Mio padre, un numeretto_Francesca Primavera, Roma

_Miglior racconto da sceneggiare quattordicesima edizione Premio Energheia 2008.

«Aho’ sembra di sta’ alla Posta, solo che invece di un pacco ti consegnano tuo padre».

Mirko ride, io cerco di capire il senso delle sue parole, ma vengo distratto dalla sua bocca e dallo spazio che passa tra i suoi denti davanti. Lo osservo mentre prende il pallone e comincia a fare tiri a vuoto nel vento, saltella per non sentire freddo, apre e chiude le mani e ogni tanto urla contro qualcuno che io non vedo. Mirko ha un anno più di me. L’ho conosciuto oggi. In fila. Io ero accanto a mia madre, lui alla sua. Si è girato verso di me e mi ha fatto l’occhiolino, come se ci conoscessimo da sempre.

«Te come ti chiami?»

Io ho risposto «Dario».

Mirko ha un viso che un po’ mette soggezione, è tutto scuro, ha delle sopracciglia nerissime e i capelli tutti ricci. Ha delle spalle enormi, «tutto merito della boxe», mi spiega poco dopo, simulando diretti e ganci. E’ dicembre e fa un freddo cane.

Per arrivare qui, abbiamo attraversato la città, la Tiburtina era tutta intasata, è sabato, e la gente sembra in preda ad un delirio collettivo, tutti per le strade a comprare regali.

Tra due settimane è Natale.

Mirko continua a palleggiare. Mi chiede se è la prima volta che vengo qua, io gli dico di sì e lui mi dice, che mi ci devo abituare a tutta quest’attesa. Possono passare anche delle ore prima di entrare. Lui si porta l’ipod, i giornaletti, il nintendo, come quando vai in gita con la scuola. Mi chiede se ho voglia di fare qualche tiro col pallone, ma a me non va granché. Sento freddo e torno dentro. Mia madre e mia nonna sono ancora in fila, discutono con altre persone accanto a loro.

Ci saranno almeno dieci sportelli ed altrettante file. Donne, uomini, bambini, nonni. Ogni tanto una voce grida “numero dieci, numero dodici”, ma nessuno risponde “ambo o terno”.

Sorrido pensando che dopo tutto, il periodo per giocare a tombola sarebbe perfetto, ma il luogo forse non è adatto.

Mi avvicino a mia madre «Darié, mettiti seduto che qui mi sa che c’è d’aspettare ore».

Aveva ragione Mirko. Ritorno fuori, c’è una leggera nebbia che rende tutto più grigio e gelido. Mirko mi strattona per una manica e mi fa segno di seguirlo. Giriamo l’edificio e ci appoggiamo al muro. Mirko si guarda intorno e tira fuori un pacchetto di sigarette e dei fiammiferi. Ne accende una e me la passa. Dando per scontato che io accetti. Velocemente ne accende un’altra per sé.

«Ma come mai stai qui?», fa lui continuando a girarsi di scatto per accertarsi che non venga nessuno.

«Per mio padre», rispondo io.

Fumo, ma senza aspirare, cercando di assumere un’aria sicura e composta.

«E com’è che sta qua?», mi chiede buttandomi il fumo contro il viso.

Io alzo le spalle.

«Eccerto», fa lui, «non te lo dicono mai, pensano che siamo ragazzini e che è meglio non saperle certe cose, ma io le voglio sape’ e infatti gliel’ho chiesto a mio padre». Io lo ascolto, ma vorrei essere da un’altra parte. Non voglio sapere perché suo padre è qui, né perché ci sta il mio.

«Ma comunque», continua lui, «poi te ce abitui, io ci vengo tutti i sabati e almeno non vado a scuola».

Con un gesto delle dita, getta il mozzicone lontano, si tira su il cappuccio della felpa nera esclamando: «annamo va, che magari ci dice bene e ci chiamano».

Io butto la mia sigaretta fumata a metà e lo seguo. Mia madre si sta prendendo un caffè alla macchinetta, mi avvicino.

«Capirai», mi dice, «siamo il numero 301, hanno appena chiamato il 30».

Io penso che alle 16 avevo promesso a Roberta, la mia ragazza, che l’avrei accompagnata al centro commerciale a fare i regali. Guardo l’orologio, sono le 10. Mirko si siede accanto a me, «io so’ il 290, te?», ma non mi da il tempo di rispondere che gli squilla il telefonino.

Si alza e se ne va. Oggi avevo il compito di storia. Ora lo dovrò fare da solo, la settimana prossima, come uno sfigato. Ma non mi preoccupa. Mi piace la storia, capire il perché degli avvenimenti, la successione degli eventi, lo trovo stimolante, sembra che tutto sia già accaduto, eppure tutto riaccade sempre, ciclicamente e naturalmente.

Frequento il secondo liceo scientifico. Mi piace studiare. Mio padre dice che sono dotato e che se m’impegno posso diventare “qualcuno”. Io per farlo arrabbiare gli rispondo sempre che “qualcuno” lo sono già. Allora lui comincia a fare la lista di chi potrei diventare, un medico, uno psicologo, un giornalista.

Io credo di voler fare l’umanista, che non so bene se ho capito esattamente di che si tratti, ma suona bene, “Dario Gentile, l’umanista”. Sì, mi piace. Arriva mia nonna e si mette seduta tra me e mia madre. «Giovà, ricordati di chiedergli tutto, che ora per due settimane non ci possiamo venire».

Mia madre le fa cenno di sì con il capo. Sembra invecchiata di dieci anni da quando mio padre è qui. Un mese fa sono tornato a casa come sempre da scuola e lui non c’era. Mia madre era seduta al tavolo e fissava la tazzina di caffè vuota. Alla mia domanda su dove fosse papà, ha mugugnato solamente un «tanto, prima, o poi doveva succedere». Quel giorno potevo chiedere, sapevo che se non lo avessi domandato in quel momento, non lo avrei più fatto. Ma dalla mia bocca non è uscito niente. Sono andato in camera mia, mi sono seduto sul letto e ho aspettato che la giornata trascorresse lentamente. Con gli occhi chiusi, ho ascoltato ogni minimo rumore proveniente dalle altre stanze, rimanendo nella stessa posizione per ore.

C’è stato un viavai di persone, mia nonna, mio zio, un amico di mio padre, delle volte parlavano maledettamente piano, delle volte in maniera concitata, ma senza accennare mai al “fatto”. Il telefono non smetteva di suonare, ed io mi sono sentito per la prima volta non a casa mia. “Il 301 può entrare, il 301”. Mia madre scatta in piedi, ci avviciniamo alla porta dove si è formata già un’altra fila. Vedo in lontananza arrivare una navetta simile a quella che in aeroporto ti porta sulla pista.

Dopo pochissimo, ci fanno scendere e percorriamo un corridoio, molto meno grigio di come me lo ero sempre immaginato.

Alla fine del corridoio, un portone immenso c’immette in un’area verde, una specie di parco. Anzi, è proprio un parco.

Ci sono moltissime altre famiglie. Non c’è distinzione tra chi viene da fuori, e chi viene da dentro. Sono solo i vestiti che fanno la differenza. Un bambino mi passa accanto, mi da una leggera spinta, e porgendomi delle carte mi chiede se voglio giocare. Gli dico che non posso. Mia madre e mia nonna si guardano intorno spaesate. Nonostante tutte quelle persone, non c’è chiasso. Esattamente dall’altra parte del parco vedo una porta che si apre, e tra gli altri, vedo lui, mio padre. Cammina verso di noi, ci guarda sorridente. Bacia mia nonna e mia madre, mi accarezza la testa e mi abbraccia. E’ uguale a come l’ho visto l’ultima volta, uguale identico. Sembra non essere accaduto nulla, e sembra non essere passato un mese.

Ci mettiamo seduti su una panchina, mia madre comincia a tirare fuori alcune cose portate per mio padre. Il freddo entra nelle ossa, vorrei suggerire di entrare, ma non lo faccio. Mia nonna mi propone di fare un giro insieme, intuisco per lasciare i miei, un po’ da soli. Non oppongo resistenza. Ogni tanto da lontano getto un occhio, e li vedo parlottare, si danno la mano, sembrano due fidanzati al primo appuntamento. Un uomo in divisa ci avvisa che il tempo è quasi “scaduto”, quasi fossimo in un gioco a premi.

Mio padre mi sorride «Dariè, mi raccomando. Fai passa’ un bel Natale a tua madre e a tua nonna».

Io annuisco con la testa, ma è tutt’altro quello che vorrei dire. Vorrei urlargli che non sarà un bel Natale, perché lui sarà qui dentro, mentre noi saremo lì fuori. E questo vuol dire semplicemente che non saremo insieme. Io ce la metterò tutta, spalerò una neve che non c’è, accenderò un caminetto che non abbiamo, canterò delle canzoncine idiote che non ho mai imparato, farò finta di credere in Babbo Natale, e aiuterò mia madre a cucinare una cena perfetta, poi preparerò una tavola di quelle che si vedono solo nei film, addobberò un albero alto fino al soffitto e mi stamperò un sorriso ebete e finto per tutta la serata. E per finire, a mezzanotte prenderò mia madre e mia nonna per mano, ed insieme andremo in chiesa, prenderemo posto accanto ai nostri vicini e quando il parroco dirà “adesso scambiatevi un segno di pace” io sentirò di aver toccato la perfezione assoluta e mi sentirò un re. Ma in questo momento mi sento solamente un bastardo, non riesco neanche a guardarlo negli occhi. Mio padre. Quando ero piccolo mi raccontava un sacco di storie, su di lui ed i suoi amici, su quello che combinavano, ma credevo fossero solo storie.

Devo fare pipì, non posso più trattenere. Mi faccio aprire la porta e corro diretto al bagno. Tornando, un uomo in divisa mi ferma. «Ragazzì ‘ndo vai?».

Io balbetto «ero al colloquio con mio padre, sono il numero 301».

Lui mi guarda «ho capito, ma mica se po’ girà così qui, mica stai a luneur, vabbe’ vai, ma cammina piano».

Io mi avvio lentamente, chiedendomi se con “luneur” si stesse riferendo all’eur, dove ci sono le giostre, o ad un supermercato, ma non ha importanza. Rientro, mia madre parla e si mangiucchia le unghie. Lo fa sempre. Da quando ha 15 anni, dice lei. Parlano di cose burocratiche, noiosissime, tipo bollette, intestazioni di conti e altro.

Dobbiamo andare, mio padre mi guarda «Darié, tu però non m’hai raccontato niente, la scuola, Roberta, non abbiamo avuto il tempo, la prossima volta mi devi dì tutto». Io annuisco e confermo «la prossima volta».

Ma ho come l’impressione che fare un discorso con lui sarebbe difficilissimo adesso. Mi da un abbraccio e lo vedo allontanarsi in direzione della porta da cui è entrato. L’uomo in divisa ci fa segno di seguirlo e ripercorriamo al contrario la strada fatta in precedenza. Nello stanzone, in cui attendevamo stamattina, ora non c’è rimasto quasi più nessuno. Mia madre va allo sportello per riprendere i documenti e c’incamminiamo verso la macchina. Sento qualcuno correre dietro di me, mi volto, è Mirko con la faccia emaciata dal freddo o dalla corsa.

«A’ bello, ci vediamo sabato prossimo».

Io gli sorrido dicendo un «ok» poco convinto. Arriviamo al cancello principale, diventato già familiare, ci aprono, attraversiamo la strada e arriviamo alla nostra macchina. Un silenzio totale ci avvolge. Nessuno dice nulla. Io penso. Questo mio padre non me lo aveva detto, non mi aveva mai accennato al fatto che si potesse arrivare ad essere solo un numeretto. Un numeretto tra tanti. Senza nome, senza cognome. Abbasso il finestrino, l’aria gelida entra dentro l’auto. Mia nonna si tira su il cappotto, mi guarda e sussurra «Dario, a nonna, chiudi il vetro». Poi, rivolgendosi a mia madre, quasi avesse avuto un’illuminazione dall’alto «Giovà, ma se domani sto’ 301 ce lo giochiamo?»

Mia madre non risponde, io sto per scoppiare a ridere, ma una lacrima traditrice mi scende dall’occhio destro. Mi volto.

Non voglio che mi vedano. Prendo il telefonino e scrivo un sms a Roberta “Ho un po’ di ritardo, passo da te tra un’oretta”.