condividere i frutti che si è procurato lavorando a migliorarsi.

Orwell conobbe la miseria economica, sociale e culturale e fece molto per alleviarla. I messaggi illuminanti dei suoi articoli pubblicati su giornali e riviste andrebbero diffusi e ripetuti – come quelli di Primo Levi che non a caso citavo sopra. La RAI dovrebbe meditare su questa opportunità e produrre programmi innovativi, edificanti e divertenti come quelli che Orwell produceva alla BBC. Ma oggi il Grande Fratello non ci opprime con la violenza e con la polizia politica. Ci induce a unirci a lui nel sonno della ragione e della creatività. Resistiamo come faceva Orwell.