Nel tunnel di Lea Paiella_Roma

_Racconto finalista Premio Energheia 2018

Camminavo nel tunnel.

Non sapevo come, quando né perché fossi capitato lì dentro. Eppure, c’ero e camminavo dritto verso

il fondo oscuro di quella gola.

Sui muri nessuna indicazione né segnaletica né altro che potesse aiutarmi a capire. Tremavo avvolto

dall’umidità e dal gelo che i mattoni emanavano. L’unica consolazione era per me, in quel

momento, la luce che mi illuminava attorno quanto bastava per capire dove mettere i piedi. Potevo

vedere i mattoni delle pareti ai miei fianchi, fino a quando, troppo lontane, non svanivano

nell’oscurità.

Era curioso. Vedevo intorno a me alte mura inarcarsi verso la cima che mi impedivano di osservare

il cielo, lo sporco incrostato tra ogni mattone ma non una sola fonte di luce. Né foro nel muro né

faretto. Eppure sì, potevo vedere la via come se qualcuno al mio fianco mi stesse facendo strada

lungo quel tunnel con una lanterna in mano.

E camminavo.

Camminavo e i miei passi risuonavano tra le pareti di quell’interminabile buco nero.

“C’è qualcuno?”.

Nessuna risposta. La domanda echeggiò per qualche istante prima di venir inghiottita dall’oscurità.

Poi, d’improvviso, mentre mi riempivo le orecchie dell’unico suono presente in quel luogo, quello

dei miei passi, giunsi a un’agghiacciante e atroce conclusione: mi ero perso.

Forse scontata, ma in quel momento fu la deduzione più terrificante che potessi trarre. Non

conoscevo quel luogo, quelle pareti, quel tunnel. Ignoravo dove terminasse, dove mi stesse

portando. Ignoravo, persino, come fossi giunto lì. Iniziai a chiedermi se, davvero, ci fosse stato un

punto di inizio. L’istante in cui mi ero inoltrato in quel tunnel tornando a casa dal lavoro. Non lo

ricordavo. Se realmente vi era stato, nella mia mente, adesso, costituiva solo un’enorme voragine tra

la fitta rete della mia memoria. Poteva somigliare, ironicamente, a quella verso cui stavo andando

incontro.

Ma un inizio doveva esserci stato. Non potevo capacitarmi del contrario.

Un trauma cranico, decisi. Ero caduto battendo la testa: questa era la ragione della mia perdita di

memoria. E mi aggrappai a quella convinzione con falso soddisfacimento.

Camminavo.

Inesorabile verso un’immensa bocca spalancata. Come un martire che va incontro a una morte certa,

come un bambino forzato ad una vita non voluta e ignota.

In quel momento, in cammino e alla ricerca di un punto di arrivo, mi sentii come il neonato che ero

stato cinquant’anni prima. Impaurito, disorientato e sbigottito. In quel momento, cinquant’anni

prima, davanti a me si era presentato lo stesso buio profondo che adesso si spalancava di fronte ai

miei occhi. E mi sentii piccolo e terrorizzato come quando da ragazzo mi inoltrai in una strada di

campagna in piena notte. Disorientato come allora, davanti a quell’immenso nulla. Il vuoto che si

estendeva davanti a me era diventato, in quel momento, anche parte di me. Potevo sentire l’eco

dell’oscurità rimbombare tra le pareti del mio corpo e mi sembrò quasi di sentir tornare indietro le

parole pronunciate poco prima: “C’è qualcuno?”. Così come quella notte, a diciannove anni, mi

aggrappai alla fioca luce dei fari che veniva inghiottita dopo pochi metri dalla nebbia nera

dell’oscurità.

Perso. Era così che mi sentivo. Solo, in una vastità così immensa da non poter vedere la fine.

Questo pensavo con il nodo della cravatta stretto al collo. E continuai a pensarlo quando

camminando raggiungevo mia moglie all’altare. Lei bianca, io nero come quell’oceano che avevo

dentro. E, camminando, il nodo della cravatta si faceva più soffocante, la camminata più rigida, il

volto più sudato. Il vuoto. Lo vidi quel giorno, il giorno del mio matrimonio. E anche quel giorno mi sentii piccolo. Il neonato che ero stato e che ero ancora adesso. Terrorizzato e impietrito. Perché

l’ignoto, il vuoto, era sempre stato la mia più grande paura.

Camminavo.

E non mi rendevo conto di aver cominciato a trascinare i piedi. Che ogni passo si faceva più pesante

ma, allo stesso tempo, più consapevole. Di cosa, non saprei dirlo. Vedevo la voragine incombere di

fronte a me e realizzai, lì, di esserci già dentro. Totalmente.

Fino a quel momento, mi ero illuso di stare solo in procinto di inoltrarmici. Ogni mio passo era un

passo verso quella profonda gola nera. E così era stato dieci minuti prima e la mezz’ora ancora

precedente.

La verità era che non stavo camminando verso la voragine, stavo camminando all’interno di essa.

Mi voltai. Dietro di me si estendeva minaccioso e paralizzante lo stesso identico nulla che mi

aspettava dinanzi.

Accerchiato. Senza accorgermene, privo di lucidità, mi ero ritrovato inghiottito ancor prima di

esserne consapevole. E mi ricordai di quando, ormai sulla soglia dei quaranta, mi ero ritrovato nella

stessa situazione. Accerchiato. Migliaia di fogli inchiostrati sulla scrivania, la luce del computer che

mi accecava al buio dell’ufficio. Non l’avevo voluto. Eppure, in neanche un anno, ero stato

inghiottito.

Scoraggiato e oppresso. Vinto. Più mi voltavo in cerca di una via di uscita più l’unica cosa che

riuscivo a vedere davanti a me, enorme e ostile, era il vuoto. Prendevo fiato. Non l’avevo voluto. Né

lì, in quel tunnel, né vent’anni prima, in quell’ufficio. Avrei voluto fare il pilota. Era questa l’unica

cosa a cui ero capace di pensare. Avrei voluto fare il pilota fin da quando a cinque anni costruivo

aeroplanini con la carta. Avrei voluto volare e vedere le nuvole scomporsi trafitte dal vento. Avrei

voluto annegare lì, nel blu del cielo e nel suo silenzio. Felice. Lo pensavo mentre battevo le dita sui

tasti del computer e le occhiaie mi arrivavano alle guance.

Non l’avevo voluto. Né lì, né allora. Ma entrambe le volte me ne resi conto troppo tardi. Quando

ormai il vuoto che mi attendeva alla fine del tunnel non stava solo di fronte ai miei occhi, ma dietro,

di lato, sopra al mio volto e sotto ai miei piedi. E naufragavo in quell’oscurità impenetrabile e tanto

densa da sentirla scivolare sulla pelle. Vischiosa, venina giù dalle pareti senza emettere suono.

Camminavo. E non sapevo più da che parte andare. Se davanti a me c’era la fine del tunnel o stavo

percorrendo la strada a ritroso. E più camminavo più mi sembrava che non avrei rivisto la luce.

Mi sentii morto. Forse era nella mia stessa tomba che mi trovavo. Mi sentii vuoto, io stesso. Vuoto

e sperduto. Come ero sempre stato nella mia intera esistenza. Timoroso.

Risi. Sì, forse ero morto. E in questa mia morte non facevo che provare esattamente ciò che avevo

sempre provato in vita.

Nel buio, come una derisoria allucinazione, riuscii a sentire la voce del mio superiore che mi

ordinava di accelerare i tempi. E il pianto di un neonato che trema di terrore.

Avevo paura. Perché per l’ennesima volta nella mia vita non sapevo dove andare. Quale sarebbe

stata la mossa più saggia. Come affrontare questo ostacolo per me insormontabile.

Mi sentii allibito, come quando mia moglie mi chiese di firmare il divorzio. E non importava quanto

io l’avessi amata né quanto amassi mio figlio. Firmai. Con le mani tremanti e la bocca asciutta.

Paralizzato. Ebbi paura anche quella volta e la ebbi ancor di più la sera stessa, tornato dal lavoro e

la casa sgombra. Il vuoto. Era lì, nel letto di mio figlio e sul cuscino di mia moglie. Ed era stato lì,

nella mia testa, per tutto quel tempo. Solo ora potevo vederlo. Che mi invitava a proseguire, inerme,

verso di lui.

E, arrivato a quel punto, fui solamente capace di fare ciò che c’è di più umano per una persona in

difficoltà. Piansi. Come da bambino nelle braccia di mia madre. Mi teneva stretto nel suo profumo

di lavanda accarezzandomi i capelli. Chiudendo gli occhi potevo sentirlo scivolare nelle narici e me ne ubriacai per qualche istante. L’oscurità mi teneva stretto. Nascosto. Era mia madre che mi

consolava nel pianto.

Solo allora, avvolto in quell’abbraccio ingannevole, tutto mi si mostrava più familiare. E quel tunnel

non somigliava più a un luogo umido e tetro come era stato all’inizio del mio cammino. Adesso,

standolo a guardare, prendeva le sembianze della culla in cui da neonato mi mettevano a dormire, la

sedia su cui per cinque anni sedetti alle elementari, il letto di mia madre in cui mi nascondevo

durante un temporale, le braccia possenti di papà che mi stringono al mio compleanno, gli occhi di

mia moglie al nostro matrimonio, le mani di mio figlio che avvolgono le mie sul cammino verso

scuola.

Era questo e molto altro. Milioni di attimi di vita si susseguivano davanti ai miei occhi e

incastrandosi l’uno con l’altro andavano a creare un unico grande complesso cupo e tacito: un

tunnel.

Era lì, la mia intera esistenza. Potevo vederla, sentirla e toccarla ad ogni mio passo. Non dovevo far

altro che proseguire.

Camminavo. E per la prima volta in cinquant’anni di vita, non ebbi paura. Non mi sentii estraneo,

emarginato. Ciò che c’era in quel tunnel, qualunque cosa fosse, mi apparteneva.

Camminavo e vedevo dritto di fronte a me il vuoto. Immenso come all’inizio del mio cammino.

Eppure, adesso, la sua vastità suscitava in me pace. Una quiete mai provata.

Ora sapevo. Che c’era una fine. Come per ogni immensurabile ostacolo che nella vita mi ero creato.

Come per ogni piacere o dolore. Dovevo andare avanti, trascinare i piedi, ascoltare il rumore di quel

nulla. Mi ci sarei perso dentro, un’altra volta e un’altra volta ancora. Minuscolo nel vuoto

sconfinato.

Camminavo.