Nostos_Jacopo Ricci, Roma

 _Racconto finalista ventunesima edizione Premio Energheia 2015.
Miglior racconto per la realizzazione di un cortometraggio.

scrivere5

 

Stasera sto tornando a casa; è inevitabile fare ritorno,

tutti fanno ritorno:

anche Ulisse,

anche chi muore,

anche chi si pente,

anche chi finisce di lavorare e ha fame,

come me.

Non sono Ulisse, non sono mai morto, è da un po’ che non mi pento, ho semplicemente finito di lavorare. Per questo torno a casa. E torno a casa anche perché c’è un frigorifero bello grosso e bianco e materno come una mammella che sta lì ad aspettarmi.

Che poi

che tristezza

tornare a casa

e trovare

solo il frigo

ad aspettarti.

Capelli biondi sarebbero più graditi, ma in mancanza di capelli biondi la bianca dispensa artica, s’intende, come soluzione del tutto temporanea, è più che sufficiente.

L’ascensore è un luogo comune che sale.

Ed è un luogo comune il fatto che salga.

Tutti dicono sale,

sale,

l’ascensore, in quanto ascensore,

sale.

In verità mica sale solo,

mica solo sale,

fa tanto altro!

Quando pensi a un ascensore ti viene in mente l’anti gravità, l’arrampicatore di piani, l’alpinista coraggioso che sfida la tromba delle scale. Eppure è capace di essere utile in tanti altri modi. Ti dà consigli, o almeno a

me

dà molti consigli utili. E poi, alla fine del viaggio, quando ormai ti ha dato tutto quello che ti doveva dare, ti rende libero, spalanca le sue porte sul mondo, ti dà la possibilità di uscire. Vi par poco? Tante donne non ti lasciano uscire, tante donne quasi ti mangiano. Viva l’ascensore, amico fedele, generoso paladino del buon senso.

Comunque, esco dall’ascensore, quarto piano, e mi avvio a passo sicuro verso il portone del mio appartamento.

Ahia! Cos’è stato?

No! Non ci voglio credere! Ho urtato un’altra volta contro il vaso! Al buio, nella distrazione,

non l’ho visto.

Accanto al portone difatti ho un vaso. Un vaso che non vedo mai, ma che diavolo, come faccio a non vederlo?

Ce lo ho messo io lì,

tre anni fa,

per abbellire il pianerottolo,

e dentro ci ho piantato una discutibile pianta orientale che è

morta e rinata,

morta e rinata,

morta e rinata,

tante volte che neanche i gatti.

Mi preoccupo:

Come è possibile che non sono riuscito a vedere una pianta che proprio io ho messo lì, come è possibile che ho urtato un oggetto che sapevo essere esattamente dove era? Il controllo, il controllo sul mondo deve essere recuperato. Non posso rassegnarmi alla tragicità dell’esistenza, non posso accettare che i pianeti viaggino per le galassie senza il mio consenso.

Non mi preoccupo più:

Il dolore al ginocchio è passato, e insieme a lui è andata via la smania di volerci capire qualcosa su il perché e il percome del gravoso incidente. E sul perché e il percome della tragicità dell’esistenza, di galassie, di pianeti.

Vino.

Ho bisogno certamente di un sorso di vino.

Tiro fuori le chiavi dagli anfratti più profondi delle mie tasche, mettendo a rischio l’incolumità stessa della mia mano destra. Non si sa mai quali strane bestie si celino nelle profondità remotissime della mia giacca camosciata. Le dita viaggiano curiose, tra vecchi biglietti del tram marciti dalla pioggia e strani elementi indefinibili, un po’ plasticosi, un po’ legnosi, che si mischiano al trinciato di tabacco. Un viaggio dell’orrore, ma alla fine la mano trova le spigolosità metalliche tanto ricercate.

Anche questa è andata.

Ora scelgo la chiave giusta,

non è mai una scelta facile,

nessuna scelta è mai una scelta facile.

La chiave giusta: per chi? Per me?

E chi sono io per definire il giusto?

Relativismo del cappero. La devo smettere di fare il sofista, ora urge solo una coppa di vino. Fammi vedere la chiave … questa è della cantina, questa è la cassetta della posta, qui c’è il portoncino sul retro …

Trovata!

-come diceva Archimede-

Non in riferimento alle chiavi, però.

Evidentemente il Pitagorico utilizzava quest’espressione in altre circostanze.

Sono certo,

anzi sicuro,

anzi molto sicuro,

che Archimede abbia urlato «Eureka» in un momento cruciale della sua ricerca.

In un momento cruciale della ricerca del calzino che aveva perso da tempo.

Che se non trovi le chiavi

puoi sempre prenderne un altro mazzo,

ma se non trovi un calzino

sei costretto a buttare anche il gemello.

E questo Archimede lo sapeva bene.

Eccome, se lo sapeva bene.

Non a caso era un genio.

Tutti i più grandi geni della filosofia greca, Platone, Zenone, Parmenide,

Gorgia,

Aristotele, Anassimene, Anassimandro, Anassagora, Ananasso,

Talete, Socrate, Empedocle e Eraclito,

ma anche Democrito stesso,

ebbene, tutti loro,

prima di arrivare ad articolare le loro fondamentali

filosofie teoretiche

hanno riconosciuto l’importanza e la

centralità

del calzino, come elemento indispensabile ai fini della virtuosità della vita di un uomo.

Insomma,

infilo le chiavi nella serratura,

penetro ben bene,

giro, rigiro ed esploro

e poi ritiro fuori.

A causa di una causa

che scatena un effetto,

(in ultima analisi

a causa di una causa scatenante),

la porta si apre.

Perché la porta si apre?

Ah, già, per il vino e per il frigo.

Ma non si era aperta grazie alle chiavi?

Si apre per il vino o per le chiavi?

Per il fine o per la causa?

Boh,

Chiedetelo alla porta stessa!

O a Democrito, se la porta, come suo solito, non scuce parola.

Comunque si apre: ne sono empiricamente certo.

Entro in casa.

Mi tolgo la giacca camosciata e insieme a lei scaravento lontano da me tutti quegli strani pezzettini di plastica e legno e tabacco e croccantini per cani che ho in tasca.

Sento l’odore di mia moglie

che è morta.

Ormai da anni, è morta,

ma il suo odore

rimane sempre,

per sempre rimarrà

a vegliare sulle vicende umane.

Insomma,

sento l’odore di mia moglie

e mi rattristo

per la sua morte.

Le volevo bene o male bene.

Gliene volevo tanto, di bene o male bene.

E’ un po’ come la storia del calzino: con lei sono morto anche io, senza calzino destro anche il calzino sinistro non ha più avuto senso e motivo d’essere.

La casa è buia.

Bugia, da fuori le luci della strada invadono

il salotto.

Quanta prepotenza; la luce ha il

brutto

vizio

di avere pretese.

Mi domando: perché accendere il lampadario?

Che necessità c’è?

Voglio studiare il buio.

Si vede poco.

Spero che quel poco che si vede

sia (anche) il necessario.

Così, a passi esasperati e nervosi,

temendo

di incontrare sul mio cammino altri vasi spigolosi

esploro.

«Hic sunt leones!», è meglio non entrare nel salone,

mi dico.                                                                                             Eppure

ci entro, nel salone, e mi tiro la porta dietro.

Cristoforo non sa resistere al richiamo della terra oltre il mare.

Intorno a me mobili, armadi, librerie, che nella penombra

sembrano alte montagne legnose.

Sono convinto che fra quelle montagne,

o meglio, ne sono sicuro,

vi siano le ville più belle del continente.

Ville del Palladio,

cariche di fresco basilico, di gigli, di ghirlande

fatate,

di rose

secche ma vive più che mai.

Sono sicuro

che tra quegli alti e scuri monti di ebano e castagno

pascolino greggi capaci di autogestirsi,

senza bisogno di contadini dirigenti,

poiché i contadini, nelle valli legnose del mio salotto, passano il tempo a studiare la biologia,

e a leggere Dickens.

Le nobildonne

sono anche le donne più

belle.

Abitano castelli accarezzati

da lievi cascate                                                                                  e da torrenti senza Dio.

I loro grandi palazzi risalgono all’epoca romana: erano arene, teatri, templi per Venere.

I loro padri hanno costruito sulle rovine per donare alle figlie tutt’un’altra storia.

Una storia di barocco, di rococò.

Anche di gotico, se si osserva la fattura delle grandi facciate.

E ora

le damigelle vivono felicemente,

senza principe azzurro.

Pascolano tra i prati, come le pecore,

e come le pecore si sanno autogestire.

Sovente, ma non con continuità,

fanno l’amore, da sole, o con il ruscello;

poi, stanche, si gettano tra i fiori.

Ogni tanto muoiono, le nobildonne. Mai da vecchie, però.

Quando vedono comparire la prima ruga

salutano i familiari, i fiumi, i prati,

salgono su un picco pietroso

e vi si gettano.

Non ci stanno a giocare al gioco della vita, le nobildonne che abitano tra le montagne, che poi montagne non sono ma semplici librerie di una nota industria svedese che produce mobili in legno.

Mai, quelle duchesse, contesse, marchesine, baronesse

si concedono in vita a uomo alcuno.

Alla morte

si donano

senza indugio.

A raccogliere le loro spoglie

ci pensano i cocchieri.

I cocchieri, uomini vestiti di velluto azzurro e con grandi copricapi piumati, girano senza sosta, tutto il giorno, tutti i giorni, sopra le loro carrozzine di bronzo trainate da gatti arancioni, alla ricerca dei corpi. Ne muoiono tante di nobildonne,

tutti i giorni,

poiché tutti i giorni

si seccano i fiori dei prati.

Allorché trovano un cadavere,

che sia fresco di giornata                                          e intatto,

nella sua                                             bellezza,

lo caricano sulla carrozzina, lo portano nel convento, giù a valle

e lì, con l’aiuto di monaci pelati e suore senza tanto cuore

tagliano i capelli alle defunte.

E con quei capelli producono i migliori pennelli del regno,

i migliori pennelli del mercato.

Quest’industria dei pennelli

rende tanto florida la loro economia e permette loro di tirare a campare. Senza i biondi pennelli dei monasteri di valle

sarebbero tutti morti di fame,

o tutti eretici,

che poi è la stessa cosa.

E’ Dio a volere tutto ciò.

E’ Dio a scalfire i visi delle nobildonne con rughe profonde,

la cui comparsa le spinge al suicidio.

Quindi è Dio a volere i pennelli. Dio vuole l’industria.

Questo i frati del monastero lo sanno, e soltanto da ciò continuano a portare avanti il loro orrido lavoro con professionale freddezza e puntuale perseveranza. Spelare le morte delle smorte criniere, come staccare a uno a uno

i petali

d’un fiore                                                      già secco.

Quattrini, quattrini d’oro e di rame

risuonano nei sacchi di seta,

nelle tasche delle suore parrucchiere.

Ma non c’è solo il male, tra le montagne legnose. C’è anche il bene. L’unico bene.

Il bene è lui, un menestrello fallito,

con pochi denti

e quei pochi denti gialli e storti.

Ha una bella voce, che profuma di bacche e miele.

Lotta con la pioggia, vive sotto i ponti, mangia lumache, vermiciattoli, quando non c’è altro.

E gira, gira, gira, senza sosta, come i cocchieri, ma senza gatti rossi, come il sole, più del sole, portando con sé un mandolino scordato e una gola piena di storie.

Sbeffeggia le nobildonne,

verginelle inclini al passatempo del tuffo,

i preti e le suore,

che con forbici d’oro

sforbiciano lo sforbiciabile,

anche i peli del naso, se può portare quattrini.

E i pastori, uomini colti, che conoscono Dickens e la biologia, si divertono moltissimo ad ascoltarlo, e applaudono a ogni esilarante uscita del povero sdentato.

Addirittura                                                                            le pecore

di tanto in tanto

ridono: è colpa del menestrello, utilizza la sua arma, la lingua,

in modo irresponsabile, imprevedibile,

unico.

Riesce a far ridere le pecore!
E ho detto tutto.

Basta, ho parlato del male, del bene, ho esaurito il discorso sulle montagne legnose del salotto.

Mi allontano, mi dirigo in corridoio, poi in cucina; apro il frigo.

Vino, non male, una bottiglia francese, una buona annata.

Stappo: stlop.

Verso: pulupulupulupulupulupù.

Bevo: un sol sorso.

Ingurgito come una bestia senza cultura alimentare un’enorme pezzo di torta.

Via, la sete, via la fame.

Ah che sonno, un sonno quasi da andare a dormire.

Ma andiamo a dormire, va.

Accendo addirittura la luce,

mi tolgo le scarpe,

le ripongo nella scarpiera,

quanto ordine,

e poi mi infilo la camicia da notte.

Le ciabatte sbatucchiano sul pavimento,

mi conducono in uno sbadiglio

alla porta della camera.

E’ chiusa.                                                                                                                  Strano.

La apro, con un cigolio.

Non lo avessi mai fatto.

Il lume del comò è già acceso, emana un debolissimo accenno di stelle.

Sul letto matrimoniale, sdraiata, scalza, nella penombra,

dentro un candido e pulito abito da sposa

c’è mia moglie.

Gli occhi chiusi dalla mano della morte,

il viso fuori dal tempo in un pallore tale e quale al colore del frigorifero.

Ma sopra, sopra di lei,

piegata accanto al letto, piegata su di lei,

una suora piena di nei e con un naso arzigogolato

stringendo tra le mani una forbice d’argento

le sta tagliando la chioma castana.

Mi guarda negli occhi; sorride.

Impugna al meglio le forbici, le avvicina ai bei ricci,

opera il taglio. E dopo, con esasperata crudeltà,

con vigliaccheria, cattiveria, senza disgusto,

porta i capelli alla bocca, e li ingurgita, ridendo forte, sbavando ovunque.

La guardo a lungo, la guardo finché mia moglie non è ormai calva.

Poi le do le spalle, esco, mi chiudo la porta dietro. Negli occhi ho ancora quell’immagine spettrale, quell’incubo tanto concreto. Mi avvio a passo spedito, raggiungo il salone, più in particolare raggiungo il telefono fisso.

Con mano tremante                           alzo la cornetta                                   e digito un numero.

-Pronto, mamma, mi senti?

-Mattia, sei tu? Ma mi hai svegliata.

-Lo so, mamma ma è importante.

-Ma ti par l’ora?

-Ti prego, ascoltami, devo farti una domanda davvero cruciale.

Allontano la cornetta, mi guardo intorno, sono solo, le due donne sono ancora di là.

Parlo, con voce sottile, per non farmi sentire da chi non mi deve sentire:

-Ma perché mi hai fatto fare le elementari dalle suore?