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L'angolo dello scrittore

Milioni di ettari venduti ai cinesi e arabi senza dare garanzie ai contadini

Comprate terra al supermarket Africa!

 Amani – 19 Gennaio 2011 di Fabrizio Floris

 

È nota l’affermazione di Desmond Tutu secondo cui quando “i bianchi arrivarono in Africa, noi avevamo la terra e loro la Bibbia. Quando ripartirono, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra”. Fu così che la terra “si staccò dal cielo”.

Ora ai bianchi si sono aggiunti i cinesi e gli arabi, portando avanti una sorta di insourcing della terra. Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione alla Cina, all’Arabia Saudita, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari; Pechino ne ha comprati 2,1; l’Arabia Saudita 1,6; gli Emirati Arabi 1,3. niente di più facile e conveniente. Con un po’ di mazzette ben assestate si possono avere in concessione le migliori terre coltivabili, in paesi dove la metà degli abitanti fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.

Lo spunto ci viene da Carlo Petrini di Slow food e un po’ rammarica che la notizia non sia stata sottolineata dagli addetti ai lavori, in primis coloro che con l’Africa vivono quotidianamente. In ogni caso è una notizia che non stupisce perché l’Africa è strutturalmente e politicamente così debole che diventa facile preda di appetiti di ogni genere. Diamanti, tantaglio, oro, coltan, bauxite, petrolio e adesso la terra: un grande supermercato per fare affari senza l’obbligo di tenere conto dei diritti delle persone.

Quello che noi occidentali diamo per scontato nelle nostre istituzioni politiche – la loro stabilità, la separazione tra istituzioni e singoli funzionari, la loro natura generalmente interattiva – è quasi sconosciuto in Africa. Il problema è che in molti paesi del continente non vi è nulla da guadagnare (anzi, spesso molto da perdere) ad appellarsi alle autorità dello Stato. Se uno si lamenta della corruzione, finirà per attirare su di sé la collera dei politici che sono ingrassati a forza di bustarelle. “Denuncia un furto  vedrai il ladro mangiare un pasto sostanzioso in prigione, prima di essere rilasciato il giorno dopo!”. “protesta quando un soldato che chiede di vedere i tuoi documenti, abusa della sua autorità, e ti troverai con una canna di fucile puntata contro e il portafoglio vuoto”. “Afferma i diritti garantiti dalla Costituzione del tuo Paese e te ne ritroverai privato del tutto”. Sono queste le voci che si ascoltano per le strade delle grandi città dell’Africa. Tutto ciò obbliga gli africani ad indossare una “maschera di condiscendenza”: non resta che adattarsi.

La realtà che ne consegue per chi indossa la maschera è qualcosa di enorme e impossibile da contrastare, ma anche solo da influenzare: si può solo subire. Non resta che raccogliere le briciole che la società lascia cadere, con il solo conforto che deriva dalla convinzione che “nulla di quello che avremmo potuto fare, avrebbe cambiato alcunché”. Ne consegue un circolo vizioso nel quale un sistema corrotto genera cinismo e rassegnazione fra la gente che, a sua volta, adegua le proprie aspettative in modo da non chiedere nulla di più di quanto il sistema le possa offrire. Eppure nelle periferie più povere del continente crescono giovani che cominciano a pensare a se stessi, alla propria terra e ai propri diritti in un modo nuovo e sono convinti che lo scopo di un governo sia servire la propria gente. Come ci ha ricordato Desmon Tutu al forum mondiale di Nairobi “è certo che abbiamo una terra in cielo, ma ne vogliamo un pezzettino anche quaggiù”. Per tornare, appunto, a saldare la terra con il cielo.