I brevissimi 2017 – Nebez di Anna Paola Lacatena_Taranto

anno 2017 (I colori dell’iride – rosso)

Sono arrivato in piena notte, sulle coste della Puglia, il 16 aprile del 2014.

Ho impiegato ventidue giorni di viaggio in mare prima di sentire di nuovo la terra sotto i piedi.

Mi chiamo Nebez.

Vengo da un piccolo paese del Rojava.

Porto sempre con me le foto dei miei cari e un libro di storie e leggende del mio popolo. La mia preferita è quella di Mirzà Makhmud e del derviscio.

Quando sono arrivato avevo negli occhi la paura e nel cuore il dolore.

Mi chiamo Nebez e vengo da un posto noto come Kurdistan siriano.

Ho negli occhi ciò che gli stessi non potranno dimenticare e nel cuore la mia terra che muore.

Sono rimasto chiuso in un centro di accoglienza per trecentoundici giorni.

Ho letto che ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 sono “chi temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra“.

Non posso e non voglio.

Le commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale devono svolgere l’audizione per il riconoscimento dell’asilo entro 30 giorni dalla presentazione della domanda e decidere nei successivi tre giorni.

Dopo trecentoundici giorni mi hanno detto che sono finalmente un rifugiato.

Mi chiamo Nebez.

Non sono più chiuso.

Ora sono Nebez il rifugiato.

Guardo le foto dei miei cari e qualche volta sfoglio il libro di storie e leggende del mio popolo.

Ho trovato lavoro.

Una piccola azienda agricola mi ha offerto la possibilità di sentirmi nuovamente uomo.

Mi alzo la mattina alle 5,00 e torno a casa al tramonto.

Non smetterò mai di meravigliarmi del silenzio della notte.

È bello il silenzio.

È bello non avere paura della notte.

A Rojava avevo paura di addormentarti.

Avevo paura anche di non poterlo fare più.

Nel buio pregavo.

Ringraziavo il mio Dio perché quel giorno mi aveva risparmiato.

Ringraziavo anche quello degli altri per aver fatto altrettanto.

Continuo a pregare anche qui. Forse dove non c’è la guerra è più facile trovare Dio.

Avevo 12 anni e lo ricordo ancora quel Nawrūz.

La festa della primavera.

Bijí Newroz!” (che il Nawrūz duri a lungo!).

Le donne vestite con abiti dai colori sgargianti e gli uomini, tra loro anche mio padre, sventolavano bandiere con i colori del mio popolo.

Tutto intorno il profumo del bulgur al sugo di verdure.

All’improvviso un grande rumore.

Le urla dei bambini.

Lo sgomento sul volto delle madri.

Presero a correre.

Da qualche parte dovevano fuggire.

Dove? Non importava.

Correvano.

Mi ritrovai a terra e quando mi rialzai capii che mio padre non avrebbe fatto altrettanto.

«Nebez… Va via da qui.»

Le sue ultime parole.

Il mio nome e una prescrizione.

Le uniche cose che riuscì a dire riverso sulla bandiera con i colori del mio popolo: il verde, il giallo e tanto, troppo rosso.