I brevissimi 2018 – Mind the gap di Corrado dal Maso_Roma

_ Anno 2018 (I sette colori dell’iride – Il giallo)

I due ragazzi camminavano lungo il viale del parco. Dalla panchina su cui erano seduti Eddai ed Evvai li vedevano venire verso di loro e qualcosa li colpì, sia lui che lei, perché smisero di litigare e si misero ad osservarli, come fossero d’accordo, per una volta.

Il ragazzo vestiva di nero e reggeva per il manico una valigetta nera di pelle rugosa, piatta lunga e stretta, che doveva contenere uno strumento musicale. Stava raccontando una cosa, buffa di certo, e gli occhi gli ridevano dietro un paio di occhialetti tondi. La ragazza portava un giaccone verde sopra una gonna corta, e sulle spalle teneva come uno zaino  un cofano bombato, verde anch’esso ma enorme, tanto lei era minuta, che sicuramente era la custodia di un contrabasso.

Lui le parlava.

Lei lo guardava e sorrideva, senza interromperlo.

Poi si fermò, e l’altro insieme a lei, e gli pettinò i capelli dando un piccolo manrovescio al ciuffo nero che pendeva, come stesse scivolando, dalla testa del ragazzo. Erano di fronte; si fissarono, sospesi nella grazia di quel momento, e si abbracciarono con tenerezza, mentre la valigetta nera colpiva il fodero verde con un tonfo, sordo ed allegro insieme.

Stretti così, goffi e bardati com’erano, si baciarono a lungo, delicatamente, semplicemente strofinandosi le labbra, mentre ruotavano la testa in un verso e nell’altro  – come per dire un no, che era un sì, invece –  e solo alla fine di questo gioco ripresero a camminare.

Così, sulla loro panca scassata, Eddai ed Evvai se li videro passare davanti, ora mano nella mano, spediti verso la vita, come sul vagone di un metrò diretto alla fermata successiva, la Stazione della Felicità.

E la loro, che stazione era, la prossima?

Eddai azzardò un braccio sulle spalle di Evvai e con la mano si mise a sfiorarle la punta dei capelli che le scendevano lungo il collo. Lo faceva con timidezza, senza convinzione forse, o per paura che lei si scostasse o, peggio, che lo fermasse.

Ma lei non ebbe reazioni, né disse nulla.

E allora neppure lui parlò.

Anche perché, in fondo, non c’era più molto da dire; Eddai aveva spiegato, insistito, tentato, Evvai, gelosa, offesa, non ne voleva sapere.

La porta era chiusa, il cuore lontano, estraneo ormai.

Eddai scostò la mano dal collo di Evvai, impercettibilmente, temendo e volendo insieme che lei se ne accorgesse.

Nulla.

Un treno fermo, il loro, e la stazione deserta, abbandonata, con le rotaie rugginose e discoste a perdita d’occhio.  Rotaie che, come in un quadro sbagliato, sembravano non incontrarsi neppure lontano, sul fondo della prospettiva; neppure là dove ogni linea, dopo averla fronteggiata con ostinazione, dovrebbe comunque giungersi alla sua parallela …

Ma proprio allora  – senza avviso, né permesso, che con le cose del mondo agli uomini non spetta –  si alzò forte il vento, ineluttabile: prima soffiò tra le fronde degli alberi, poi si mise e a raschiare la terra e sollevò una nuvola di polvere che riempì l’aria.

Polvere densa, sporca di foglie e di presagi.

Polvere gialla.  Gialla di polline, in quella primavera romana che sia era fatta improvvisamente cupo autunno triste.

Gialla come la febbre.

Come la paglia.

Come il succo aspro del limone.

Come i cinesi a Piazza Vittorio.

Come una luna malata, come il miele appiccicato alle dita, come scarpe da tennis fuori moda, come un palloncino per aria e una bimba che piange.

Gialla come un semaforo, prima che sia rosso.

Gialla come lo zolfo, che brucia senza fiamma.

Gialla come il tradimento.

Eddai, con la mano scostata da Evvai, chiuse gli occhi per ripararsi dalla polvere, e stette.

Stette così, immobile, vuoto, senza alcun pensiero da pensare.

Senza altra domanda da domandare, che una.

Spossato, mesto: così stette Eddai, chiedendosi solo se, quando gli occhi li avesse aperti di nuovo, avrebbe trovata Evvai ancora sulla panca affianco a lui.

E ancora dentro la sua vita.