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L'angolo dello scrittore

Mu’hammar Gheddafi da 40 anni al potere, è stato il primo a emettere un mandato di cattura per Bin Laden

 Amani – 7 Febbraio 2011 di Andrea Semplici 

Mu’hammar Gheddafi ha il senso del palcoscenico e dell’evento. E ha il volto di una rock-star invecchiata. Ma Mick Jagger, suo coetaneo, sa dominare la scena. Credo che, in cuor suo, si diverta da impazzire: negli ultimi mesi esibisce riccioli lunghi (e nerissimi, nonostante i suoi settant’anni) e  un vezzoso pizzo sul mento.

È stato un Ramadan di glorie internazionali per il più longevo fra i leader africani. Gheddafi è al potere dal 1969, quando con un colpo di stato indolore, spodesto il vecchio e annoiato re Idris. Ha il gusto sottile e invisibile dell’ironia, il quaid, il “capo” libico: Berlusconi tempo fa fu accolto in un clima familiare (con presentazioni di nipotine da parte del colonnello) a Bendasi, nella città dove, solo cinque anni fa, una folla inferocita aveva devastato il consolato italiano. Allora, febbraio 2006, la polizia sparò e morirono quindici persone. “E’ una tragedia provocata dal mancato risarcimento dell’Italia per i crimini commessi durante il colonialismo”, spiegò – con una bugia – Gheddafi. Più probabile che la protesta fosse diretta proprio contro di lui, ma a farne le spese, conseguenza delle sciagurate vignette anti-islamiche esibite dal ministro Calderoni, fu proprio il vecchio quartier generale delle truppe italiane durante gli anni del colonialismo, che ospitava la sede diplomatica italiana. Un trattato di amicizia con la Libia che vede: scuse ufficiali per le colpi italiane (in Cirenaica, negli anni Trenta, venne compiuto un genocidio), riconoscimento solenne del ruolo internazionale di Gheddafi e un risarcimento di 5 miliardi di dollari – a rate di 250 milioni l’anno per venti anni – per costruire la ormai celebre autostrada costiera libica (una partita di giro: gli appalti saranno affidate a ditte italiane). Il trattato prevede, anche, la costruzione di case, il finanziamento di borse di studio, la pensione per mutilati libici e lo sminamento degli ordigni italiani, ancora sepolti nei deserti ai confini orientali. Il trattato firmato da Berlusconi è il punto di approdo dell’altalena infinita dei complessi rapporti fra l’Italia e la Libia: già nel 1998 c’era stato un primo accordo di pace. E nel 1999 il ministro degli esteri Lamberto Dini aveva incontrato Gheddafi, poche ore dopo la fine dell’embargo internazionale contro Tripoli. Pochi mesi dopo, Massimo D’Alema fu il primo leader occidentale a mettere piede in Libia dopo gli anni del terrorismo.

Ancorpiù clamoroso il viaggio di Condoleezza Rice. In un torrido pomeriggio il segretario di stato Usa, in grisagli, viene invitata da Gheddafi al pranzo serale di rottura del digiuno dei giorni di Ramadan. Non può fare un brindisi, ma assicura a voce alta: “Nessuno è nemico per sempre”. Era oltre mezzo secolo che un alto esponente degli Stati uniti non percorreva le vie di Tripoli. E dove avviene la cena fra l’uomo che, vent’anni prima, Ronald Regan aveva liquidato come “Barbaro e pazzoide” e la donna più potente degli Stati Uniti? Nella caserma di Bab al-Aziziyah, su cui, il 15 aprile 1986, cacciabombardieri Usa avevano sganciato bombe da 952 chilogrammi di peso. Uccisero Hanna, la figlia adottiva di Gheddafi e 37 persone. Le saracinesche del bene e del male si alzano e si abbassano in pochi anni negli scenari della Reapolitik, gli equilibri si capovolgono a seconda delle convenienze: oggi la Libia per l’Occidente non è più una minaccia. Ha smantellato il suo arrugginito programma nucleare. Ha saldato, con i dollari del petrolio, i debiti verso le vittime degli attentati degli anni Ottanta (le esplosioni in volo di un aereo della Pan Am nei cieli scozzesi di Lockerbie e di un Dc 10 francese, sopra il deserto del Teneré: 441 morti), di cui tribunali occidentali hanno ritenuto responsabile la Libia.

Gheddafi è stato il primo ad emettere, fin da tempi non sospetti, un mandato di cattura contro Bin Laden. In altre parole: è diventato un tassello di stabilità nel Mediterraneo. È stata la straordinaria metamorfosi di un capo: Gheddafi, da “cancro” (parola di Alexander Haig, segretario di stato di Reagan), si è trasformato in ospite galante di Condoleezza (segretario di stato di Bush).

Paradosso per paradosso: nel giorno delle forme (e non del mondo reale e ipocrita), un giorno qualcuno dovrà pur spiegare ai potenti che fanno la fila di fronte alla sua tenda, che l’anziano colonnello non ha cariche ufficiali in Libia. Non è né capo di stato, né ministro. Ma in Libia non si muove una foglia senza il suo consenso.

Gheddafi ha le capacità di un grande giocatore di poker ed è imprevedibile: non si sopravvive quarantadue anni al potere, con nemici così potenti, se non si è abili e spregiudicati. Il petrolio lo rende ricco. L’Italia importa un terzo dell’energia di cui ha bisogno dai deserti e dalle piattaforme marine della Libia. Un immenso gasdotto trasporta da Ghadames a Gela il 15% del gas che utilizziamo ogni giorno. A giugno del 2008 i contratti di estrazione di idrocarburi, da parte dell’Eni, sono stati prolungati, fino al 2042 per il petrolio e al 2047 per il gas.

E le compagnie petrolifere Usa fanno la fila – erano sulla porta anche negli anni dell’embargo – per accaparrarsi le riserve nascoste sotto le sabbie del Sahara. Valgono qualcosa, di fronte a questa ricchezza, le proteste dei profughi italiani cacciati in malo modo dalla Libia, subito dopo la rivoluzione gheddafiana? Valgono qualcosa le rivendicazioni degli ebrei libici che hanno sofferto le violenze del colonialismo e del fascismo italiano, per poi essere costretti a lasciare il paese nel dopoguerra? Vale qualcosa la rabbia amara di chi ha perso parenti cari negli attentati degli anni Ottanta?

Nella filigrana degli accordi con l’Italia, si leggono anche le pressioni italiane perché la Libia arresti la marea di uomini e donne che, attraversato il Sahara, arrivano sulle sponde del Mediterraneo, per cercare di raggiungere Lampedusa e le coste europee. La Libia è divenuta, così, un avamposto delle frontiere italiane, una barriera di filo spinato che sbarra le rotte dei migranti verso l’Italia e l’Europa. Fino a non molti anni fa, eritrei, somali, ciadiani, nigeriani, maliani, si assiepavano in capannoni nelle campagne, a ridosso del porto di Zuwarah, costa orientale della Libia. Qui venivano tenuti prigionieri fino a quando non pagavano il prezzo per attraversare quel mare che li divideva dall’Europa.

Nel paese di Gheddafi, i migranti sono maltrattati, imprigionati, deportati. È da ultimo la chiusura dell’ufficio per i rifugiati dell’Onu. L’ansia africanista del leader libico, che è stato fra i principali finanziatori della nuova Unione Africana, si ferma di fronte ai migranti, ai neri di pelle che i libici non amano e obbligano ai lavori più umili. E, quando sono troppi, vengono riportati nel deserto e abbandonati al loro destino, nel nulla disperato del Sahara. Il leader libico non dovrebbe dimenticare i campi di concentramento italiani di settanta anni fa (morirono, allora, quarantamila libici nei tredici campi della Sirte, dove erano stati rinchiusi in centomila durante le guerre coloniali) e non dovrebbe chiudere tutti e due gli occhi sui nuovi campi, dove vengono ammassati i migranti dell’Africa.

Un ultimo interrogativo: nell’agosto 2008 il figlio “saggio” del colonnello, Sayf al-Islam, erede del padre, potente presidente della Fondazione Gheddafi – che ha mediato nei conflitti di mezzo mondo negli ultimi dieci anni -, ha annunciato il suo ritiro dalla politica. Augurando democrazia, giornali indipendenti, un sistema giudiziario autonomo e una nuova Costituzione per la Libia, sarebbe interessante assistere a una discussione fra padre e figlio sotto l’ombra di una tenda, nel desolato deserto della Sirte. Là dove Gheddafi, figlio di beduini, è nato.