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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2016 – Meringhe d Massimo Terzini, Veroli(FR).

Anno 2016 (I sette peccati capitali – la gola)

 

cena5Da qualche giorno sono felice soltanto quando sono davanti ad una pasticceria. Questo posso dichiararlo a ragion veduta, poiché nella mia vita, felice lo sono stato a lungo. Ammetto, a questo proposito, di essere stato un privilegiato, perché sono tra quei pochissimi uomini che devono la propria felicità alla donna che hanno scelto di tenere a fianco. È per questo che ora non perdono a lei di essersi fermata ad un passo da quella che sarebbe stata la tappa importante dei nostri cinquanta anni insieme. Se ne è andata un mese fa, un mese esatto, un tranquillo mattino di metà maggio, dopo aver fatto colazione assieme, in cucina, come tutte le altre volte.
Un sorriso accennato, il tentativo di allungare un’ultima volta le dita verso la mia barba incolta ed il suo cuore si è fermato per sempre.

Io non sono mai stato un fervente cattolico, anzi, dovendo proprio dire mi definirei piuttosto scettico. Mi attrae, di Dio, solo la seducente promessa di una dimensione futura, dopo la morte, in cui possa avvenire un ricongiungimento tra le persone che si sono amate. So che può sembrare comodo vederla così, ma se proprio devo accettare l’idea di Dio, mi piace figurarmelo a modo mio: indulgente verso le nostre debolezze, generoso verso i nostri desideri. Per il resto, non sono tanti gli aspetti che mi convincono. Ad esempio, non accetto della religione i precetti moralistici riguardo ai vizi e alle virtù. Che danno può arrecare agli altri il vizio di “Gola”? Capisco l’Ira, o l’Accidia. Capisco l’Avarizia, in parte… l’Invidia, forse… ma la Gola… Se non a se stessi a chi altri procura danni un peccato di gola?

La felicità che ora mi deriva dalla vetrina di una pasticceria nasce appunto dall’idea dei danni che essa potrà provocarmi.
Per tutta la vita ho obbedito con rassegnata arrendevolezza alle amorevoli raccomandazioni di mia moglie di avere cura di me e dunque, di stare alla larga dalle pasticcerie, ma soprattutto dal mio dolce preferito: la meringa. Il dolce con la più alta concentrazione di glucosio, la pasta che una volta messa in bocca, se si resiste e si sa aspettare, si scioglie da sé fino a trasformare la sua fragile e candida consistenza in una promessa di felicità mantenuta spalmata sulle papille gustative del palato.
Una cospirazione letale di molecole assassine, se lo stomaco che le accoglie è intrappolato dentro un organismo come il mio, minato da un diabete all’ultimo stadio.

Nelle mie condizioni ne basterebbero tre o quattro, probabilmente, ma in queste cose è meglio mettersi al sicuro.
Oggi farò la mia solita capatina in pasticceria, me ne starò per un po’ con il naso incollato alla vetrina, come facevo da bambino, a guardare gli altri scegliere, indecisi tra sfogliatelle e babà al rum, diplomatici e codine d’aragosta; dopo di ché entrerò, e senza incertezze mi avvicinerò al bancone, guarderò negli occhi la ragazza con il grembiule verde e, come i ventinove giorni precedenti, ordinerò una meringa.
Rientrato a casa, scioglierò il nastrino azzurro che lega il mio pacchettino e depositerò nel frigo, accanto a tutte le altre, la meringa numero trenta, la somma dei giorni che stava per impedirmi di festeggiare assieme a mia moglie il nostro anniversario. Dopo una cena frugale, sistemerò le paste sul vassoio grande, lo porterò con me in camera da letto e dopo essermi disteso in quello che per cinquant’anni è stato il nostro nido, mi concederò il mio unico e definitivo peccato di gola.
Chiuderò gli occhi felice, confidando che Dio mi capisca e mi perdoni, ma soprattutto, che sappia mantenere le promesse.