Muri_Alex Boschetti, Bolzano

_Miglior racconto da sceneggiare settima edizione Premio Energheia 2001.

Berlino, 1 Aprile 1992.

Il dottor Kunan era seduto col vestito sgualcito verde muschio sul sedile consunto che fu di una Prinz, al 176b di Schoenhauser Strasse. Al Pfefferberg di Schoenhauser Strasse, il locale in voga del momento, usava così. Ogni sera gli spazi di questo ex magazzino venivano arredati con mobilio recuperato da vecchi rivenditori o robivecchi. Faceva stiloso.

Divani lisi, poltrone spelacchiate, stufette, tavolacci e quant’altro richiamasse un ideale arredamento da Germania dell’Est.

Poi, a ciascun oggetto veniva applicato un cartoncino su cui con un pennarello veniva impresso un prezzo. Chi voleva poteva comprare una sedia o anche tutto il locale, volendo.

Tipo: “Avete mica birra irlandese?” “No, Becks o Berliner.” “Bene, allora una Becks e tutti i tavolini. Con relative sedie.” Ed il totale non faceva neanche 150 marchi. Il prezzo indicativo di una sbronza dignitosa.

Dunque, la domanda è: cosa ci faceva un chimico, anzi ex chimico, della DDR, funzionario di regime, al Pfefferberg di Schoenhauser Strasse, dove l’età media, grossomodo, è di 25/30 anni? La risposta è: lasciava che il senso irrequieto della serata lo reinventasse per il giorno dopo. Voleva diventare un uomo nuovo, e pensava di iniziare l’opera di ricostruzione dal sesso. Per troppo tempo aveva trascurato il suo corpo, ora le cose dovevano cambiare. La mente avrebbe seguito il mutamento poco alla volta. Si sarebbe reinventato facendo l’amore.

Da qualche parte doveva iniziare, prima o poi.

In realtà era stato già reinventato un tempo, da una donna grassa che sognava di essere bella e che per questo amava come una sirena, vale a dire il sesso come terapia. Il dottor Kunan, invece, allora non ancora dottore, pur non essendo interessato all’articolo provò l’ebbrezza di sgualcire la sua esistenza inamidata, offuscata soltanto da un nervoso onanismo tardo adolescenziale. Ma tutto secondo natura, senza perdere troppo tempo. Così, per puro interesse scientifico, con un salto inevitabile dalla teoria alla prassi, si trovò gambe divaricate e peluria arruffata in posizione decentrata, con il viso tornito di una cicciona rinascimentale aggrappata labbra e gengive al cazzo robusto dell’intellettuale. L’esperimento andò a buon fine e così la pratica venne chiusa. Prima e ultima donna, e così ancora per trent’anni di beata serenità. “Mi pari un po’ serio, annoiato, pulcino.” Gli disse un giorno una signora con un gin tonic in mano. “Atarassia, cara mia, nulla a che vedere con noia o serietà!” E così si giocò la possibilità numero due che avrebbe fatto della prassi un processo empirico, di lì a poco. Successe un’anno fa, circa. Mai rifiutare una signora con gin tonic, gli dissero gli astanti, mai e poi mai.

Ora il fumo dell’erba gli attraversava il viso separandoglielo in modo asimmetrico, mentre lo spino bruciacchiava scoppiettando. Durante quella notte doveva scoprire come

prendere una donna. La sua vita stava rantolando a completamento. La sua faccia, nel più profondo dei vuoti. Per questo quella sera decise di farsi imprigionare mente e corpo nelle striature dorate di una fredda Berliner. L’orgoglio cittadino tradotto in birra. Al Pfefferberg, ormai un mito nella girandola dance di Schoenhauser Strasse, si era dunque giunti ad un momento cruciale. Il dottor Kunan, dopo le Prinz motore a due tempi, e il formaggio che piaceva ad Honecker, era finito e doveva essere reinventato. E visto che ogni rito era fatto anche dello spazio in cui avveniva, il senso sempre legato ad un territorio, il dottor Kunan scelse il locale che poteva scomparire da un momento all’altro di Schoenhauser Strasse 176b. Il suo respiro si inarcò in una nervosa tossetta, prima o poi sarebbe stato seppelito dalla densità del catrame, avvolto in una fitta nube di melma scura, perso in un alveolo senza uscita. Pensò che non era un uomo senza coscienza. In realtà quei giorni tra il 7 e il 9 di ottobre del 1989 cadde in una vertigine di terrore e di sconforto, ma solo in una sfera del tutto personale. Il muro di Berlino diventava una favola da raccontare ai nipoti. Cadeva. Dopo un anno, le due Germanie si riunivano, senza più riconoscersi. Come due amanti che si sposano dopo un rapporto a distanza. Lui vide ferocia in tutto quel festeggiare solo perché si poteva avere un passaporto e vedere i Pink Floyd anche a Los Angeles, volendo proprio. Un senso di amaro entusiasmo nello scoprire un mondo pettegolo e chiacchierone, che scrutava in modo osceno e con scrupolo vojeristico fatti di altri. Ora, il dottor Kunan, raffreddando il palato caldissimo ed anestetizzato con un fresco sorso di Berliner, si immaginò miliardi di donne con gin tonic in mano farsi baciare le coscie da amanti di passaggio, davanti alle tv, mentre i rispettivi mariti correvano valigia e videocamera alla mano a vedere la storia che cambiava, a Berlino. Se lo immaginava così, adesso, spinto da un’alterazione insospettabilmente cinica e piacevole, il giorno in cui cadde il muro di Berlino. Ma poteva solo immaginare, niente più, mentre rubava al tempo, come mai prima, ore di ozio e riflessioni. L’alcool saliva alla testa e la marjuana calava lentamente in tutti gli arti del corpo ormai semplificato a tronco senza orientamento, senza locazione. Il paradigma geografico era morto anche dentro il dottor Kunan. Per la prima volta nella sua vita aveva voglia di fare l’amore in modi diversi, sotto sopra lateralmente legato anale orale vaginale travestito multiplo ridendo tacendo contenendo o urlando andando e venendo. Ma lentamente. Assolutamente assaporando. Lentamente. Il socialismo reale stava morendo.

Era biologicamente più uomo. Fare i conti col passato significava farli col presente.

Ora non aveva lavoro, la sua mente lucida ed efficiente ragionava in derivate ed integrali solo quando andava a fare la spesa nei nuovi Spar vicino ad Alexanderplatz. Non la mancanza di affetti, di riconoscimenti, di un esercizio di autocritica, o la sensazione di essere stato un uomo non completamente uomo, o la Polonia di Mazowiecki, l’Ungheria di Nagy, la Cecoslovacchia di Havel, il Buon Dio di Manhattan di Christa Wolf. Niente di tutto ciò l’aveva rovinato. Ma l’idea che il mondo tutt’intorno, un mondo papà, severo ma comprensivo, guardava la vecchia Germania dell’Est come si guarda un bambino menomato che però ce la può fare. Forza, giovanotto.

Un papà che ha sempre saputo da che parte stava la democrazia. Il 3 ottobre del 1990, le Germanie diventano la Germania. Il dottor Kunan decise che appena avesse perso il lavoro avrebbe deciso di reinventarsi daccapo come si reinventa una città dopo un bombardamento. O dopo l’idea che una città non vada più bene alla gente che la abita. Così l’1 Aprile del 1992, il dottor Kunan giaceva molle sul sedile di una vecchia Prinz messo ad arredamento del nuovo locale di tendenza che si trovava al 176b di Schoenhauser, in allucinata attesa di una donna con gin tonic in mano.

Improvvisamente gli occhi di Kunan si spalancarono portando con sé uno sguardo agghiacciato. Mentre la birra brillava nel vetro della bottiglia che andava in frantumi, il viso secco (con l’aggiunta di un pizzo posticcio) del dottore, si paralizzò in un bianco senza soluzione.

Un mese dopo, circa, Anna e Stefan, sedevano una accanto all’altro nella Golf metallizzata di lei, parcheggiata a ridosso del muretto di uno dei locali più in voga del momento di Schoenhauser Strasse, al 176b. Il Pfefferberg. La notte amara sbiadiva in un timido albeggiare. E le cose si mettevano male.

Il commissario Anna Mueller non si rassegnava proprio a quell’abbandono, quindi non lo ascoltava. L’abbandono, infatti aveva un suono e quel suono erano le parole di Stefan Berger, un ragazzone con gli occhi di un cielo quasi nel giorno, e spalle molto grandi. L’abbandono porta con sé il motivo dell’incompiutezza e una donna muove sempre ad un completamento. Per lo meno parziale. Un commissario cerca un turning point e da questo una visione d’insieme che lo conduca ad una soluzione finale. Anna Mueller era una donna, ed in più un commissario.

“Credo di amarti, Anna, ma non sto più bene con te, sei nervosa, sempre nervosa. Forse è quel caso. Ma alla fine di un caso c’è sempre un altro caso.” Dunque Stefan faceva leva sul senso di colpa. Questa, davvero, era la delusione più grande.

Lei era responsabile di quell’abbandono, anche se lui stava abbandonando lei. Un atteggiamento davvero poco onesto.

Non era in quella circostanza, però, che il commissario Mueller voleva mantenere il ricordo di Stefan. Preferiva ricordarlo quando lo conobbe, mentre usciva come un gigante dal bagliore dei fuochi d’artificio, penetrando nel suo cuore hippie attraverso la fessura di un graffito. Quel giorno Anna, martello alla mano, in mezzo alla folla di Postdamer Platz, si innamorò della prima cosa che sapeva di libertà. L’urlo di gioia di Stefan in fuga dall’est. Si baciarono, senza vedersi, all’istante, e fu il contrasto di due stili di bacio. Sullo sfondo il muro diventava un cumulo di macerie. Tutti infierivano con estrema violenza.

“Abbiamo rintracciato una persona importante, forse è quella che cercavamo…”

“… non voglio darti delle colpe, Anna, è solo che tu sei un poliziotto, e ragioni come un poliziotto. Io ne ho visti troppi di poliziotti nella mia vita, ora voglio imparare a suonare la batteria…”

“… quel signore di mezza età che cercavamo e che secondo testimoni era qui la sera del delitto…”

“… ricordi? Era anche il tuo sogno suonare la batteria, anzi io sarei stato il tuo Manu Katche e tu la mia Carol Steele, che suonava le percussioni sentendo le vibrazioni sotto i piedi nudi…”

“… te ne ho parlato più volte, del delitto di quella prostituta trovata morta con un gin tonic appoggiato vicino al corpo le cui impronte rivelarono l’identità di un tal…”

“… e anche tu amavi la musica e andavamo a comprare dischi nei mercatini e facevamo l’amore tre volte al giorno ed io non ero più…”

“… Joseph Kunan, l’uomo della SED…”

“… Stefan Berger, lo schiavo della SED…”

“… e ora l’abbiamo catturato, ce l’abbiamo in pugno…”

“… ero libero, nessuno mi avrebbe più avuto in pugno.”

Il commissario Mueller si voltò verso Stefan. Lei 36 anni, lui dieci di meno.

“Vai, se mi vivi come un vincolo alla tua libertà, fuori dalla mia macchina. Ma fammi sapere, quando l’avrai trovata, cos’è, la libertà. Finché non sarai in grado di amare le persone diverse da te, non so cosa te ne farai di essere libero. Ma forse tra tante cazzate, ciò che cerchi veramente è il culo sodo di una ventenne.” Stefan si voltò con gli occhi lucidi verso Anna.

“Forse.”

“Fuori dalla mia macchina.”

“Sì.”

Anna Mueller salì le scale e si trovò nel terrazzo del Pfefferberg. Quella notte l’agente Platt aveva accompagnato il dottor Kunan al locale sperando di incastrarlo. Ma improvvisamente, dopo essersi guardato intorno, il dottore disse:

“L’ho uccisa io.” L’agente Platt informò subito il commissario appena lo vide arrivare. Anna si volle informare sul movente.

“Ero ubriaco, ero stato appena licenziato, ho cercato di farci l’amore ma lei non voleva, sono vecchio e non ho molte forze, l’ho spinta contro il muretto, ha sbattuto la testa, è morta.” Anna disse:

“Voi pensate che essere liberi significhi non avere rispetto della gente.”

“Cosa centra?”

“Caduto il muro, caduto tutto, non è così?”

“Io volevo solo dimenticare il mio licenziamento.”

“Pensate che sia giusto riprendervi ciò che vi era stato tolto, anche calpestando la gente, vero?”

“…”

“Lei era una persona importante nella SED, ogni volta che faceva così la coprivano? Crede di poter fare tutto quello che vuole? Lei è solo un vecchio fallito, un assassino!”

“Senta, mi arresti, per favore.”

“È per questo che avete lottato? Per fare quel cazzo che vi pare?”

“Io non ho chiesto niente. E non ho lottato. E comunque non vedo il nesso.” Il commissario Mueller gli tirò un pugno in faccia rompendogli il setto nasale. Poi lo sistamarono in macchina, ben ammanettato e lo condussero in commissariato. Kunan non riuscì a trattenere un sorriso amaro, mentre l’auto con le sirene spiegate, lo accompagnava dritto dritto in carcere. Dal volto gli colava del sangue scuro che macchiava il colletto bianco della camicia. In quel momento l’agente Platt si stava chiedendo, e se non fosse stato lui?

Quella sera, sulla terrazza del Pfefferberg, il dottor Kunan, dopo aver tanto aspettato, vide arrivare dal buio una signorina con un gin tonic in mano. L’emozione lo fece trasalire e la Berliner gli cadde dalla mano. Le cose erano due: o si stava avverando un sogno, o era davvero fatto. Lei gli disse semplicemente:

“Signore, aiuto!” Il dottore non riuscì a dire altro che “Si, angelo mio.”

“Signore, non è uno scherzo, dei ragazzi ubriachi mi stanno importunando! La prego, ho paura. Ho bisogno di aiuto.”

Aveva l’accento turco. Lui le prese dolcemente, dalla mano, il bicchiere di gin tonic. Si alzò, le accarezzò i capelli e le disse di calmarsi. Sempre dallo stesso buio arrivarono annunciati da un rutto sordo due persone. Il pelato aveva due spalle larghe ed una magliettina blu orlata di bianco. L’altro, capelli ricci sparati in aria. Presero la ragazza per un braccio e se ne tornarono dal buio da cui erano arrivati. Al dottore girava la testa e si risedette sul sedile della Prinz. Stava per collassare.

Dopo un’ora di smarrimento decise di tornare a casa e quasi in fondo alle scale del Pfeffer, in un angolino di cemento, trovò il corpo senza vita della ragazza. Lui aveva ancora il gin tonic in mano, glielo appoggiò vicino alla caviglia e disse: “Scusa.”

In quell’esatto momento Anna era a letto con Stefan, abbracciata a lui e nella stanza, cumuli di dischi usati. Era felice e pensava: “Questi ragazzi dell’Est scopano davvero bene, sono innamorata di te Stefan.” Stefan era riflessivo e pensava: “Il jazz non è un genere musicale, è un modo di pensare e tu sei l’assolo più bello, Anna.” Due ragazzi, uno pelato, l’altro coi capelli ricci sparati in aria stavano ballando in una discoteca verso Ostkreuz e pensavano: “Questi turchi del cazzo rovinano la razza pura, ma cosa ce ne facciamo di una razza pura?.” Il dottor Kunan si sentiva un vigliacco e un uomo inutile e, coprendo con la sua ombra il corpo esile della ragazza, pensava, guardandola: “Anch’io ho bisogno di aiuto, tesoro.” Tutti, in quel preciso istante stavano pensando, ma nessuno disse nulla. Neanche una parola. Né allora, né mai.